Per un’economia politica e storica

Mi sia consentito di concludere, qui, spendendo qualche parola in materia di economia e di scienze sociali. Come ho precisato nell’Introduzione, non riesco a concepire l’economia se non come una sottodisciplina delle scienze sociali, da accostare alla storia, alla sociologia, all’antropologia, alle scienze politiche e a tante altre. Non mi piace molto l’espressione “scienza economica”. Mi sembra terribilmente arrogante. Mi dà l’impressione che postuli l’economia come una scienza superiore, specifica, distinta dalle altre scienze sociali. Preferisco di gran lunga l’espressione “economia politica”, che è forse un po’ vecchiotta ma ha il merito di mettere in luce quella che, secondo me, è l’unica peculiarità dell’economia accettabile nell’ambito delle scienze sociali: la prospettiva politica, normativa e morale.

Fin dalle origini, l’economia politica si propone di studiare, scientificamente, o quantomeno razionalmente, in modo sistematico e metodico, quale debba essere il ruolo dello Stato nell’organizzazione economica e sociale di un paese, quali siano le istituzioni e le politiche pubbliche in grado di avvicinarci maggiormente alla cosiddetta società ideale. Questa pretesa inverosimile di studiare il bene e il male – materia in cui ognuno può dire la sua – può far sorridere, e spesso è stata oggetto di contesa, o quantomeno di sopravvalutazione. Eppure è una disciplina necessaria, indispensabile: è troppo facile per i ricercatori di scienze sociali porsi al di fuori del pubblico dibattito e del confronto politico, e limitarsi a svolgere il ruolo di commentatori e demolitori di ogni discorso e di ogni statistica. I ricercatori di scienze sociali, come del resto tutti gli intellettuali, e in primo luogo tutti i cittadini, devono invece impegnarsi nel pubblico dibattito e nella libera dialettica democratica. E il loro impegno non può esprimersi solo in nome dei grandi principi astratti (giustizia, democrazia, pace nel mondo). Deve concretizzarsi in scelte, istituzioni e politiche precise, si tratti di Stato sociale o di imposte o di debito pubblico. Tutti fanno politica, salvo chi dovrebbe farla in concreto. Non possono esistere soltanto, da un lato, un’élite raffinata di responsabili politici e, dall’altro, un esercito di commentatori e di spettatori, buoni solo per infilare una scheda nell’urna ogni cinque anni. Secondo me, l’idea che l’etica del ricercatore e quella del cittadino sarebbero inconciliabili, e che si dovrebbe scindere il dibattito sui mezzi da quello sui fini, è una pura illusione: certo comprensibile, ma sostanzialmente pericolosa.

Per troppo tempo gli economisti hanno cercato di definire la propria identità a partire dai loro presunti metodi scientifici. In realtà, tali metodi sono soprattutto fondati su un uso smodato dei modelli matematici, i quali si risolvono spesso in un pretesto per farsi spazio e dissimulare la vacuità del ragionamento. Si sono spese troppe energie – e si continua a farlo – in mere speculazioni teoriche, evitando accuratamente di definire con chiarezza i fatti economici, da spiegare in ogni aspetto, o i problemi sociali e politici, da risolvere in ogni modo. Oggi siamo testimoni del grande entusiasmo dei ricercatori di economia per i metodi empirici a base di simulazioni controllate. Utilizzati con moderazione e discernimento, sono metodi certamente nuovi e utili, e hanno quantomeno il merito di orientare una parte della professione verso questioni concrete e verso la conoscenza del territorio (era ora), ma a volte non sono immuni da una certa illusorietà scientista. Per esempio, si può passare un bel po’ di mesi a dimostrare l’esistenza incontestabile di una causa in sé, dimenticando nel frattempo che il problema trattato può avere un interesse limitato. Questi metodi portano spesso a trascurare le lezioni del passato e a dimenticare che l’esperienza storica resta la nostra principale fonte di conoscenza. Non si capirà mai la storia del XX secolo facendo finta che la prima guerra mondiale non sia mai avvenuta, oppure che non siano mai state istituite l’imposta sul reddito e la pensione a ripartizione. Le cause storiche sono ovviamente difficili da stabilire con certezza: siamo sicuri che quella tale politica abbia avuto quel tale effetto, oppure quell’effetto non sarà stato determinato da un’altra causa? Eppure le lezioni, anche imperfette, che possiamo ricavare dalla ricerca storica, in particolare dallo studio del secolo scorso, hanno un valore inestimabile e insostituibile, che nessuna simulazione controllata potrà mai uguagliare. Gli economisti, se vogliono davvero rendersi utili, devono soprattutto imparare a essere più pragmatici nelle loro scelte metodologiche, fare tabula rasa delle proprie certezze, se occorre, e porsi in rapporto con le altre scienze sociali.

Così come, a loro volta, gli altri ricercatori di scienze sociali non devono lasciare lo studio dei fatti economici ai soli economisti, devono smetterla di andare in fibrillazione quando vedono una cifra, magari gridando all’impostura, e limitarsi a riconoscere che ogni cifra è una costruzione sociale, una cosa verissima ma anche insufficiente. In fondo, i due atteggiamenti – di sostanziale rinuncia al sapere altrui – finiscono per identificarsi, perché finiscono per lasciare il campo libero ad altri.

Il capitale nel XXI secolo
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