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REDDITO E PRODOTTO
Il 16 agosto 2012 la polizia sudafricana interviene nel conflitto che oppone gli operai della miniera di platino di Marikana, presso Johannesburg, ai proprietari del giacimento, gli azionisti della compagnia Lonmin, con sede a Londra. Le forze dell’ordine sparano pallottole vere sugli scioperanti. Bilancio: trentaquattro morti tra i minatori.1 Come spesso accade in questi casi, il conflitto sociale si è focalizzato sulla questione salariale: i minatori chiedevano che il loro salario passasse da 500 euro al mese a 1000. Dopo la drammatica svolta, la compagnia proporrà alla fine un aumento di 75 euro al mese.2
L’episodio, scelto tra i più recenti, serve a ricordarci, qualora ve ne fosse bisogno, che la questione della ripartizione del prodotto tra salari e profitti, tra redditi da lavoro e redditi da capitale, ha sempre occupato il primo posto nel conflitto distributivo. Già nelle società tradizionali l’opposizione tra il proprietario fondiario e il contadino, tra chi possiede la terra e chi la lavora, tra chi riceve la rendita fondiaria e chi la versa, è stata alla base della disuguaglianza sociale e di tutte le rivolte che ne sono conseguite. La Rivoluzione industriale sembra aver esasperato il conflitto capitale-lavoro, forse in seguito al manifestarsi di forme di produzione più intensive in fatto di capitale (macchine, risorse naturali ecc.) rispetto al passato, o forse anche in seguito alle delusioni delle speranze riposte in una ripartizione più equa e in un ordine sociale più democratico – tema su cui torneremo.
Fatto sta che tragici eventi come quello di Marikana ci riportano inevitabilmente alla memoria episodi di violenza più lontani nel tempo. In Haymarket Square, a Chicago, il 1° maggio 1886, poi di nuovo a Fourmies, nel Nord della Francia, il 1° maggio 1891, le forze dell’ordine hanno sparato colpi mortali sugli operai in sciopero che chiedevano aumenti di salario. Lo scontro capitale-lavoro appartiene al passato o tornerà a essere una delle chiavi di volta del XXI secolo?
Nelle prime due parti del volume, affronteremo il problema della suddivisione globale del reddito nazionale tra lavoro e capitale, e quello delle sue trasformazioni dal XVIII secolo in avanti. Accantoneremo quindi, per il momento, la questione delle disuguaglianze connaturate ai redditi da lavoro (per esempio tra operaio, lavoratore specializzato e direttore d’azienda) o connaturate ai redditi da capitale (per esempio tra piccoli, medi o grossi azionisti o proprietari), il cui esame verrà affrontato nella Parte terza. È chiaro che ciascuno dei due aspetti della distribuzione delle ricchezze – la distribuzione “fattoriale”, che oppone “fattori” di prodotto quali sono il capitale e il lavoro, considerati artificialmente due blocchi omogenei, e la distribuzione cosiddetta “individuale”, riguardante la disuguaglianza dei redditi da lavoro e da capitale a livello di individui – svolge di fatto un ruolo fondamentale, e che è impossibile arrivare a una comprensione soddisfacente del problema della distribuzione senza analizzarli congiuntamente.3
Va anche detto che, nell’agosto 2012, i minatori di Marikana non erano soltanto in sciopero contro i profitti da loro giudicati eccessivi accumulati dal gruppo Lonmin, ma anche contro la disuguaglianza salariale tra operai e quadri dirigenti, nonché contro il salario apparentemente strabiliante del direttore della miniera.4 D’altra parte, se la proprietà del capitale fosse ripartita in modo rigorosamente ugualitario e se ciascun salariato ricevesse una quota pari ai profitti e complementare al salario, la questione della divisione profitti/salari non interesserebbe (quasi) più nessuno. La divisione capitale-lavoro suscita tanti conflitti proprio a causa dell’estrema concentrazione della proprietà del capitale. Di fatto, in tutti i paesi, la disuguaglianza dei patrimoni – e dei redditi da capitale che ne derivano – è sempre molto più accentuata della disuguaglianza dei salari e dei redditi da lavoro. Analizzeremo il fenomeno e le sue cause nella Parte terza. Per ora accetteremo come un dato di fatto la disuguaglianza dei redditi da lavoro e da capitale, e concentreremo la nostra attenzione sulla divisione globale del reddito nazionale tra capitale e lavoro.
Sia chiaro: il mio compito non è quello di istruire processi a favore dei lavoratori contro i proprietari, bensì quello di aiutare tutti a chiarire il proprio pensiero e a farsi un’idea. Un fatto è comunque certo: la disuguaglianza capitale-lavoro è una manifestazione estremamente violenta sul piano simbolico. Colpisce in pieno le opinioni più comuni su ciò che è giusto e ciò che non lo è, e non ci si deve sorprendere che essa dia luogo talvolta a episodi di violenza fisica. Per tutti coloro che non possiedono altro che il loro lavoro, e che spesso vivono in condizioni modeste, o modestissime, come nel caso dei contadini del XVIII secolo o dei minatori di Marikana, è difficile accettare che i detentori del capitale – che lo sono a volte per motivi ereditari, almeno in parte – possano appropriarsi di una quota significativa delle ricchezze prodotte senza lavorare. Considerando anche il fatto che la quota di capitale può raggiungere livelli considerevoli, oscillando spesso tra un quarto e la metà del prodotto, talvolta oltre la metà nei settori a capitale intensivo come l’estrazione mineraria, o ancora di più, quando situazioni di monopolio locale permettono ai proprietari di appropriarsi di una quota ancora più elevata del prodotto.
Tutti, in ogni caso, possono ben capire che se il prodotto fosse riservato in toto ai salari e per nulla ai profitti, sarebbe certo difficile attirare capitali che consentano di finanziare nuovi investimenti, quantomeno secondo il modello di organizzazione attuale (se ne possono certo immaginare altri). Senza contare che non è giustificabile a priori sopprimere ogni retribuzione per coloro che scelgono di risparmiare più degli altri – sempre che si tratti di risorse che potrebbero concorrere alla disuguaglianza dei beni, questione, questa, che esamineremo più avanti. E senza neppure dimenticare che una quota di quello che chiamiamo “reddito da capitale” corrisponde a volte, almeno in parte, a una retribuzione da lavoro “imprenditoriale”, e dovrebbe quindi essere valutata come le altre forme di lavoro. Si tratta di un argomento classico, che andrà studiato da vicino. Tenuto conto di tutti questi elementi, quale sarà il livello “giusto” di divisione tra capitale e lavoro? Siamo sicuri che il “libero” funzionamento di un’economia di mercato e di proprietà privata conduca sempre e ovunque, come per incanto, al livello ottimale? Come dovrebbe essere organizzata, in una società ideale, la divisione capitale-lavoro, e che cosa si dovrebbe fare per avvicinarsi a quel livello di organizzazione?