2.
L’ultima parte del viaggio, quando era ormai vicino a Mosca, Jurij Andrèevich l’aveva fatta in treno, mentre la prima, assai più lunga, a piedi.
Lo spettacolo dei villaggi che attraversava non era più confortante di quello visto in Siberia e negli Urali, al tempo della sua fuga dai boschi. Solo che allora aveva viaggiato d’inverno; ora invece era quasi il finire dell’estate, un autunno caldo e asciutto, e ogni cosa era più agevole.
La metà dei villaggi erano deserti come dopo un’incursione nemica; i campi abbandonati e non mietuti, ed era quella la reale presenza della guerra, della guerra civile.
Per due o tre giorni alla fine di settembre aveva camminato lungo l’alta ripa scoscesa di un fiume. Il fiume, che scorreva nella direzione opposta, si trovava alla sua destra. A sinistra si stendevano a perdita d’occhio, dalla strada fino alla linea dell’orizzonte ingombro di nuvole, campi non mietuti, interrotti qua e là da boschi di latifoglie, dove predominavano la quercia, l’olmo e l’acero. I boschi correvano verso il fiume in profondi burroni e tagliavano la strada con strapiombi e ripidi pendii.
Nei campi le spighe troppo mature si aprivano, lasciavano cadere a terra la segale. Jurij Andrèevich si riempiva a manciate la bocca di quei chicchi, li macinava a fatica coi denti e se ne nutriva, quando non aveva neanche la possibilità di bollirli per farne una pappa. Lo stomaco digeriva male quel cibo crudo, appena masticato.
Jurij Andrèevich non aveva mai visto in vita sua una segale così sinistramente bruna, marrone, del colore di oro vecchio brunito. In genere, mietuta a suo tempo, la segale è molto più chiara.
Quei campi color fiamma, che ardevano senza fuoco, quei campi che senza suono urlavano la loro invocazione d’aiuto, erano incorniciati dalla calma indifferenza di un cielo senza fine che già volgeva verso l’inverno e dove, come ombre su un volto, nuotavano, instancabili, lunghe nuvole di neve, stratificate, nere al centro e orlate di bianco.
Tutto aveva un moto lento, regolare. Scorreva il fiume, incontro gli veniva la strada, sulla strada camminava il dottore, le nubi avanzavano nella stessa direzione. Nemmeno i campi rimanevano immobili: qualcosa si muoveva sulla loro distesa in preda a un minuto, irrequieto brulichio che dava ribrezzo.
I topi vi si erano moltiplicati in numero sterminato, mai visto fino ad allora. Gli correvano sulla faccia e sulle mani, gli si arrampicavano su per le gambe e dentro le maniche, quando la notte lo coglieva in aperta campagna e gli toccava sdraiarsi a dormire in mezzo ai solchi. Di giorno torme di topi ben pasciuti gli si intrufolavano tra i piedi lungo la strada e, a schiacciarli, si trasformavano in una viscida melma che ancora s’agitava e squittiva.
A rispettosa distanza lo seguivano in muta terribili mastini di campagna, villosi e inselvatichiti, che si guardavano tra loro come per consigliarsi sul momento di avventarglisi contro e sbranarlo. Si nutrivano di carogne, ma non disdegnavano nemmeno i sorci di cui la campagna formicolava, e osservavano da lontano il dottore, muovendosi sicuri sulle sue orme, sempre in attesa di qualcosa. Però non s’inoltravano nei boschi; quando si profilava un bosco, a poco a poco restavano indietro, si voltavano e scomparivano.
I campi e le foreste offrivano allora due paesaggi completamente opposti. I campi, senza l’uomo, erano divenuti orfani, come colpiti in sua assenza da una maledizione. I boschi, invece, liberi dall’uomo, in salvo, si erano ravvivati come prigionieri tornati in libertà.
Di solito gli uomini, specie i ragazzi di campagna, non lasciano che le noci maturino, e le colgono ancora verdi insieme ai rami. Ora i declivi boscosi delle colline e dei burroni erano fittamente ricoperti di un intatto scabro fogliame d’un oro come impolverato e irruvidito dal sole autunnale. Ne emergevano allegri mazzetti rigonfi di tre o quattro noci, come legate insieme, allacciate da nodi, mature, già lì per li per schizzare fuori dai loro involucri che ancora le trattenevano. Lungo la strada Jurij Andrèevich ne spaccava e ne mangiava a non finire. Se ne riempiva le tasche e la bisaccia. Per un’intera settimana furono il suo principale alimento.
I campi, era come li vedesse nel delirio della febbre, durante una grave malattia, i boschi invece nello stato di lucidità dell’uomo guarito, e gli pareva che nel bosco abitasse Dio e sui campi risuonasse il beffardo riso del diavolo.