16.

Conversavano già da molto tempo, da varie ore, come conversano soltanto gli uomini russi in Russia, e in particolare conversavano gli uomini presi dal terrore e dall’angoscia, smaniosi e frenetici, come tutti erano allora. Imbruniva. Era già quasi buio.

Oltre a quella febbrile loquacità comune a tutti, Strèl’nikov parlava senza tregua anche per un’altra ragione, tutta sua.

Non si saziava di parlare e disperatamente si attaccava alla conversazione per sfuggire alla solitudine. Temeva forse i rimorsi della coscienza, lo perseguitavano tristi ricordi, o lo tormentava quella scontentezza che fa desiderare la morte per sfuggire alla vergogna e all’odio verso se stessi? Aveva forse preso una disperata, irrevocabile decisione, con la quale non voleva restare a tu per tu e di cui, per quanto era possibile, rimandava l’attuazione, chiacchierando col dottore e rimanendo con lui?

Certo era che Strèl’nikov nascondeva qualche pensiero che segretamente lo assillava: per tutto il resto si abbandonava alle più aperte confidenze.

Era la malattia dei secolo, la follia rivoluzionaria dell’epoca. Nei pensieri tutti erano diversi da quel che erano nelle proprie parole e manifestazioni esteriori; ciascuno aveva la coscienza macchiata e poteva a ragione sentirsi colpevole di tutto, sentirsi un ignorato malfattore, un impostore non smascherato. Al minimo pretesto, un’immaginazione autolesionistica si scatenava sino agli estremi limiti. La gente s’inventava, si addossava colpe non solo sotto la pressione del terrore, ma per un morboso impulso distruttivo, in uno stato di “trance” metafisico e in preda a quella passione d’autocondanna che basta sprigionare per non poterla fermare mai più.

Quante di queste deposizioni rese prima della morte, scritte o verbali, aveva letto e ascoltato a suo tempo l’alta personalità militare e talvolta anche giudice del consiglio di guerra, Strèl’nikov. Ora era lui a essere posseduto da un simile furore di autodenuncia: riesaminava tutto di sé, di tutto tirava le somme, e tutto vedeva attraverso una deformazione accesa, mostruosa, delirante.

Raccontava disordinatamente, saltando da una confessione all’altra.

«E’ stato presso Cità. Vi siete meravigliato di tutte queste rarità di cui ho riempito gli armadi e i cassetti della casa? E’ tutta roba delle requisizioni militari che effettuammo quando l’Esercito Rosso occupò la Siberia Orientale. Si capisce, non ho portato qui tutta questa roba da solo. La vita mi ha sempre viziato, mettendomi vicino uomini fedeli, devoti. Queste candele, questi fiammiferi, il caffè, il tè, gli oggetti di cancelleria e altro, in parte provengono da beni militari cèchi, in parte sono giapponesi e inglesi. Cose da strabiliare, non è vero? ‘Non è vero?’ era l’espressione preferita di mia moglie. Certo l’avrete notato. Non sapevo se dirvelo, ma ora ve lo confesso: ero venuto per vedere lei e la bambina. Mi hanno comunicato troppo tardi che erano qui, non ho fatto in tempo. Quando, dalle voci e dai rapporti ho saputo della vostra intimità con lei e per la prima volta mi hanno fatto il nome del ‘dottor Zivago’, è incredibile come fra i mille volti che in questi anni mi sono balenati dinanzi, mi sia potuto ricordare proprio del dottore con quel cognome, che una volta avevano condotto davanti a me per l’interrogatorio.»

«E avete rimpianto di non averlo fucilato?»

Strèl’nikov non rispose. Forse nemmeno si accorse che il suo monologo era stato interrotto. Continuò assorto, tutto preso dai suoi pensieri:

«Certo, sono stato geloso di voi e lo sono ancora. Poteva essere altrimenti? Io mi nascondo qui solo da alcuni mesi, dopo che sono stati scoperti gli altri miei rifugi più lontani, in Oriente. In base a una falsa accusa dovevo comparire davanti al tribunale militare. Era facile prevedere il risultato. Sapevo di non avere nessuna colpa. Mi nacque la speranza di potermi giustificare e di poter difendere il mio buon nome in seguito, in migliori circostanze. Decisi così di scomparire in tempo, prima dell’arresto: di nascondermi, vagabondare, far vita da eremita. E forse alla fine mi sarei anche salvato. Mi tradì un giovane farabutto che si era guadagnato la mia fiducia.

«In pieno inverno attraversai la Siberia, dirigendomi verso occidente, nascondendomi, facendo la fame. Mi scavavo una tana nei cumuli di neve, pernottavo nei treni sepolti dalla neve, immobilizzati sulla linea della ferrovia siberiana in interminabili catene.

«Nei miei vagabondaggi incontrai un ragazzo, fuggiasco anche lui, che mi disse di essersi salvato da una fucilazione in massa, restando vivo per caso. Mi raccontò che era strisciato fuori dall’ammasso di cadaveri, si era ripreso e, guarito delle ferite, aveva cominciato a vagare, rifugiandosi in ogni sorta di tane e di covili, come me. Così almeno mi disse. Un piccolo delinquente corrotto, arretrato, un ripetente dell’Istituto tecnico, da cui era stato espulso per inettitudine.»

Quanti più particolari riferiva Strèl’nikov, tanto più il dottore identificava il ragazzo.

«Il suo nome è Terentij, e Galuzin il cognome?»

«Sì.»

«Allora tutto quello che ha detto dei partigiani e della fucilazione è vero. Non ha inventato niente.»

«Aveva solo una buona qualità, venerava sua madre fino alla follia. Suo padre era scomparso fra gli ostaggi. Aveva saputo che la mamma era in prigione e che stava per seguire la sorte del marito: decise così di rischiare il tutto per tutto pur di salvarla. Alla Cekà distrettuale, dove si presentò riconoscendo le proprie colpe e offrendo i propri servigi, acconsentirono a perdonargli ogni cosa, in cambio di qualche buona informazione. Così indicò il mio nascondiglio. Riuscii però a prevenire il suo tradimento e a fuggire in tempo. Con sforzi sovrumani, attraverso mille traversie, ho percorso tutta la Siberia e sono arrivato sin qui, in queste parti dove sono più conosciuto di chissà chi, e dove perciò non si sarebbero mai immaginati che avrei avuto l’audacia di venire. Infatti hanno a lungo seguitato a ricercarmi dalle parti di Cità, mentre io già mi nascondevo in questa casa o in altri rifugi dei dintorni. Ma ora è finita, mi hanno scovato anche qui. Sentite. E’ quasi notte. Si avvicina l’ora che detesto, perché già da tempo non posso più dormire. Voi sapete che tormento sia. Se non avete ancora consumato tutte le mie candele - magnifiche, di stearina, non è vero? - parliamo ancora un po’. Parliamo finché resisterete, con ogni comodità, con tutta la notte dinanzi a noi, e le candele accese.»

«Le candele sono intatte. Ne è stato aperto solo un pacco. Io mi sono servito del petrolio che ho trovato qui.»

«Avete del pane?»

«No.»

«Di che cosa vivevate, allora? Ma che domanda stupida. Di patate, lo so.»

«Sì. Qui ce n’è quante se ne vuole. I padroni erano gente esperta e previdente. Sapevano come ricoprirle. Sono tutte perfettamente conservate nella cantina, non sono né marcite, né gelate.»

All’improvviso Strel’nikov prese a parlare della rivoluzione.

Il dottor Zivago
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