2.
A un tratto la strada affrontava una lunga salita e il panorama andava via via allargandosi: sembrava che la strada non la finisse più di salire e l’orizzonte di allargarsi. Ma quando i cavalli e gli uomini, già sfiniti, si fermarono per riprender fiato, la salita era terminata. Più avanti, sotto il ponte, si gettava rapido il fiume Kezma.
Oltre il fiume, su un’altura ancora più ripida, si levava il muro di mattoni del monastero di Vozdvizensk. La strada aggirava in basso il pendio e, con alcune curve fra i cortili della periferia, penetrava all’interno della città. Qui toccava ancora una volta un tratto della proprietà dei monaci, sulla piazza principale, dove si spalancava il portone di ferro del monastero, verniciato di verde. Una scritta in oro, a semicerchio sull’arco dell’ingresso, coronava l’icona: «Benedetta, croce che dai la vita, invincibile vittoria della pietà!»
L’inverno stava per finire: era la Settimana di Passione, il termine della Quaresima. Nelle vie la neve si anneriva per il disgelo incipiente, ma era ancora bianca sui tetti, dove incombeva simile a un berretto ben calato.
Ai ragazzi, che si arrampicavano sul campanile di Vozdvizensk, le case in basso sembravano piccoli scrigni, cofanetti raccolti in mucchio, a cui si avvicinavano ometti neri, grandi come puntini. Ai gesti, se ne poteva riconoscere qualcuno. Leggevano, attaccata ai muri, l’ordinanza del supremo reggente per la chiamata alle armi di tre nuove classi.