6.

«Venti anni fa Mikùlicyn era studente dell’Istituto tecnologico di Pietroburgo. Fu allora che arrivò qui, mandatovi sotto sorveglianza della polizia. Arrivò, ottenne il posto di amministratore presso Krueger e si sposò. Qui da noi c’erano le quattro sorelle Tuncev, una di più di quelle di Cechov, corteggiate da tutti gli studenti di Jurjatin: Agrafena, Edvòkija, Glafira e Serafina Severìnovna. Parafrasando il loro patronimico, tutti le chiamavano le ‘severianki’52. Mikùlicyn sposò la maggiore.

«Presto ebbero un figlio. In omaggio alla dea della libertà, quello stupido del padre lo battezzò con un nome insolito, Liverij. Liverij, detto più semplicemente Livka, crebbe come un monello, rivelando attitudini varie e d’eccezione. Scoppiata la guerra, Livka si aggiunse qualche anno nell’atto di nascita e fuggì a quindici anni per andare volontario al fronte. Agrafena Severìnovna, già malaticcia, non sopportò il colpo, si mise a letto per non alzarsi più e morì due inverni or sono, poco prima della rivoluzione.

«Finì la guerra. Tornò anche Liverij. Ma chi era adesso? Un eroe, un sottotenente decorato con tre croci e, naturalmente, tutto persuaso e convinto, delegato bolscevico del fronte. Avete sentito nominare i ‘Fratelli del Bosco’?»

«No, mi dispiace.»

«Allora non ha senso parlarne, metà dell’effetto andrebbe perduto. E’ inutile anche che guardiate questa strada maestra, che non ha nulla d’interessante, se non i partigiani. Chi sono? I partigiani sono i quadri fondamentali della, guerra civile. Due elementi hanno contribuito a creare questa forza: l’organizzazione politica che si è assunta la direzione della rivoluzione e i soldati semplici, che dopo la guerra perduta si sono rifiutati di obbedire alle vecchie autorità. Dalla combinazione di questi due elementi è nata l’armata partigiana, composta nel modo più vario. La maggior parte è costituita da contadini medi. Ma, tra loro, troverete chi volete. Contadini poveri, monaci che hanno gettato la tonaca e figli di “kulàk” che combattono contro i loro padri. Idealisti anarchici, vagabondi senza passaporto, fannulloni, espulsi dalle scuole, già in età di ammogliarsi. Ci sono prigionieri austro-tedeschi, attratti dalla promessa della libertà e del ritorno in patria. Ecco, una delle unità di questa sterminata armata popolare, l’unità chiamata appunto ‘Fratelli dei Bosco’, è comandata dal compagno Lesnych, Livka, Liverij Avèrkievich, il figlio di Avèrkij Stepànovich Mikùlicyn.»

«Ma che dite?»

«Quel che avete sentito. Comunque, continuo. Dopo la morte della moglie, Avèrkij Stepànovich si è sposato una seconda volta. La moglie, Elena Pròklovna, è una liceale, portata all’altare direttamente dai banchi di scuola. Ingenua per natura, posa ancor più a ingenua, per calcolo; giovane com’è, vuole apparire ancora più giovane. Così bamboleggia, pigola, cinguetta, fa la santarellina, la stupidella, la lodoletta dei campi. Appena vi vedrà, comincerà a farvi l’esame: ‘In che anno è nato Suvorov?’ ‘Enumerate i casi di eguaglianza dei triangoli.’ E, se vi coglie in fallo, è tutta felice. Fra poche ore la vedrete, e potrete controllare.

«Lui, poi, ha altre debolezze; la pipa e lo slavo ecclesiastico, da seminario: ‘in queste condizioni, non avere esitazioni’53. Il suo campo d’azione doveva essere il mare. Ha frequentato l’istituto di costruzioni navali e qualcosa di marinaresco gli è rimasto nell’aspetto, nelle abitudini. Si fa la barba, per giorni interi non si toglie la pipa di bocca, filtra le parole attraverso i denti, in modo cortese e senza fretta. Ha la mascella inferiore sporgente, da fumatore, freddi occhi grigi. Ah, dimenticavo un particolare: è un socialrivoluzionario, eletto all’Assemblea Costituente del nostro territorio.»

«Davvero? Allora lui e il figlio sono ai ferri corti! Sono avversari politici.»

«A parole, si capisce. Ma in realtà la “tajgà” non fa la guerra a Varykino. Ma vado avanti. Le altre Tuncev, le cognate di Avèrkij Stepànovich, sono tuttora, a Jurjatin, zitelle. Ma, cambiati i tempi, sono cambiate anche le ragazze.

«La maggiore delle sorelle che rimangono, Evdòkija Severìnovna, è bibliotecaria nella sala di lettura cittadina. Una cara signorina, bruna, estremamente timida. Per un nonnulla diventa rossa come un papavero. Nella sala di lettura c’è un silenzio di tomba, un silenzio teso. Ma l’assale il suo raffreddore cronico e allora starnutisce una ventina di volte di seguito, e dalla vergogna vorrebbe sprofondare sotto terra. Che volete farci? E’ questione di nervi.

«Glafira Severìnovna, quella di mezzo, è la benedizione delle sorelle. Una ragazza in gamba, lavoratrice d’eccezione. Nessun lavoro la spaventa. E’ convinzione generale e unanime che Lesnych, il capo partigiano, abbia preso dalla zia. Ecco, sta lì magari a lavorare nell’“artèl”54 di cucito o di confezione delle calze. Ma non fai in tempo a voltarti, che già la ritrovi parrucchiera. Avete fatto caso, alla stazione di Jurjatin, a quella scambista che ci minacciava col pugno e ci mostrava la lingua? Guarda un po’, ho pensato, sta’ a vedere che Glafira s’è fatta assumere alle ferrovie. Ma, a quanto pare, non era lei. Era troppo vecchia.

«La minore, Sìmushka, è la croce, il tormento della famiglia. Una ragazza istruita, colta. Ha studiato filosofia, amava la poesia. Ma negli anni della rivoluzione, sotto l’influsso dell’esaltazione generale, delle dimostrazioni, dei discorsi in piazza, ecco che le ha dato di volta il cervello e le è presa una mania religiosa. Quando le sorelle vanno al lavoro, la chiudono in casa sotto chiave, ma lei salta dalla finestra e va per le strade, raccoglie gente e predica un secondo avvento, la fine del mondo. Ma io chiacchiero e intanto eccomi alla mia stazione. La vostra è la prossima. Preparatevi.»

Quando Anfìm Efìmovich fu sceso dal treno, Antonina Aleksàndrovna disse:

«Non so che te ne sembra, ma secondo me quell’uomo ci è stato mandato dal destino. Credo che svolgerà una parte benefica nella nostra esistenza.»

«Può darsi benissimo, Tònechka. Ma non mi diverte l’idea che ti riconoscano subito per la tua somiglianza col nonno, e che si ricordino così bene di lui. Anche Strèl’nikov, appena ho nominato Varykino, ha subito insinuato: ‘Varykino, le officine Krueger? Non sareste per caso parenti? Gli eredi?’ Ho paura che qui saremo più in vista che a Mosca, e pensare che l’abbiamo lasciata per passare meglio inosservati. Certo, ormai non c’è rimedio: e poi, perduta la testa, non si piange per i capelli. Ma è meglio starsene da parte, quatti quatti, senza mostrarsi, tanto. In complesso, non ho un buon presentimento. Ma svegliamo gli altri, raccogliamo la roba, leghiamola, e prepariamoci a scenderle.»

Il dottor Zivago
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