8.

Verso sera si lavarono tutti con l’acqua calda, rimasta in abbondanza dopo il bucato. Mentre Lara lavava Kàten’ka, Jurij Andrèevich, con una beata sensazione di pulizia, sedeva allo scrittoio di fronte alla finestra, volgendo le spalle alla stanza dove Lara, fragrante, avvolta nell’accappatoio, coi capelli umidi stretti in un asciugamano a spugna, a mo’ di turbante, accudiva Kàten’ka e si preparava per la notte. Già pregustando la prossima possibilità di concentrarsi, Jurij Andrèevich sentiva quanto accadeva intorno attraverso la cortina di un’attenzione intenerita che accomunava tutte le cose.

Era l’una di notte, quando Lara, che fino a quel momento aveva finto di dormire, si assopì realmente. La biancheria fresca, ricamata, splendeva pulita, stirata, su lei, su Kàten’ka e nel letto. Anche in quegli anni lei trovava il modo di inamidarla.

Un silenzio beato, colmo di felicità, che alitava dolcemente di vita, circondava Jurij Andrèevich. La luce della lampada cadeva con un giallo pacato sul biancore dei fogli e con un riflesso dorato galleggiava sulla superficie dell’inchiostro, all’interno del calamaio. Fuori della finestra stava l’azzurra notte invernale, di gelo. Jurij Andrèevich passò nella stanza accanto, fredda e non illuminata, da cui si vedeva meglio l’esterno, e guardò dalla finestra. La luce della luna piena fasciava la radura nevosa con una vischiosità tattile d’albume o di biacca. La sontuosità della notte di gelo era indescrivibile. La pace era scesa nel suo animo. Tornò nella stanza illuminata e calda, e si mise a scrivere.

Con una rapida calligrafia, curando che la scrittura rendesse il movimento vivo della mano, senza perdere la propria fisionomia e senza per troppo distacco divenir anonima e muta, richiamava alla memoria, scriveva in redazioni diverse che andavano perfezionandosi gradatamente e si allontanavano dalla forma originaria, ciò che sentiva in sé di più chiaro e definito: “La stella di Natale”, “Notte invernale” e varie altre liriche analoghe, in seguito dimenticate, che, andarono disperse e che nessuno ritrovò.

Quindi, dalle cose ormai depositate nel suo intimo, cose compiute, passò ad altre, che aveva cominciato e poi abbandonato, cercò di rientrare nel loro tono e di portarle avanti, pur senza la minima speranza di poterle subito terminare. Poi altre idee lo presero, ci si abbandonò, e passò a qualcosa di nuovo.

Dopo due o tre strofe composte di getto e alcune similitudini che quasi lo sorpresero, il lavoro s’impossessò di lui e avverti l’avvicinarsi di ciò che si chiama ispirazione. Il rapporto di forze che presiede alla creazione pare in tal caso capovolgersi: la priorità non è più dell’uomo né dello stato d’animo che egli cerca di rendere, ma del linguaggio con cui vuole esprimerlo. Il linguaggio, dal quale nascono e del quale si rivestono il significato e la bellezza, comincia a pensare e a parlare da sé, per conto dell’uomo, e diventa tutto musica, non nel senso di un’esteriore risonanza fonetica, ma in quello dell’impetuosità e potenza del suo flusso interiore. Allora, simile alla massa irruente di un fiume che col suo scorrere leviga le pietre del fondo e fa girare le ruote dei mulini, il linguaggio che si effonde va creando da sé, con la forza delle sue leggi, procedendo nel suo corso, il metro e la rima e mille altre forme e rapporti più importanti, finora non colti, non indagati, senza nome.

In quei momenti Jurij Andrèevich sentiva che non era lui a compiere il lavoro essenziale, ma qualcosa più grande di lui, al di sopra di lui, lo guidava: la situazione del pensiero e della poesia nel mondo, ciò che alla poesia era riservato dall’avvenire, il passo successivo che avrebbe dovuto compiere nel suo sviluppo storico. Lui era soltanto un’occasione, un punto d’appoggio perché essa potesse mettersi in movimento.

Si liberava così dei risentimenti; la scontentezza di sé, la sensazione della propria nullità per un momento lo abbandonavano. Si volgeva indietro, si guardava intorno.

Vedeva sui guanciali bianchi come la neve le teste di Lara e di Kàten’ka addormentate. Il candore della biancheria, la pulizia delle stanze, la purezza dei loro visi, fondendosi con la nitidezza della notte, della neve, delle stelle e della luna in un’unica onda di eguale forza, che filtrava attraverso il suo cuore, lo facevano esultare e piangere per la sensazione di trionfante purezza dell’esistenza.

«Signore! Signore!» avrebbe voluto mormorare. «E tutto questo a me? Perché mi è dato tanto? Come mi hai lasciato venire a te, concedendomi di camminare su questa tua terra impareggiabile, sotto queste tue stelle, accanto a questa creatura avventata, senza rimpianti, sfortunata, adorata?»

Erano le tre di notte, quando alzò gli occhi dalla scrivania e dalla carta. Dalla chiusa concentrazione in cui era completamente sprofondato, ora ritornava a sé, alla realtà, felice, forte, tranquillo. All’improvviso, nel silenzio degli spazi lontani che si stendevano fuori della finestra, udì una nota triste e accorata.

Passò nella stanza vicina, buia, per guardare fuori. Durante le ore che aveva trascorso scrivendo, i vetri si erano coperti di uno spesso strato di brina e non lasciavano distinguere nulla. Scostò il tappeto arrotolato, messo davanti alla porta d’entrata per le correnti d’aria, si buttò sulle spalle la pelliccia, e uscì sul terrazzino d’ingresso.

Lo abbagliò il bianco fulgore che ammantava e faceva splendere la neve, senza un’ombra, sotto la luce della luna. Dapprima non riuscì a fissare lo sguardo e a vedere nulla. Ma, dopo un istante, affievolito dalla distanza, gli arrivò un ululio, prolungato, lamentosamente uterino, e notò allora sull’orlo della radura, al di là del burrone, quattro ombre in lungo, non più grandi di un trattino.

I lupi stavano in fila, coi musi rivolti verso la casa e protesi in alto; ululavano contro la luna o contro le finestre della casa dei Mikùlicyn, che riflettevano quella luce argentea. Per alcuni istanti rimasero immobili, ma, nell’attimo in cui Jurij Andrèevich capì che si trattava di lupi, come se il suo pensiero li avesse raggiunti, trottarono via dalla radura, le groppe abbassate come cani. Non riuscì a capire in quale direzione fossero fuggiti.

«Brutta novità,» pensò. «Ci mancavano anche loro. Possibile che abbiano la tana qui vicino? Forse proprio nel burrone. E’ terribile! E c’è la cavalla di Samdevjatov nella stalla. Forse hanno fiutato proprio la cavalla.»

Decise per il momento di non dir nulla a Lara, per non spaventarla; rientrò, chiuse per bene il portone e tutte le porte tra la parte riscaldata della casa e quella non abitata, tappò le fessure e i buchi e tornò verso la scrivania.

La lampada ardeva luminosa e accogliente, come prima. Ma ora non aveva più voglia di scrivere. Non riusciva a rasserenarsi, non poteva più pensare a nulla, all’infuori dei lupi e delle altre complicazioni che li minacciavano. E poi era stanco. In quel momento Lara si svegliò.

«Tu ardi sempre ed emani calore, mia piccola candela accesa!» disse con un bisbiglio caldo e pieno di sonno. «Siediti un momento qui, accanto a me. Ti racconterò il sogno che ho fatto.»

E il dottore spense la lampada.

Il dottor Zivago
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