13.
Era ormai buio. Notte tutt’intorno. Solo il bianco cerchio della luce della lampadina tascabile della Demin sobbalzava cinque passi davanti a loro, da un mucchio di neve all’altro, e confondeva la vista più che illuminare la strada. Intorno era notte e la casa era rimasta indietro, la casa dove tanta gente la conosceva, dove lei era stata tante volte da piccola, dove, a quel che raccontavano, era cresciuto il bambino che sarebbe stato suo marito, Antipov.
La Demin gli si rivolgeva con un tono protettivo e scherzoso:
«Sul serio potete proseguire senza lampadina? Eh? Se no, potrei anche darvela, compagno dottore. Sì. Una volta avevo addirittura una cotta, l’amavo moltissimo, quando eravamo ragazzine. Loro avevano una sartoria, un laboratorio. E io ero sartina, apprendista. Quest’anno l’ho vista. E’ passata di qui, era a Mosca di passaggio. Le ho detto: Dove vai, stupida? Avrebbe potuto restare. Avremmo vissuto insieme, si sarebbe trovata un lavoro. Macché. Non ha voluto. Affari suoi. S’è innamorata di Pashka col cervello, e non col cuore, e da allora non ragiona più. E così è partita.»
«Cosa pensate di lei?»
«Attento, qui si scivola. Quante volte ho detto di non versare l’acqua sporca davanti alla porta! Come parlare ai muri. Cosa penso di lei? Che ne penso? Che volete pensare? Non ne ho il tempo. Ecco, io abito qui. Le ho tenuto nascosto che suo fratello, militare, probabilmente è stato fucilato. Ma sua madre, la mia antica padrona, forse la salverò. Mi do da fare per lei. Be’, sono arrivata. Arrivederci.»
Si separarono. La luce della lampadina della Demin si ficcò dentro una stretta scala di pietra e corse su, illuminando le sudicie pareti: il dottore fu circondato dal buio. A destra si stendeva la via Sadòvaja-Triumfàl’naja, a sinistra la Sadòvaja-Karètnaja. Nella nera lontananza, sulla nera neve, non erano più strade nel senso comune della parola, ma quasi due passaggi praticati nella fitta “tajgà” degli edifici di pietra allineati senza fine, come se ne trovano nelle impraticabili boscaglie degli Urali e della Siberia.
A casa c’era luce, calore.
«Come mai così tardi?» domandò Antonina Aleksàndrovna e, senza aspettare la risposta, continuò: «Qui, mentre non c’eri, è successo un fatto curioso, una stranezza inspiegabile. M’ero dimenticata di dirti che ieri papà aveva rotto la sveglia ed era disperato. Era l’ultimo orologio della casa. S’era messo a ripararlo, ma, fruga e rifruga, non aveva combinato niente. L’orologiaio all’angolo ha chiesto un prezzo inaudito, tre libbre di pane. Che fare? Papà era tutto avvilito. Un’ora fa, pensa, a un tratto un trillo assordante, penetrante. La sveglia! S’è messa a funzionare da sola, capisci?»
«E’ l’ora del tifo che è suonata per me,» scherzò Jurij Andrèevich e raccontò dell’ammalata e del “carillon”.