8.

Con una cavalla bianca, che aveva figliato da poco, li portò a destinazione un vecchio dalle grandi orecchie, irsuto, bianco come un gheppio. E bianco, ma per ragioni diverse, era anche tutto quello che indossava. I suoi “lapti”55 nuovi non erano ancora riusciti ad annerirsi per l’uso; i pantaloni e la camicia scoloriti, s’erano invece sbiancati col tempo.

Dietro la bianca cavalla, buttando in fuori le zampe cartilaginose che non avevano ancora fatto le ossa, correva un puledro nero come la notte, con la testa dal pelo ricciuto, somigliante a un giocattolo di legno intagliato.

Seduti sulle fiancate del carro che a ogni buca sobbalzava, per non cadere i viaggiatori si reggevano alle spalliere. Avevano una gran pace nell’animo. Il loro sogno s’era avverato, si avvicinavano alla meta del viaggio. Le ultime ore di luce di quella stupenda, limpida giornata si attardavano, si trattenevano con generosa larghezza, con fasto.

La strada ora attraversava il bosco, ora aperte radure. Nel bosco, le scosse provocate da grosse radici facevano piombare uno addosso all’altro i passeggeri, che s’ingobbivano, aggrottavano la fronte e si stringevano fra loro. Nei luoghi aperti, dove lo spazio sembrava buttare in aria il berretto per la gioia, raddrizzavano le spalle, si accomodavano meglio, si scambiavano cenni coi capo.

La zona era montuosa. Come sempre, i monti avevano un volto, una fisionomia: nereggiavano lontani, con ombre possenti e altezzose, contemplando in silenzio i viaggiatori, accompagnati nel loro viaggio da una luce rosea e consolante che li tranquillizzava e infondeva speranza.

Tutto era piacevole, tutto era straordinario, e, più di ogni cosa, quel vecchio strambo vetturino col suo instancabile chiacchiericcio, nel quale le tracce di antiche forme russe ormai scomparse, residui tartari e le caratteristiche locali si mescolavano a stranezze di sua invenzione.

Quando il puledro restava indietro, la cavalla si fermava ad aspettarlo, e quello la raggiungeva leggero, con balzi capricciosi e danzanti. Col passo inesperto delle lunghe zampe ravvicinate si accostava di fianco al carro e, spingendo oltre la stanga la piccola testa sul lungo collo, succhiava dalla madre.

«Non capisco,» diceva ad alta voce Antonina Aleksàndrovna, battendo i denti per i sobbalzi e staccando le parole per non mordersi la lingua alle scosse improvvise: «Come è possibile che sia lo stesso Vakch di cui raccontava la mamma? Ti ricordi quella storia? Un fabbro che gli avevano strappato le budella in una rissa, e lui se l’era fatte di nuovo. Insomma il fabbro Vakch-Pancia di ferro. Si capisce, una favola. Ma anche se è una favola, che può avere a che fare con questo qui? Ma sarà proprio lui?»

«No, certo. Innanzi tutto, lo dici anche tu che è una favola, del folklore. E poi, anche all’epoca della mamma, come lei diceva, era folklore già vecchio di cent’anni. Ma non parlarne così forte. Potrebbe sentirti e offendersi.»

«Non sente nulla, è duro d’orecchi. E, anche se sentisse, non capirebbe, gli manca un venerdì.»

«Ehi, Fëdor Nefedyc!» chissà per quale motivo il vecchio incitava la bestia con un appellativo maschile, pur sapendo benissimo, certo meglio dei viaggiatori, che era una cavalla. «Accidenti che caldo maledetto! Come i figli dei Persiani nel forno di Abramo! Su, diavolaccio! Dico a te, Mazeppa!»

D’improvviso si mise a cantare brani di chastushki56, composte in altri tempi nelle officine dei dintorni.

 

“Addio, ufficio principale,

Addio pozzo, addio miniera.

Basta col pane padronale,

e con l’acqua della riviera.

Nuota un cigno quasi a riva,

rema l’acqua che sta sotto.

Che c’entra il vino se barcollo,

Vanja l’hanno richiamato.

Ma io, Masha, sono in gamba.

Ma io, Masha, non la bevo.

Voglio andarmene a Seliaba,

ingaggiarmi con la Sentetjuricha”.

 

«Ah, cavalla scordata da Dio! Guardate, gente, che carogna di una bestia! Tu la frusti e lei ti fa: arrangiati! Su, Fedja-Nefedja, quando ti decidi a camminare? Questo bosco lo chiamiamo “tajgà”, e non finisce mai. Qui c’è sotto un esercito di gente contadina, uh-uh! Qui c’è la Confraternita del Bosco. Ehi, Fedja-Nefedja, ti sei fermata un’altra volta, demonio!»

A un tratto si voltò e, fissando in viso Antonina Aleksàndrovna, disse:

«Cosa credi, bella giovane, che non ho capito di dove sei? Sei proprio ingenua, madre mia! Possa sprofondare sotto terra, se non ti ho riconosciuta! E come! Non credo ai miei globi, sembri Grigov ancora vivo! (Il vecchio chiamava gli occhi «globi» e Krueger, Grigov). Non sarai per caso la nipote? Vuoi che non sappia riconoscere Grigov? Io, da lui ci ho passato la vita, mi ci son mangiato i denti. Tutti i mestieri e tutte le specialità. Carpentiere e al rullo, e in scuderia. Be’, muoviti! S’è fermata di nuovo, gambe frolle! Angeli della Cina, dico a te o no? Tu prima dicevi: è questo quel Vakch, non è per caso il fabbro? Sei proprio ingenua, madre mia! Hai dei begli occhi, sei una signora, ma un po’ stupida, però. Il tuo Vakch era detto Postagonov. Postagonov-Pancia di ferro son cinquant’anni che è sotto terra, fra quattro assi. E noi, invece, ci chiamiamo Mechonoshin. Il nome è lo stesso, ma il cognome è diverso. Sembra quello, ma non è.»

A poco a poco e a modo suo il vecchio raccontò sul conto dei Mikùlicyn tutto quello che avevano già saputo da Samdevjatov. Lui li chiamava Mikulic e Mìkùlichna. L’attuale moglie dell’amministratore la chiamava «la secondosposata» e dell’altra, «la prima, la defunta» diceva che era una donna-miele, un bianco cherubino. Quando parlò di Liverij, il capo dei partigiani, e seppe che la sua fama non era giunta fino a Mosca e che a Mosca non avevano mai sentito parlare dei Fratelli del Bosco, non voleva crederci.

«Mai sentiti? Non avete mai sentito parlare dei Compagno del Bosco? Angeli della Cina, ma dove ha le orecchie Mosca?»

Si faceva scuro. Le ombre dei viaggiatori fuggivano, allungandosi sempre più. La strada passava per un’ampia radura deserta. Crescevano qua e là, a ciuffi solitari, dalle cime fiorite, gli alti steli dell’atreplice, del cardo e dell’epilobio. Illuminati dal basso, rasente la terra, dai raggi al tramonto, si stagliavano con le loro linee nette, come immobili sentinelle a cavallo dislocate in diversi punti del campo.

Lontano, davanti a loro, la pianura terminava con una collina trasversale che sbarrava la strada come una muraglia ai piedi della quale si poteva immaginare un fiume o un burrone. Quasi che il cielo, laggiù, fosse circondato da un recinto, e la strada portasse al suo accesso.

In cima alla collina si distingueva una casa bianca a un solo piano, di forma allungata.

«Vedi quel belvedere sulla collina?» chiese Vakch. «Là stanno il tuo Mikùlic e la Mikùlichna. Sotto c’è un burrone, un precipizio. Sut’ma, lo chiamano.»

Due colpi di fucile, uno dopo l’altro, risuonarono da quella parte, e destarono un’eco spezzata e molteplice.

«Che cos’è? Non saranno i partigiani, nonno? Tirano contro di noi?»

«Cristo sia con voi. Macché partigiani. E’ Stepanyc, che spaventa i lupi di Sut’ma.»

Il dottor Zivago
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