3.
A Mosca, la principale novità per lui era il bambino. Shashen’ka era appena nato quando lo avevano richiamato. Che cosa sapeva di suo figlio?
Una volta, già mobilitato, Jurij Andrèevich era stato in clinica a salutare Tonja prima di partire. Era arrivato nel momento in cui le madri allattavano i bambini e non l’avevano lasciato entrare.
Si era seduto nel vestibolo ad aspettare. Intanto, il lungo corridoio del reparto nascite, che faceva angolo col corridoio delle partorienti, si era riempito del coro frignante di dieci o quindici voci di neonati. Le assistenti, in fretta perché non prendessero freddo, portavano i bambini alle madri per l’allattamento, tenendoli sotto le ascelle come grossi involti.
«Uè, uè,» piangevano come per obbligo i piccoli, quasi senza accorgersene, su una sola nota. In quell’unisono si distingueva una voce che strillava ugualmente «uè, uè», senza il minimo accento di sofferenza; ma pareva che quel bambino, coi suoi toni più bassi, non lo facesse per dovere, bensì con una certa cupa animosità.
Jurij Andrèevich aveva deciso di chiamare il figlio Aleksàndr, in onore del suocero. Senza sapere perché, immaginò che fosse suo figlio a gridare così, perché quello era un pianto con una fisionomia, un pianto che già esprimeva il carattere e il destino di un uomo, un pianto foneticamente espressivo che conteneva in sé il nome del bambino, Aleksàndr.
E non si era sbagliato. Come seppe poi, era proprio Shashen’ka che piangeva in quel modo. Questa la prima cosa che aveva conosciuto di suo figlio.
In seguito, lo aveva conosciuto solo dalle fotografie che gli mandavano al fronte dentro le lettere: un grazioso, allegro bamboccio con la testa grossa e la boccuccia a cuore, che a gambe larghe su una coperta e le braccine levate, sembrava ballare alla cosacca. Aveva allora un anno, imparava a camminare; ora ne compiva due e cominciava a parlare.
Jurij Andrèevich sollevò la valigia da terra e, sciolte le cinghie, l’aprì su un tavolo da gioco, accanto alla finestra. Che cos’era prima quella stanza? Non la riconosceva. Evidentemente Tonia aveva tolto i vecchi mobili, arredandola in altro modo.
Aveva aperto la valigia per prendere il rasoio. Fra le colonnine del campanile della chiesa che sorgeva proprio davanti alla finestra, si mostrò una chiara luna piena. Quando la sua luce cadde dentro la valigia, sulla biancheria, i libri e gli oggetti da toilette, tutta la stanza parve illuminata diversamente ed egli la riconobbe.
Era, un tempo, la stanza che la defunta Anna Ivànovna aveva adibito a ripostiglio. Vi erano accatastati tavoli e sedie rotte, tutto il ciarpame inutile, l’archivio di famiglia, e i bauli in cui d’estate si riponevano gli abiti invernali. Quando Anna Ivànovna era viva, la stanza era piena fino al soffitto e a nessuno era permesso di entrarvi. Ma, in occasione delle grandi feste, quando la casa si riempiva di ragazzi che potevano giocare e scorrazzare per tutto il piano superiore, allora si apriva anche quella stanza e i bambini vi giocavano ai banditi, si nascondevano sotto i tavoli, travestendosi e impiastricciandosi coi turaccioli affumicati.
Per un certo tempo egli rimase così, immerso nei ricordi, poi discese nel vestibolo per prendere la cesta.
Di sotto, nella cucina, in ginocchio davanti al fornello, Njusha spennava l’anitra su un foglio di giornale aperto. Era una ragazza timida e vergognosa. Vedendo Jurij Andrèevich con quella cesta pesante, diventò rossa come un papavero, si alzò agilmente scuotendo dal grembiule le penne, lo salutò e si offerse di aiutarlo. Il dottore ringraziò e disse che avrebbe fatto da solo.
Era appena rientrato nell’antica stanza di sgombero di Anna Ivànovna che, dal fondo della seconda o della terza stanza, la moglie lo chiamò:
«Puoi venire, Jura!»
Entrò da Shashen’ka.
La camera del bambino era quella dove un tempo lui e Tonja studiavano. Il piccolo, sul lettino, non era affatto bello come in fotografia ma in compenso era la copia perfetta della nonna paterna, Màrijà Nikoláevna Zivago, una copia sorprendente, più somigliante di tutti i ritratti che se ne conservavano.
«E’ il papà, il tuo papà, salutalo con la manina,» ripeteva Antonina Aleksàndrovna, abbassando la sponda del lettino perché il padre potesse più comodamente abbracciare il piccolo e prenderlo in braccio.
Shashen’ka lasciò avvicinare lo sconosciuto dalla barba lunga, che non gli piaceva e forse lo spaventava e, come lo vide chinarsi, si alzò di scatto, si afferrò alla blusa della mamma e, preso lo slancio, gli diede rabbiosamente uno schiaffo. Fu così terrorizzato dal proprio ardire che subito si gettò tra le braccia della madre, le nascose il viso nel petto, scoppiando in singhiozzi e in amare, inconsolabili lacrime infantili.
«Oh, oh,» lo rimproverò Antonina Aleksàndrovna. «Non si fa così, Shashen’ka. Il papà crederà che Sasha è cattivo, che Sasha è un monellaccio. Fai vedere come sai dare i bacini, bacia il papà. Non piangere, non c’è bisogno di piangere, cos’hai, stupidello!»
«Lascialo stare, Tonja,» pregò il dottore. «Non tormentarlo e non affliggerti nemmeno tu. Lo so quello che pensi. Che non è per caso, che è un cattivo segno. Ma sono sciocchezze. E’ naturale: il bambino non mi ha mai visto. Domani si abituerà a me e non vorrà più staccarsi.»
Ma uscì dalla stanza come dopo una doccia fredda, sotto l’impressione di un triste presagio.