8.

Seppero che erano giunti a casa felicemente, benché proprio quel tragitto avesse dimostrato come le voci che parlavano di calma fossero premature. In varie zone i combattimenti duravano ancora, attraverso alcuni rioni non si passava e, per il momento, il dottore non poteva ancora recarsi all’ospedale di cui era riuscito intanto a sentire la nostalgia e dove, nel cassetto del tavolo della sala medici, stavano i suoi appunti di medicina e il suo «Gioco».

Solamente all’interno dei singoli rioni e nelle immediate adiacenze della propria casa c’era gente che usciva al mattino in cerca di pane, che si affollava intorno a quanti portavano bottiglie di latte per domandare dove l’avessero trovato.

Talvolta la sparatoria riprendeva in tutta la città, mettendo di nuovo in fuga i passanti. Tutti intuivano che fra le due parti erano in corso trattative, il cui andamento si ripercuoteva sulla sparatoria, a volte intensificandola, a volte attenuandola.

Verso la fine d’ottobre, secondo il vecchio calendario, circa alle dieci di sera, Jurij Andrèevich camminava rapidamente per strada, diretto, pur senza particolare necessità, verso la casa di un collega che abitava lì vicino. Quei luoghi, di solito affollati, erano deserti. Non s’incontrava quasi nessuno.

Procedeva in fretta. Cadeva la prima neve, rada, e soffiava un forte vento che andava sempre aumentando, trasformandosi sotto i suoi occhi in bufera di neve.

Jurij Andrèevich svoltava da un vicolo all’altro, e già aveva perduto la nozione della strada fatta, quando all’improvviso, la neve cominciò a fioccare fitta e prese a infuriare la tormenta, una di quelle tormente che in campagna strisciano stridendo sulla terra, e che in città si dibattono prigioniere, senza vie d’uscita, fra le case.

C’era come una segreta corrispondenza fra il mondo morale e il mondo fisico: vicino e lontano, sulla terra e nell’aria. Qua e là, a isole, risuonavano gli ultimi spari della resistenza infranta. Qua e là, all’orizzonte, sorgevano come bolle improvvise e poi scoppiavano i deboli chiarori rossastri degli incendi. Uguali cerchi e mulinelli creava e intrecciava la tormenta sfarinandosi sotto i piedi di Jurij Andrèevich, sui marciapiedi e sul selciato bagnati.

A un incrocio, gridando: «Ultime notizie!» lo raggiunse uno strillone che passava di corsa con sotto il braccio un gran fascio di giornali ancora freschi di stampa.

«Tieni il resto,» disse il dottore. Il ragazzo staccò a fatica dal fascio un foglio umido che vi si era appiccicato, glielo ficcò in mano e scomparve nella tormenta, fulmineamente come ne era uscito.

Il dottore si avvicinò a un lampione, a due passi da li, per dare una scorsa ai titoli.

L’edizione straordinaria, stampata solo su una facciata, riportava un comunicato del governo di Pietroburgo sulla costituzione del Consiglio dei Commissari del popolo, e sulla instaurazione in Russia del potere sovietico e della dittatura del proletariato nel paese. Seguivano i primi decreti del nuovo potere e varie informazioni trasmesse per telegrafo e per telefono.

La tormenta lo sferzava negli occhi e confondeva le righe del giornale con una grigia e frusciante farina di neve. Ma non era questo a impedirgli la lettura. La storica grandezza del momento lo aveva sconvolto ed egli non riusciva a riprendersi.

Si guardò intorno cercando un punto illuminato al riparo dalla neve per poter leggere quei comunicati. Si accorse allora di trovarsi nel suo magico crocicchio, all’angolo del vicolo Serèbrjanyj e della via Moléchnovka, davanti all’ingresso di un’alta casa di cinque piani col portone a vetrate e uno spazioso atrio illuminato elettricamente.

Vi entrò e, in fondo all’atrio, sotto una lampada elettrica, s’immerse nella lettura dei dispacci.

In alto, sopra la sua testa, si udirono dei passi. Qualcuno scendeva la scala fermandosi spesso, come indeciso. E, infatti, a un tratto, quasi avesse cambiato idea, si voltò e risalì di corsa. Si sentì aprire una porta e giunse un’ondata di due voci confuse, così deformate dall’eco da non poter dire se erano maschili o femminili. Poi la porta sbatté e la stessa persona ricominciò a correr giù molto più decisamente.

Jurij Andrèevich, completamente assorto nella lettura, con gli occhi abbassati sul giornale, non pensava ad alzarli e a guardare l’estraneo. Ma costui, arrivato di corsa in basso, si fermò di colpo. Jurij Andrèevich sollevò la testa e lo guardò.

Davanti a lui stava un giovane di diciott’anni coperto da una rigida pelliccia di renna, col pelo voltato all’esterno, come si portano in Siberia, e con un berretto della stessa pelle. Aveva il viso abbronzato e stretti occhi chirghisi. Nel suo viso c’era qualcosa di aristocratico, una scintilla fuggevole, quella finezza nascosta che sembra importata da lontano e che si ritrova nelle persone di sangue misto.

Certo, doveva essersi sbagliato, lo prendeva per un altro. Ma il ragazzo lo guardò imbarazzato, con un’aria selvatica, quasi sapesse chi era, e non si risolvesse a rivolgergli la parola. Per porre fine all’equivoco e togliergli ogni voglia di avvicinarsi, Jurij Andrèevich lo squadrò freddamente da capo a piedi.

Il giovane si confuse e, senza pronunciare una parola, si diresse verso l’uscita. Qui si voltò ancora, poi aprì la massiccia porta sconnessa e uscì in strada, sbattendola pesantemente dietro di sé.

Poco dopo uscì anche Jurij Andrèevich. Aveva dimenticato il ragazzo e la persona presso cui stava recandosi. Era pieno di ciò che aveva letto e si diresse verso casa. Per strada, gli capitò un altro caso, di poco conto, ma che in quei giorni, però, diventava di straordinaria importanza.

Nelle vicinanze di casa, urtò al buio in un enorme ammasso di travi che ingombrava il marciapiede. Nel vicolo c’era qualche ufficio statale dove evidentemente avevano portato dei combustibile, legname ricavato da una casa di legno della periferia fatta a pezzi. Le travi non entravano tutte nel cortile e occupavano parte della strada. Una sentinella faceva la guardia alla catasta passeggiando per il cortile e uscendo di tanto in tanto nel vicolo.

Senza esitare, Jurij Andrèevich colse il momento propizio: la sentinella era rientrata, una folata di vento riempì l’aria d’un denso turbine di neve. Si accostò al mucchio di legna, nel lato in ombra dove non batteva la luce dei lampione e, con un lento scotìo, liberò da sotto altro legname una pesante trave. Sfilatala via e caricatala sulle spalle, non ne sentì neppure il peso (la roba propria non pesa), e se la portò di nascosto a casa, nel vicolo Sivcev, rasentando i muri nell’oscurità.

Quella trave capitava a proposito perché in casa la legna era finita. La segarono, la spaccarono e ne fecero una montagna di ceppetti. Jurij Andrèevich si mise in ginocchio per accendere la stufa e stava in silenzio davanti allo sportello che vibrava e tintinnava, quando Aleksàndr Aleksàndrovich avvicinò la poltrona e vi si sedette per scaldarsi. Il dottore trasse dalla tasca della giacca il giornale e lo porse al suocero, dicendo:

«Avete visto? Ammirate, leggete.»

Senza cambiar positura e continuando a rimuovere la legna nella stufa con un piccolo attizzatoio, Jurij Andrèevich cominciò a parlare tra sé ad alta voce.

«Che operazione d’alta chirurgia! Prendere e asportare via d’un colpo, così artisticamente, il vecchio fetido tumore! Una così semplice, inequivocabile condanna di una secolare ingiustizia abituata a ricevere inchini, riverenze e ogni sorta di omaggi.

«E, nel modo di portare fino in fondo le cose, senza esitazione, c’è un che della nostra tradizione nazionale, di avito e di familiare. Qualcosa della luce senza compromessi di Pushkin, della inflessibile fedeltà ai fatti di Tolstòj.»

«Pushkin! Che cos’hai detto? Aspetta. Fammi finire. Non posso mica leggere e ascoltare nello stesso tempo,» lo interrompeva Aleksàndr Aleksàndrovich, credendo che Jurij Andrèevich si rivolgesse a lui con quel monologo sotto il suo naso.

«Ma qual è la cosa più geniale? Se qualcuno avesse ricevuto il compito di creare un mondo nuovo, di cominciare una nuova era, prima di tutto avrebbe avuto bisogno di uno spazio pulito. Avrebbe atteso che i vecchi secoli terminassero, prima di mettersi a edificarne di nuovi, avrebbe avuto bisogno di una cifra tonda, di un a capo, di una pagina vergine. E invece, ecco, guardate! Questa cosa mai accaduta, questo prodigio della storia, questa rivelazione viene scaraventata nel fitto stesso della quotidianità che continua e senza alcun riguardo per lei. Non è cominciata dal principio, ma dalla metà, senza una data scelta in anticipo, il primo giorno che capita, in mezzo ai tram che percorrono la città. Qui è la maggior genialità. Così inopportuno e intempestivo può essere solo ciò che è grande.»

Il dottor Zivago
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