24.
La notte bianca del nord era alla fine. Nel riapparire delle cose, ognuna stava al suo posto, quasi incredula di sé, come inventata: la montagna, il bosco, il burrone.
Il boschetto aveva appena cominciato a rinverdire, qualche ciliegio selvatico era fiorito. Il boschetto cresceva sotto lo scoscendimento della montagna, su una piccola balza che poco più in là finiva in un precipizio.
Poco lontano c’era la cascata. Non si poteva vederla da ogni parte, ma solo da un versante del bosco, dall’orlo del burrone. Vasja si era stancato di andarci, ne era rapito e spaventato ogni volta.
La cascata dominava tutt’intorno. Era terribile nella sua singolarità che la dotava di una vita, d’una coscienza propria e la trasformava come in un drago favoloso, in un serpente tiranno del luogo, li a esigere il tributo, a devastare i dintorni.
A metà della traiettoria, la cascata batteva su una sporgenza del precipizio e si divideva in due. Il getto superiore restava come fermo: le due colonne inferiori oscillavano con un movimento continuo e appena percettibile, come se continuamente slittassero e si raddrizzassero, slittassero e si raddrizzassero per ritrovarsi alla fine vacillanti, ma ancora in piedi.
Vasja aveva steso per terra la pelliccia e si era coricato al limite del boschetto. Quando l’alba fu più chiara, volò giù dalla montagna un grande uccello dalle ali pesanti, planò in ampi giri sul bosco e si posò in cima a una pìcea, a poca distanza da Vasja. Il ragazzo alzò il capo, guardò la gola turchina e il petto grigio-azzurro del picchio e mormorò incantato, a voce alta: «“Ron’za”», come dicono negli Urali. Poi, levatosi, raccolse la pelliccia, se la gettò addosso e, attraversando la radura, si avvicinò alla sua compagna. Le sussurrò:
«Andiamo, zia. Come siete intirizzita, battete i denti. Perché mi guardate cosi spaventata? Ve lo dico da cristiano, bisogna andare. Sapete, bisogna prendere per i villaggi. Nei villaggi non ci faranno del male, ci nasconderanno. In questo modo, sono già due giorni che non mangiamo, moriremo di fame. Chissà che chiasso avrà fatto lo zio Voronjùk, si saranno precipitati a cercarci. E così dobbiamo andare, zia Palasha, o diciamo meglio: svignarcela. Ma è un bel guaio con voi, zia; non avete detto una parola in tutto il giorno! Avete perso la lingua dal dispiacere? Ma perché siete triste? Zia Katja, Katja Ogryzkòv, l’avete spinta giù dal vagone senza cattiveria, l’avete solo urtata, l’ho visto io. Lei, poi, s’è alzata di nuovo sull’erba, sana e salva, e s’è messa a correre. E così lo zio Prochor, Prochor Charitònyc. Quando ci raggiungeranno, saremo di nuovo tutti insieme, che credete! L’importante è di non farsi prendere dalla malinconia, e allora anche la lingua ricomincerà a funzionare.»
La Tjagunòv si alzò da terra e porgendo la mano a Vasja, disse piano:
«Andiamo, ragazzo mio.»