4.

Dieci giorni dopo gli amici organizzarono in quella stessa stanza una festa di addio, in onore di Pasha e Lara che avevano preso tutti e due brillantemente la licenza, avevano avuto offerte di lavoro nella medesima città degli Urali e dovevano partire il mattino seguente.

Di nuovo si bevve, si cantò, si fece del chiasso, ma questa volta soltanto fra giovani.

Dietro il tramezzo, che separava la parte riservata all’abitazione dal grande studio, dove erano riuniti gli invitati, si allineavano le ceste di Lara, una grande e una media, più una valigia e una cassetta con le stoviglie e, accatastati in un angolo, alcuni sacchi. La roba era molta. Una parte doveva essere spedita il mattino seguente a piccola velocità. Quasi tutto era imballato, ma la cassetta e le ceste erano rimaste aperte, con ancora posto. Ogni tanto Lara si ricordava di qualcosa, la portava dall’altra parte del tramezzo e la faceva entrare, schiacciando e premendo, nella cesta.

Quando, dopo essersi recata alla segreteria dell’istituto per ritirare i certificati e le carte, era tornata a casa, accompagnata dal portiere, con una stuoia e un gran rotolo di corda per legare i bagagli, aveva trovato Pasha e gli ospiti già riuniti. Licenziato il portiere, aveva fatto il giro degli ospiti, a chi stringendo la mano e chi abbracciando, poi si era ritirata dietro il tramezzo per cambiarsi. Come ricomparve, tutti batterono le mani, gridarono, si accomodarono e cominciò il trambusto, come alla festa di nozze, pochi giorni prima. I più intraprendenti si misero a versar vodka ai vicini; una quantità di mani, armate di forchette, si protesero verso il centro della tavola a prendere il pane e verso i vassoi con le pietanze e gli antipasti. Si tennero discorsi, con soddisfatti schiocchi di lingua dopo ogni bicchierino di vodka ingollato, e si gareggiò in spiritosaggini. Ben presto alcuni cominciarono a essere brilli.

«Sono stanca morta,» mormorò Lara sedendosi accanto al marito. «E tu sei riuscito a fare tutto quello che volevi?»

«Sì.»

«Comunque mi sento benissimo. Sono felice. E tu?»

«Anch’io. Sto bene. Ma sarebbe un discorso troppo lungo.»

Alla festa, insieme ai giovani, era stato eccezionalmente ammesso anche Komarovskij. Sul finire della serata, trovò l’occasione per dire che ora, dopo la partenza dei suoi giovani amici, restava un po’ come orfano, e Mosca gli sarebbe sembrata un deserto, un Sahara: si commosse tanto che singhiozzò e dovette ripetere la frase interrotta per l’emozione. Chiese agli Antipov il permesso di rimanere in corrispondenza e di andare a trovarli a Jurjàtin, loro nuovo domicilio, se non fosse riuscito a sopportare la separazione.

«E’ proprio inutile,» rispose Lara ad alta voce e senza riguardi. «Che vuol dire scriversi, il Sahara e così via? E, quanto a venire laggiù, non pensateci nemmeno. Ve la caverete benissimo anche senza di noi, non siamo poi questa cosa straordinaria, non è vero Pasha? Troverete certo come sostituire i vostri giovani amici.»

E, dimenticando a un tratto con chi parlava e di che cosa, tutta presa da un altro pensiero, si alzò in fretta e passò dietro il tramezzo, in cucina. Svitò il tritacarne e cominciò a distribuire i pezzi smontati negli angoli della cassetta, sistemandoli con mucchietti di paglia, e per poco non si ferì una mano con il legno scheggiato.

Occupata in questi preparativi, non si ricordava più d’avere in casa degli invitati. Non li sentiva neanche: e quando le rammentarono la loro presenza con una fragorosa esplosione di grida al di là del tramezzo, Lara pensò a come gli ubriachi amino sempre recitare la parte degli ubriachi e, con tanto maggiore esagerazione dilettantesca e banale, quanto più hanno bevuto.

Nello stesso tempo, un rumore diverso e di tutt’altra origine, proveniente dal cortile, attirò la sua attenzione. Tirò la tenda e si affacciò alla finestra.

Nel cortile un cavallo impastoiato avanzava a balzi zoppicanti. Non si capiva di chi fosse e probabilmente si trovava in quel cortile per sbaglio. Era già chiaro, ma mancava ancora molto al sorgere del sole. La città, addormentata e come esanime, sprofondava nella frescura grigiovioletta dell’alba. Lara chiuse gli occhi. Dio sa in quale sperduta, incantevole remota campagna la trasportava quel passo ferrato del cavallo, così particolare, inconfondibile.

Suonarono alla porta. Lara tese l’orecchio. Qualcuno degli invitati andò ad aprire. Era Nadja. Lara si precipitò incontro alla nuova arrivata. Veniva direttamente dal treno, fresca, splendente, e sembrava odorasse dei mughetti di Dupljanka. Le amiche restarono così, incapaci di articolare parola: si limitarono a piangere, abbracciandosi fin quasi a soffocarsi.

Nadja portava a Lara gli auguri e le congratulazioni di tutta la casa e un regalo dei genitori. Estrasse dalla borsa di viaggio una scatoletta avvolta nella carta, la svolse e, facendo scattare il coperchio, porse a Lara un monile di rara bellezza.

Cominciarono le esclamazioni di meraviglia. Qualcuno degli amici che si era già un po’ ripreso dalla sbornia, disse: «Un giacinto rosa. Si, sì, rosa, che cosa credete. Una pietra che vale quanto il diamante.»

Nadja sosteneva che erano zaffiri gialli.

Dopo averla fatta sedere accanto a sé, offrendole qualcosa, Lara depose il monile nell’astuccio, e si mise a contemplarlo senza riuscire a distoglierne gli occhi. Raccolto nell’incavo del velluto viola dell’astuccio, splendeva cangiante, come una fiamma e somigliava ora a una cascata di gocce, ora a un grappolo d’uva minuta.

A tavola, intanto, qualcuno era riuscito a tornare in sé e si permetteva un altro bicchierino per far compagnia a Nadja, che non tardò a perdere la testa anche lei.

Poco dopo, la casa parve trasformarsi nel reame del sonno. La maggior parte degli ospiti, pensando di accompagnare il giorno dopo gli sposi alla stazione, si erano trattenuti a dormire. Quasi tutti da un pezzo russavano, sdraiati alla rinfusa negli angoli. Nemmeno Lara si rese conto di come si fosse ritrovata vestita su un divano, a fianco di Ira Lagodin che dormiva.

Si svegliò sentendo parlare forte proprio vicino al suo orecchio. Erano voci di estranei, di gente che dalla strada era entrata nel cortile a cercare il cavallo. Lara aprì gli occhi e si stupì: «Ma è proprio smanioso Pasha. Sta impalato in mezzo alla stanza e seguita a frugare chissà cosa.» In quel mentre il supposto Pasha rivolse il viso verso di lei: altro che Pasha, era una specie di spauracchio butterato con la faccia solcata da una cicatrice dalla tempia al mento. Capì, allora, che un ladro, un rapinatore s’era introdotto in casa, e volle gridare, ma non riuscì a emettere nessun suono. A un tratto si ricordò del gioiello e, sollevandosi furtivamente su un gomito, guardò con la coda dell’occhio sulla tavola.

Era sempre là, fra briciole di pane e caramelle rosicchiate, e quel ladro poco furbo non l’aveva notato in mezzo ai resti del pranzo; continuava a frugare tra la biancheria riposta, mettendo in disordine la roba preparata per il viaggio. Lara, mezzo addormentata e ancora stordita dalla vodka, rendendosi appena conto della situazione, si risentì soprattutto per il proprio lavoro. Sdegnata, avrebbe di nuovo voluto gridare, e di nuovo non riuscì ad aprir bocca e a muovere la lingua. Allora col ginocchio urtò violentemente nello stomaco Ira Lagodin, che le dormiva accanto, e quando questa gridò dal dolore con una voce che non parve la sua, anche lei lanciò un urlo. Il ladro lasciò cadere il fagotto con la refurtiva e si precipitò all’impazzata fuori della stanza. Qualcuno dei ragazzi si gettò all’inseguimento senza quasi rendersi conto di cosa si trattasse, ma ogni traccia del rapinatore era scomparsa.

Il subbuglio e le discussioni che ne seguirono furono il segnale dei risveglio generale. In Lara ogni residuo di ebbrezza era svanito. Inflessibile alle preghiere di lasciarli sonnecchiare e riposare ancora un po’, fece alzare tutti, diede loro il caffè e li spedì alle rispettive case fino al momento in cui si sarebbero rivisti alla stazione alla partenza del treno.

Usciti tutti, riprese di slancio il lavoro. Con la consueta rapidità passava da un “porte-plaid” all’altro, legava i cuscini, stringeva le cinghie, supplicando Pasha e la portinaia di non aiutarla per non esserle d’impaccio.

Tutto si svolse in ordine, regolarmente. Gli Antipov non giunsero in ritardo. Il treno si mosse dolcemente, quasi al ritmo dei cappelli agitati in segno di addio. Quando gli amici smisero quello sventolio e lontani, ormai, ruggirono per tre volte qualcosa (probabilmente un «urrà»), il treno accelerò l’andatura.

Il dottor Zivago
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