6.
Tre o quattro ore dopo, già verso il tramonto, in un campo lungo la strada, due figure sembrarono sbucare dalla terra e rapide si allontanarono, guardandosi continuamente indietro. Erano Antipov e Tiverzin.
«Presto,» disse Tiverzin. «Non sono gli sbirri che mi fanno paura, e neanche che ci scoprano. Ma a momenti quella lungagnata finirà, e usciranno dal capanno e ci raggiungeranno: e io non li posso vedere, quelli là. Se devono menare tanto il can per l’aia, non valeva la pena fare tutto quel chiasso. Allora, perché fare il comitato, perché giocare col fuoco, e nasconderci sotto terra? Anche tu sei un bel tipo però ad appoggiare tutta quella montatura alla Nikolàevskaja.»
«Ho Dar’ja con il tifo. Dovrei mandarla all’ospedale. Finché non ce la porto, non mi entra altro in testa.»
«Dicono che oggi pagano. Passerò alla cassa. Se non fosse giorno di paga, com’è vero Dio, sputerei su tutti voi e non starei un minuto di più e la farei finita a modo mio con questo tiremmolla.»
«E come, se è lecito?»
«Non è difficile. Scenderei nella sala caldaie, darei il segnale, e la festa sarebbe finita.»
Si salutarono, avviandosi in direzioni diverse.
Tiverzin prese per i binari verso la città. Gli veniva incontro gente che tornava dall’ufficio paga. Erano molti. Giudicò a occhio che l’amministrazione della stazione aveva ormai pagato tutti.
Cominciava a imbrunire. Sullo spiazzo libero davanti all’ufficio si affollavano operai che avevano finito il turno, illuminati dalle lampade dell’interno. All’imbocco dello spiazzo sostava la carrozza di Fuflygin. La signora Fuflygin, sempre seduta nella stessa posa del mattino, come se da allora non fosse mai scesa di li, aspettava che il marito ritirasse lo stipendio.
A un tratto prese a cadere una neve bagnata, mista a pioggia. Il cocchiere si lasciò scivolare dalla cassetta e cominciò ad alzare il mantice di cuoio. Mentre lui, col piede puntato contro il fianco della carrozza, tendeva i sostegni che opponevano resistenza, la moglie di Fuflygin osservava la poltiglia acquosa che alla luce delle lampade dell’ufficio brillava come tante perline di argento. Levò poi uno sguardo fisso e sognante al di sopra della massa degli operai, con l’aria che quello sguardo avrebbe potuto, all’occorrenza, liberamente passare attraverso di loro, come attraverso la nebbia o la brina gelata.
Tiverzin colse per caso quell’espressione e se ne sentì offeso. Oltrepassò la Fuflygin senza salutarla, e decise di passare all’ufficio paga più tardi, in modo da non incontrarvi il marito. Proseguì poi verso una zona meno illuminata delle officine, dove spiccava nera la piattaforma girevole coi binari che si allontanavano verso il deposito macchine.
«Tiverzin! Kuprìk!» chiamarono alcune voci dall’oscurità. Davanti alle officine era riunito un gruppo di persone. All’interno qualcuno sbraitava e si udiva un pianto di bambino. «Kuprijàn Savél’evich,» esclamò una donna tra la folla, «difendete il ragazzo.»
Di nuovo, secondo il solito, il vecchio capo-operaio Pëtr Chudoleev picchiava la sua vittima, il giovane apprendista Jusupka.
Chudoleev non era stato sempre un aguzzino degli apprendisti, collerico ubriacone dalla mano pesante. Un tempo al bravo capo-operaio lanciavano occhiate le figlie dei mercanti e le figlie dei preti dei quartieri operai della periferia di Mosca. Ma la madre di Tiverzin che stava per finire la scuola dell’eparchiato e che lui aveva chiesto in isposa, l’aveva rifiutato per sposare un suo compagno di lavoro, il macchinista Savelij Nikitiè Tìverzin.
Al sesto anno di vedovanza, dopo l’atroce morte di Savelij Nikitié, perito tra le fiamme nel 1888, in uno scontro ferroviario che fece epoca, Pëtr Petrovich si fece avanti di nuovo e Marfa Tiverzin rispose ancora con un rifiuto. Da allora Chudoleev cominciò a bere e attaccar briga, prendendosela col mondo intero, colpevole, secondo lui, di tutti i suoi guai.
Jusupka era figlio di Gimazetdin, portiere del caseggiato di Tiverzin, e Tiverzin l’aveva preso sotto la sua protezione nell’officina, il che aveva esasperato l’antipatia di Chudoleev per il ragazzo.
«Ma come la tieni la lima, asiatico!» urlava Chudoleev, tirando Jusupka per i capelli e picchiandolo sul collo. «E’ così che si scortica il getto? Ti domando se mi vuoi rovinare il lavoro, fidanzata di Kasimov, allah-mulla-occhi-obliqui?»
«No, zietto, no, non lo farò più, ahi, mi fai male, ahi!»
«Ti è stato detto mille volte che prima devi fissare il mandrino e poi avvitare l’arresto, ma lui no, lui fa a modo suo. A momenti mi rompevi l’albero, figlio d’un cane.»
«Io l’albero non l’ho toccato, zietto, giuro su Dio che non l’ho toccato.»
«Perché tormenti quel ragazzo?» intervenne Tiverzin, facendosi largo fra i presenti.
«Quando due cani si mordono, il cane che non c’entra stia lontano,» tagliò corto Chudoleev.
«Ti chiedo perché tormenti il ragazzo.»
«E io ti dico, vattene con Dio, social-comandante. Ammazzarlo sarebbe poco, canaglia che non è altro, a momenti mi rompeva l’albero. Deve baciarmi le mani, se campa ancora, quel diavolo d’un guercio, che gli ho solo tirato le orecchie e i capelli per dargli una lezioncina.»
«Perché, secondo te, per una cosa simile dovevi strappargli la testa, zio Chudoplèj? Dovresti vergognartene, proprio. Un vecchio operaio come te, coi capelli bianchi, e senza ancora un po’ di giudizio.»
«Cammina, cammina, ti ho detto, finché sei ancora tutto intero. Te la levo io la voglia di farmi la lezione, culo di cane! T’hanno fatto sulle traversine, sangue di storione, proprio sotto il naso di tuo padre. E quella coda bagnata di tua madre, la conosco bene io, gatta spelacchiata, gonnella per aria!»
Tutto quel che avvenne poi non richiese più di un minuto. Entrambi afferrarono quello che capitò loro alle mani sopra le mensole dei banconi, dove erano ammucchiati attrezzi pesanti e spranghe di ferro, e si sarebbero ammazzati a vicenda, se in massa compatta i presenti non si fossero precipitati a separarli. Chudoleev e Tiverzin stavano a testa bassa, quasi sfiorandosi la fronte, pallidi, con gli occhi iniettati di sangue. Per l’agitazione non riuscivano a dir parola. Li tenevano tutti e due da dietro, afferrati per le braccia. Ogni tanto, raccogliendo le forze, riprendevano, contorcendosi con tutto il corpo e trascinando nel movimento i compagni abbarbicati a loro. I ganci e i bottoni dei vestiti erano saltati via, le giubbe e le camicie scivolavano giù dalle spalle scoperte. Intorno continuava un clamore confuso.
«Lo scalpello! Togligli lo scalpello, se no gli spacca la testa. Calmo, zio Pëtr, calmo, così ti sloghiamo il braccio! Deve durare ancora per un bel pezzo con questi due? Uno di qua e uno di là, sottochiave bisogna metterli, e che la facciano finita.»
D’improvviso, con uno sforzo sovrumano, Tiverzin si scrollò di dosso il mucchio di corpi che lo imprigionavano e, strappandosi alla stretta, sullo slancio venne a trovarsi accanto alla porta. Si precipitarono per trattenerlo, ma vedendo che non pensava a ricominciare, lo lasciarono in pace. Se ne usci sbattendo la porta e cominciò a camminare senza voltarsi indietro. Sentiva intorno l’umidità autunnale, la notte, l’oscurità. «Cerchi di fargli del bene e loro ti piantano una coltellata in corpo,» brontolava senza rendersi conto di dove andasse e perché.
Quel mondo di ignominia e di falsità, dove una signorotta ben pasciuta osava guardare in quel modo quei poveri tonti che lavoravano, e dove un alcolizzato vittima di quei sistemi provava gusto a perseguitare i suoi compagni di sventura, quel mondo gli era adesso più odioso che mai. Camminava rapidamente, come se quell’andare in fretta avesse potuto avvicinare il momento in cui tutto sulla terra sarebbe stato ragionevole e armonioso, quale ora si figurava nell’immaginazione. Sapeva che i loro propositi degli ultimi giorni, i disordini sulla linea, i discorsi nei comizi e la loro decisione di scioperare, non ancora messa in atto ma neppure smentita, tutto era parte di quel grande cammino che dovevano ancora percorrere.
Ma, adesso, nella sua eccitazione avrebbe voluto coprire tutta quella distanza di corsa, in una sola volta, senza riprender fiato. Non pensava dove andava, mentre si allontanava a lunghi passi; ma i suoi piedi sapevano benissimo dove lo portavano.
Per molto tempo Tiverzin non sospettò neppure, dopo essere uscito con Antipov dal capanno, che alla riunione fosse stato deciso di cominciare lo sciopero quella sera stessa. I membri del comitato avevano già distribuito i compiti, dove ciascuno dovesse andare, e chi e in quale posto agire. Quando dall’officina revisione locomotive, quasi dalla profondità dell’anima di Tiverzin, eruppe un segnale dapprima arrochito, e poi, gradatamente, sempre più schiarito ed eguale, già, dal semaforo d’ingresso, una folla proveniente dal deposito e dalla stazione merci si muoveva verso la città mescolandosi a un’altra folla, che, al fischio di Tiverzin, aveva abbandonato il lavoro nel reparto caldaie.
Per molti anni Tiverzin fu convinto di essere stato lui solo quella notte a fermare il lavoro e il movimento sulla linea. Soltanto i processi nei quali più tardi fu giudicato per correità e il fatto che fra i capi d’accusa non figurasse l’incitamento allo sciopero, gli rivelarono la verità.
La gente accorreva, chiedeva: «Perché fischiano? Dove chiamano?» Dall’oscurità venivano le risposte: «Mica sei sordo. Non senti che è l’allarme? A spegnere un incendio.» «E dove brucia?» «Si vede che brucia, se fischiano.»
Sbattevano le porte, usciva altra gente, risuonavano altre voci. «A chi la racconti? Macché incendio! Ignorante! Non date retta a quello scemo. Significa che si fa festa, che non si lavora, capito? Ripigliatevi i giocherelli vostri, io vi saluto. A casa, ragazzi!»
La folla cresceva. La ferrovia entrava in sciopero.