19.
Prima che Jurij Andrèevich uscisse dal suo torpore, la primavera fuse e sciolse tutta la neve che era caduta a Mosca il giorno della loro partenza e che aveva continuato a cadere durante tutto il loro viaggio, e quella che per tre giorni avevano rimosso e spalato a Ust’-Nemdà e che giaceva a strati spessi e sconfinati su una superficie di migliaia di “verste”.
In un primo tempo la neve disgelò all’interno, in silenzio e in segreto. Quando una buona metà di quella immane fatica venne compiuta, non fu più possibile tenerla nascosta. E il prodigio si rivelò. Dalla coltre bianca che si fendeva l’acqua corse fuori e cantò. I fondi, impraticabili antri del bosco trasalirono e fu tutto un risveglio.
L’acqua trovava libero sfogo: si precipitava giù dai burroni, si spandeva in stagni, si riversava dovunque. Presto il bosco si riempì del suo rombo, del suo fumido vapore. Nella foresta i torrenti strisciavano come serpi, si’impantanavano e affondavano nella neve che ne legava i movimenti, scorrevano sibilando per i pianori, precipitavano alzando un pulviscolo d’acqua. La terra ormai non poteva più assorbire umidità. Da altezze vertiginose, quasi dalle nubi, se ne abbeveravano invece con le loro radici gli abeti secolari, ai cui piedi si depositava una schiuma bruna che s’asciugava in tanti cerchi, come la schiuma della birra sulle labbra e sui baffi.
La primavera inebriava il cielo, che ne era stordito e si copriva di nuvole. Sopra la foresta navigavano basse nubi di feltro dai lembi sfilacciati che a momenti si abbattevano in tiepidi acquazzoni con un odore di sudore e di terra, a spazzar via gli ultimi resti della nera, squarciata corazza di ghiaccio.
Jurij Andrèevich si svegliò, si chinò verso lo sportello quadrato del finestrino, da cui era stata tolta l’intelaiatura, e, appoggiato a un gomito, si mise in ascolto.