7.

Era un punto pittoresco della grande strada. Due paesi posti sulla riva scoscesa e separati dal rapido torrente Pazinka, quasi si toccavano: il villaggio di Kutejnyj Posàd sul declivio e, al di sotto, Malyj Ermolàj, che spiccava con le sue note di colore. A Kutejnyj si preparava l’addio alle reclute in partenza; a Malyi Ermolàj, sotto la presidenza del colonnello Shtreze, aveva ripreso a funzionare, dopo l’interruzione pasquale, la commissione per l’arruolamento nel distretto di Malyj Ermolàj e in quelli circostanti. Per questo si trovavano nel villaggio i cosacchi e la milizia a cavallo.

Era il terzo giorno dopo Pasqua (arrivata tardi quell’anno) e il terzo di una precoce primavera; una giornata calma e tiepida. A Kutejnyj i tavoli coi cibi offerti alle reclute s’allineavano all’aria aperta, sulla via, ai margini della grande strada, per non ostacolare il traffico. Non formavano una linea retta, ma si allungavano irregolari come uno sterminato condotto sotto le bianche tovaglie che scendevano sino a terra. Tutto il villaggio concorreva alle spese per il banchetto delle reclute. Base del festino erano i resti dei pranzi pasquali, due prosciutti affumicati, alcuni “kulici”68, due o tre “paschi”69. Sparsi qua e là sui tavoli c’erano piatti colmi di funghi salati, di cetrioli e di cavolo acido, piatti di pane casalingo tagliato a grosse fette, larghi vassoi carichi di alte montagnole di uova variopinte, ove il rosa e il turchino dominavano sugli altri colori. L’erba nuova intorno ai tavoli era tutta cosparsa di gusci d’uovo, turchini, rosa e all’interno bianchi. Anche le camicie dei ragazzi che si scorgevano sotto le giacche, erano di color rosa e turchino, e rosa e turchino erano i vestiti delle ragazze. Turchino era il cielo, le nuvole rosa galleggiavano lassù così lente e regolari che il cielo pareva fluttuasse con loro.

Di color rosa era la camicia che Vlas Pachòmovich Galuzin indossava con una fascia di seta stretta alla vita, quando, battendo i tacchi degli stivali e buttando le gambe a destra e a sinistra, scese di corsa l’alta scaletta della casa dei Pafnutkin, che sorgeva su un poggio sovrastante le tavole apparecchiate e cominciò a dire:

«Questo bicchiere di “samogòn” popolare, io lo vuoto per voi, ragazzi, al posto dello sciampagna. Che possiate vivere lunghi anni, giovani che partite! Signori coscritti! lo desidero farvi gli auguri ancora altre volte, in molti altri momenti e occasioni. Un minuto d’attenzione. Una via del Calvario si stende davanti a voi come una strada lunghissima: difendere coi vostri petti la patria dai prepotenti che hanno inondato i nostri campi di sangue fratricida. Il popolo vagheggiava di dibattere in modo incruento le conquiste della rivoluzione, ma il partito dei bolscevichi, al servizio del capitale straniero, ha disperso con la forza brutale delle baionette il suo sogno secolare. L’Assemblea Costituente, e il sangue ora scorre a fiumi. Giovani che partite! Risollevate l’onore oltraggiato delle armi russe, perché siete in debito di fronte ai nostri onorati alleati. Noi ci siamo coperti d’infamia, e dobbiamo vedere che, a causa dei rossi, la Germania e l’Austria rialzano insolenti la testa. Dio è con noi, ragazzi,» disse ancora Galuzin; ma le grida di urrà e le proposte di portarlo in trionfo già soffocavano le sue parole.

Portò il bicchiere alle labbra e cominciò a bere a piccoli sorsi il liquido torbido che sapeva di alcool denaturato. La bevanda non gli dette nessun gusto. Era abituato ai vini d’uva, di qualità più raffinata. Ma la coscienza del sacrificio compiuto per la società lo riempì di soddisfazione.

«Che aquila il tuo genitore! Quando parla è un leone! Altro che Miljukòv alla Duma! Quant’è vero Dio!» inneggiava a Terentij Galuzin, suo amico e vicino di tavola, Goshka Rjabych con la lingua impastata da avvinazzato, in mezzo all’ebbro vocio levatosi da ogni parte. «Proprio così, è un’aquila. Si vede che si arrabatta per qualcosa. Coi suoi discorsi vuol farti esonerare dalla naja.»

«Che dici, Goshka! Vergognati. Ma che ti viene in mente: ‘esonerare! Mi manderanno il richiamo lo stesso giorno che l’avrai tu, altro che esonerare! Capiteremo nella stessa unità. M’hanno buttato fuori dall’istituto, canaglie. Mia madre ci si tormenta sopra. Almeno che tu non vada a finire tra i ‘volontari’, dice. Mi manderanno in fanteria. Ma il papà, davvero, quanto a discorsi di parata, non c’è niente da dire, un maestro. Come fa? E’ un dono di natura. Lui non ha mai fatto studi regolari.»

«Hai sentito di San’ka Pafnutkin?»

«Ho sentito. Ma sarà vero che è un’infezione così terribile?»

«Non te ne liberi più. Ti prende al midollo. Peggio per lui. L’avevamo avvisato di non andarci. L’importante è stare attento con chi vai.»

«Che gli succederà?»

«Una tragedia. Voleva spararsi. Oggi sarà alla commissione a Ermolàj, passerà la visita e lo prenderanno certamente. Lui dice che andrà fra i partigiani. A far vendetta delle piaghe della società.»

«Senti, Goshka, tu dici che si piglia l’infezione. Ma, se non ci si va, ci si ammala di qualche altra cosa.»

«Lo so quello che vuoi dire. Si vede che lo fai. Quella però non è una malattia, è un vizio segreto.»

«Ti dovrei prendere a schiaffi per quello che dici. Non offendere un compagno, bugiardo schifoso!»

«Calma, scherzavo. Piuttosto lo sai che a Palìnsk mi sono proprio divertito? Uno di passaggio teneva una conferenza: ‘La liberazione della personalità’. Interessantissima. E’ una cosa che mi piace. Io, accidenti a tua madre, mi segno fra gli anarchici. La forza, diceva quello, è dentro di noi. Il sesso, diceva, e il carattere sono, diceva, un risveglio di elettricità animale. Eh? Che “wunderkind”! Ma io ho già preso una bella sbronza e qui gridano tanto che non si capisce nulla. C’è da diventar sordi. Non ne posso più, Terësha, sta’ zitto. Ti dico, figlio d’un cane, sottanino della mamma, di chiudere il becco.»

«Dimmi solo una cosa, Goshka. Io non conosco ancora tutte le parole del socialismo. Per esempio, sabotatore. Che razza di espressione è? Che vuol dire?»

«Benché per queste parole io sia un, professore, t’ho già detto: piantala, Terësha, sono ubriaco. Il sabotatore è chi è della stessa banda di un altro70. Capito, babbeo?»

«Lo dicevo io, che era un insulto! Ma, per quel che riguarda l’elettricità, hai detto bene. Avevo intenzione di ordinare a Pietroburgo una cintura elettrica di cui avevo letto l’annuncio. Per esser più attivi. Contrassegno. Ma poi t’è stata quest’altra novità, e al diavolo le cinture.»

Terentij non finì di parlare. Il frastuono delle voci ubriache fu soffocato dal fragore di un’esplosione vicina. Il chiasso intorno ai tavoli cessò istantaneamente, ma dopo un momento riprese con maggiore intensità. Quasi tutti balzarono in piedi: solo qualcuno riusciva a tenersi ritto, gli altri provarono a muovere qualche passo, traballando, ma ruzzolarono sotto i tavoli e cominciarono subito a russare. Si udirono grida di donne. Fu il panico.

Vlas Pachòmovich si guardava intorno cercando il colpevole. Credeva che lo scoppio fosse avvenuto lì a Kutejnyj, vicinissimo, forse proprio accanto ai tavoli. Col collo gonfio, il volto paonazzo, cominciò a gridare a squarciagola:

«Che razza di Giuda si è infiltrato nelle nostre file e fa la carogna? Un figlio di cane qui si sta divertendo con le bombe a mano? Chiunque sia, foss’anche mio figlio, lo strozzerò quel vigliacco! Noi non tolleriamo scherzi simili, cittadini! Esigo che si faccia un rastrellamento. Circonderemo tutto il villaggio! Cattureremo il provocatore! Non ce lo lasceremo scappare, canaglia!

Dapprima stettero ad ascoltarlo, poi l’attenzione fu distratta da una colonna di fumo nero che si levava lentamente verso il cielo dall’ufficio distrettuale di Malyj Ermolàj. Tutti corsero verso il burrone a vedere cosa succedeva laggiù.

Dall’ufficio in fiamme uscivano di corsa alcune reclute semivestite, uno completamente nudo, coi soli pantaloni tirati su alla meglio, e dietro a loro il colonnello Shtreze con gli altri ufficiali incaricati della visita ai coscritti. Cosacchi e agenti della milizia percorrevano in lungo e in largo il villaggio, brandendo gli scudisci e arcuando i corpi e le braccia sui cavalli tesi nella corsa, come serpenti che si snodano. Cercavano, prendevano qualcuno. Molta gente fuggiva lungo la strada per Kutejnyj. Dal campanile di Ermolàj le campane suonavano a stormo, e i rintocchi rapidi e ansiosi parevano correre all’inseguimento dei fuggiaschi.

Poi gli avvenimenti si susseguirono con terribile rapidità. Verso il crepuscolo, continuando le ricerche, Shtreze e i suoi cosacchi salirono verso il villaggio di Kutejnyj. Circondandolo tutto di sentinelle, Shtreze fece cominciare a perquisire ogni casa, ogni cortile.

Ma, a quell’ora, la maggior parte dei festeggiati erano ormai ubriachi fradici e dormivano come massi, con le teste abbandonate sui tavoli o addirittura finiti sotto, lunghi distesi. Quando si venne a sapere che nel villaggio era arrivata la milizia, era ormai buio.

Per sfuggire alla milizia alcuni ragazzi si buttarono alla cieca dietro le case del paese, incalzandosi a calci e spintoni, e s’infilarono sotto il tavolato del primo magazzino che incontrarono. Nell’oscurità non erano in grado di distinguere dove si trovassero, ma, a giudicare dall’odore di pesce e di petrolio, arguirono dovesse essere la cantina della cooperativa di consumo.

Quelli che si erano nascosti non avevano nulla sulla coscienza e commisero un errore. La maggior parte l’aveva fatto a caso, da ubriachi, stupidamente. Alcuni avevano conoscenze in qualche modo compromettenti, a causa delle quali temevano di poter essere rovinati, dato che in quel momento tutto acquistava una tinta politica. Il teppismo e le ragazzate, nella zona sovietica, venivano considerati come indizio di atteggiamento reazionario, mentre nella zona delle guardie bianche i teppisti passavano per bolscevichi.

I ragazzi erano stati preceduti da altri nel nascondiglio. Lo spazio fra il suolo e il tavolato del magazzino era già pieno di gente. Si erano mescolati li vari abitanti di Kutejnyj e di Ermolàj. I primi o erano mortalmente ubriachi e russavano emettendo gemiti e ronfi, digrignando i denti e mugolando, o si sentivano male e vomitavano. C’era un buio impenetrabile, un tanfo orribile, mancava l’aria. Gli ultimi arrivati, per maggior sicurezza, tapparono con terra e pietre l’apertura da cui si erano in filati.

Presto gli ubriachi smisero di russare e di lamentarsi e subentrò un profondo silenzio. Tutti dormivano tranquilli. Solo in un angolo si udiva il parlare sommesso dei più inquieti, Terentij Galuzin, spaventato a morte, e Kos’ka Nechvàlenych, un grande attaccabrighe e scazzottatore di Ermolàj.

«Strilla più piano, cane, ci rovinerai tutti, diavolo moccioso. Non senti che Shtreze va cercando in giro? Hanno svoltato adesso in periferia vanno lungo i magazzini, tra poco saranno qui. Eccoli, zitto, non fiatare, se no ti strozzo! Be’, fortuna tua, si sono allontanati. Sono passati proprio di qui. Ma chi diavolo ti ci ha mandato qui! Doveva rintanarsi anche lui, questo cretino! Ma chi ti avrebbe torto un capello a te!»

«Ho sentito Goshka che urlava: ‘Sparisci, disgraziato!’ E io mi sono ficcato qui.»

«Goshka è un’altra cosa. Tutta la famiglia dei Rjabych la tengono sott’occhio, è sospettata. Hanno dei parenti a Chodàtskoe. Ma sta’ fermo un momento, scemo, piantala! Qui intorno hanno fatto i loro bisogni e vomitato. Se ti muovi, t’impiastri tutto e smerdi anche me. Non senti che puzzo? Ma perché Shtreze gira per il villaggio? Si vede che cerca quelli di Pazìnsk.»

«Ma com’è successo, Kos’ka? Com’è cominciato?»

«E’ tutto per causa di San’ka, di San’ka Pafnutkin. Eravamo tutti allineati per passar la visita, quando è stata la volta di San’ka, il suo turno. E lui non si spoglia. Aveva bevuto, era venuto a presentarsi già brillo. Lo scrivano gli fa un’osservazione. ‘Spogliatevi,’ gli dice, gentile. Gli dava dei ‘voi’, lo scrivano militare. E lui, villano, gli fa: ‘Non mi spoglio. Non voglio mostrare a tutti gli affari miei,’ come se si vergognasse. Si avvicina di fianco allo scrivano, come per voltarsi, e invece gli dà un pugno alla mascella. Sì. Non ti puoi immaginare. In un batter d’occhio San’ka si è piegato, ha afferrato il tavolo per una gamba, e l’ha rovesciato con tutto quello che c’era sopra, calamaio, e registri militari! Allora si affaccia alla porta Shtreze, che si mette a gridare: ‘Io non tollero questo casino, vi faccio vedere io la rivoluzione incruenta e l’oltraggio alla legge in una sede militare! Chi ha cominciato?’ San’ka si lancia verso la finestra. ‘Attenzione,’ grida, ‘prendete i vestiti! Qui ci rovinano, compagni!’ E io sotto a vestirmi e a correre dietro a San’ka! Lui ha spaccato il vetro col pugno e giù in strada: acchiappalo, se sei bravo! E io dietro, con qualche altro, e via a gambe levate, con quelli che ci davano la caccia. Ma se mi chiedi cos’è che vuol dire tutto questo, non lo so, nessuno ci capisce niente.»

«E la bomba?»

«Che c’entra la bomba?»

«Chi ha buttato la bomba. Insomma, la bomba, la granata.»

«Ma che c’entriamo noi, mio Dio?»

«E chi è stato allora?»

«E che ne so! Qualcun altro. Visto quel casino, avrà pensato: con questa confusione faccio saltare in aria gli uffici. Daranno la colpa a un altro, avrà pensato. Qualche elemento politico. Qui, capisci, è pieno di politici, di quelli di Pazìnsk. Piano. Zitto. Senti? Tornano indietro. Siamo rovinati. Non fiatare, ti dico.»

Le voci si avvicinavano. Scricchiolavano stivali, tintinnavano speroni.

«Non discutete. Io non mi faccio infinocchiare. Ci vuol altro. Ho sentito parlare da qualche parte,» diceva la voce autoritaria del colonnello con un distinto accento pietroburghese.

«Sarà stata un’impressione, vostra eccellenza,» cercava di persuaderlo lo “stàrosta”71 di Malyj Ermolàj, il vecchio Otvjazistin, commerciante di pesce. «E poi, che c’è di strano se parlavano? Siamo in un villaggio, mica è un cimitero. Può essere benissimo che in qualche posto chiacchierassero. Nelle case mica ci stanno muti. O può anche darsi che il “domovòj”72 strangolasse qualcuno in sogno.»

«Già, già. Vi farò passare io la voglia di dire scemenze, di fingervi un cretino! Il “domovòj”! Vi siete lasciati andare un po’ troppo qui. Aspettate che vi capiti l’internazionale, allora me lo saprete ridire. Altro che “domovòj”!»

«Vi prego, vostra eccellenza, signor colonnello! Ma che internazionale? Qui sono tutti scimuniti, ignoranti da non dire. Tutto il giorno leggono vecchi messali senza capirci nulla. Altro che pensare alla rivoluzione!»

«Dite tutti così fino alla prima volta che vi prendono in fallo. Perquisire il locale della cooperativa da cima a fondo! Guardare in tutte le casse, sotto i banchi, perquisire gli edifici adiacenti.»

«Agli ordini, vostra eccellenza.»

«Prendere Pafnutkin, Rjabych, Nechvàlenych, vivi o morti. Dovete andarli a prendere in capo al mondo. E quel figlio d’un cane, il giovane Galuzin. Non ha nessuna importanza che il padre faccia discorsi patriottici, per darla a intendere. Al contrario. Io non la bevo. Se un bottegaio fa l’oratore, vuol dire che c’è sotto qualcosa. E’ sospetto. E’ innaturale. Secondo informazioni raccolte, a Krestovozdvilensk nascondono dei politici, organizzano riunioni clandestine. Catturate il ragazzo. Non ho ancora deciso che ne farò, ma se si scoprirà qualcosa, lo impicco senza pietà, per dare una lezione.»

Gli uomini di Shtreze proseguirono. Quando furono abbastanza lontani, Kos’ka Nechvàlenych domandò a Terësha Galuzin morto dalla paura:

«Hai sentito?»

«Sì,» rispose, con un soffio di voce.

«Adesso io e te, San’ka e Goshka non abbiamo che una strada: il bosco! Non dico per sempre. Finché gli passerà la mattana. E quando si saranno calmati, si vedrà. Forse torneremo.»

Il dottor Zivago
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