2.

Rufina Onisìmovna era una donna di idee aperte, nemica dei pregiudizi, favorevole a quanto, com’essa pensava e si esprimeva, fosse «positivo, vivo e vitale».

Sul comò teneva una copia del programma di Erfurt con l’autografo dell’autore23. In una delle fotografie appese alla parete, suo marito, «il mio buon Vojt», era ritratto insieme a Plechanov a una festa popolare in Svizzera. Entrambi portavano giacche di alpaga e il panama.

Fin dal primo sguardo Rufina Onisìmovna non provò simpatia per la sua inquilina ammalata. Secondo lei, era una subdola simulatrice e le sue crisi di delirio non erano altro che finzione. Avrebbe giurato che recitava la parte di Gretchen, pazza in carcere.

Manifestava a Lara il suo disprezzo con un’esasperata animazione. Sbatteva le porte e cantava ad alta voce, muovendosi come un turbine nella parte della casa a lei riservata e per giornate intere dava aria alle stanze.

L’appartamento si trovava al piano superiore di un grande caseggiato sull’Arbàt. Le finestre, a partire dal solstizio d’inverno, si riempivano di un cielo luminoso e turchino, ampio come un fiume in piena. A metà inverno, già s’indovinavano i segni e i presagi della prossima primavera.

Il tiepido vento dei sud soffiava dai vasistas delle finestre, nelle stazioni le locomotive fischiavano a perdifiato, e Lara malata, nell’ozio del letto, si abbandonava a memorie lontane.

Spesso le tornava in mente la sera del loro arrivo a Mosca dagli Urali, sette o otto anni prima, nell’indimenticabile infanzia.

Per vicoli oscuri avevano attraversato tutta la città in carrozza, dalla stazione all’albergo. I lampioni si avvicinavano e si allontanavano, proiettando sui muri dei palazzi l’ombra del vetturino ingobbito. L’ombra cresceva, cresceva, raggiungeva dimensioni mostruose, copriva la strada e i tetti, quindi spariva e tutto ricominciava di nuovo.

Nell’oscurità, sopra la sua testa, scampanavano tutte le chiese di Mosca, sulla terra passavano con fragore i tram a cavalli, e anche le vetrine con quelle luci accecanti la stordivano, quasi avessero anch’esse un loro suono, come le campane e le ruote.

Sul tavolo della stanza d’albergo l’aveva stupita una enorme anguria, l’omaggio di Komarovskij per il loro arrivo. L’anguria le parve il simbolo dell’importanza di Komarovskij e della sua ricchezza. Quando Viktor Ippolìtovich, con un colpo di coltello, spaccò in due quella tonda meraviglia verde scuro col suo zuccherino cuore ghiacciato, lei s’era sentita mancare il fiato dallo spavento, ma non aveva osato rifiutare. Si era fatta forza per inghiottire i rosei bocconi fragranti che l’emozione le faceva andare di traverso.

Ed ecco, quella timidezza di fronte al cibo costoso e alla capitale notturna si era ripetuta in seguito, con la sua timidezza di fronte a Komarovskij, principale, segreto motivo di quanto era avvenuto. Ma ora lui era irriconoscibile. Non chiedeva nulla, non si faceva sentire e nemmeno vedere. E continuamente, da lontano, le offriva aiuto nel più nobile dei modi.

Ben altra cosa fu la visita di Kologrivov. Lara fu felice di rivederlo. Se Kologrivov occupava gran parte della stanza, non era tanto per l’altezza e l’imponenza della persona, quanto per la vitalità e l’ingegno che sprizzavano da lui, con quel suo sguardo vivido e il sorriso intelligente. La stanza sembrava come rimpicciolita.

Sedeva, stropicciandosi le mani, davanti al letto di Lara. Quando era stato chiamato a Pietroburgo, al Consiglio dei ministri, aveva parlato ai vecchi dignitari come fossero scolaretti indisciplinati. Ma ora davanti a lui giaceva una della famiglia, che poco tempo prima aveva fatto parte del suo focolare, quasi una sua figliola, e con lei, come si fa coi propri intimi, scambiava sguardi e osservazioni solo di sfuggita e “en passant” (e ciò costituiva il fascino dei loro rapporti, stretti e significativi, come tutti e due ben sapevano). Kologrivov non poteva comportarsi con Lara in modo serio e distaccato, come con un’adulta. Non sapeva in che modo parlarle per non offenderla, così che sorridendo come a una bambina, le disse:

«Cosa avete combinato, eh? A che servono questi melodrammi?»

Tacque e si mise a osservare le macchie di umidità sul soffitto e sulla tappezzeria. Poi, scuotendo la testa in segno di rimprovero, continuò:

«A Düsseldorf si apre un’esposizione internazionale di pittura, scultura e giardinaggio. Ho intenzione di andarci. Ma è piuttosto umido qui! E voi avete intenzione di restare a lungo, così sospesa fra il cielo e la terra? Lo sa Dio quanto spazio c’è qui. Questa Vojtessa, sia detto fra noi, è una bella canaglia, io la conosco. Traslocate. Basta di stare a letto! Siete stata malata e va bene, ma adesso è ora di alzarsi. Cambiate camera, occupatevi delle vostre lezioni, finite l’istituto. Io conosco un artista, che va nel Turkestàn per due anni. Ha uno studio tutto diviso da tramezzi che è un vero e proprio appartamentino. Sarebbe disposto a cederlo in buone mani, tutto ammobiliato. Volete che combini? E poi, sentite, permettete che ora vi parli da uomo pratico. Volevo farlo da un pezzo, è mio sacrosanto dovere… Da quando Lipa… Ecco qui una piccola somma, un compenso per la sua promozione… No, permettete, permettete… No, vi prego, non v’ostinate… No, scusate, prego.»

E, andandosene, nonostante le proteste di Lara, le lacrime e qualcosa che rasentò un litigio, la obbligò ad accettare un assegno bancario di diecimila rubli.

Appena guarita, Lara si trasferì nella nuova casa consigliatale da Kologrivov. L’appartamentino, vicinissimo al Mercato Smolènsk, era nell’attico di una piccola casa di pietra a due piani, una vecchia costruzione, la cui parte inferiore era occupata da magazzini. L’edificio era abitato da carrettieri. Nel cortile, lastricato e sempre coperto di avena e di fieno, passeggiavano tubando i colombi, che, quando i topi correvano a frotte per la scanalatura di scolo, si alzavano volando in un rumoroso stormo, ma mai oltre l’altezza della finestra di Lara.

Il dottor Zivago
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