6.

«Cos’ha quel cane da abbaiare? Bisognerebbe vedere che ha. Per niente non abbaierebbe. Aspetta, Lìdochka, si pigli un accidente, stai zitto un momento! Bisogna vederci chiaro. Potrebbero anche capitar qui quei figli di cani. Non muoverti, Ustin. Sta’ qui anche tu, Sivobljùj. Faranno senza di voi:

Non avendo sentito quella richiesta di aspettare e di fermarsi un momento, il rappresentante del centro continuò stancamente nella sua frettolosa oratoria:

«Con la sua politica di rapina, di requisizioni, di violenza, di fucilazioni e di torture, il potere borghese-militarista instaurato in Siberia dovrebbe aprire gli occhi anche a coloro che ci hanno creduto. Questo potere non è soltanto nemico della classe operaia, ma, per forza di cose, anche di tutti i contadini lavoratori. I contadini lavoratori della Siberia e degli Urali debbono capire che solo in alleanza con il proletariato delle città e con i soldati, in alleanza con i poveri della Kirghisia e della Burisatia…»

Finalmente senti che lo interrompevano, si fermò, si asciugò col fazzoletto il volto sudato e, abbassando le palpebre infiammate, chiuse gli occhi.

Quelli che gli stavano vicini gli si rivolsero a mezza voce:

«Riposati un poco. Bevi un po’ d’acqua.»

Al capo partigiano che si inquietava dissero:

«Ma perché ti agiti? Tutto è in ordine. Il segnale è sulla finestra. Il posto di guardia, per parlar figurato, divora lo spazio con gli occhi. Penso che si possa continuare la relazione. Va’ avanti, compagno Lidochka.»

La riunione clandestina si svolgeva nel grande magazzino, in parte sgomberato dal legname. Una catasta di legna alta fino al soffitto separava il locale dall’ufficio e dall’ingresso, servendo da copertura ai convenuti: in caso di pericolo, potevano mettersi in salvo attraverso una uscita sotterranea che sbucava nei solitari cortili del vicolo Konstantinovskij, dietro il muro del monastero.

Il relatore, con un nero berretto di percalle che gli copriva il cranio tutto calvo, il viso opaco di un pallore verdastro e la barba nera fino alle orecchie, soffriva di traspirazione d’origine nervosa e sudava abbondantemente. Riaccendeva con avidità il mozzicone spento alla lingua di fiamma della lampada a petrolio, li sul tavolo, e si chinava con tutta la persona sulle carte che aveva sparpagliate davanti a sé. Scorrendole nervosamente e in fretta con gli occhietti miopi, come annusandole, continuava con voce stanca ed esangue:

«Questa alleanza della gente povera della città e della campagna si può realizzare solamente mediante i soviet. Volere o no, i contadini della Siberia ormai tenderanno verso quegli stessi obiettivi per cui l’operaio siberiano ha già da tempo cominciato la lotta. Scopo comune è abbattere l’autocrazia degli ammiragli e degli “atamàn”, che il popolo odia, e l’insediamento al potere dei soviet dei contadini e dei soldati mediante l’insurrezione armata di tutto il popolo. Insieme a questo, nella lotta contro gli ufficiali e i cosacchi, agenti della borghesia armati fino ai denti, gli insorti dovranno condurre una regolare guerra di fronte, tenace e continua.»

Di nuovo si fermò, si asciugò il sudore, chiuse gli occhi. Contrariamente al regolamento, qualcuno si alzò e con la mano fece segno di voler parlare.

Il capo partigiano o più precisamente il comandante dell’unità di Kelma dei partigiani dell’oltre Ural, sedeva proprio davanti al relatore in un atteggiamento scomposto e provocatorio e lo interrompeva scortesemente, senza alcun rispetto. Si stentava a credere che un uomo così giovane, quasi un ragazzo, potesse comandare interi eserciti e armate, e fosse obbedito e venerato. Sedeva gettando indietro sulla spalliera della sedia il mantello dell’arma di cavalleria, che lasciava scorgere il busto coperto da una camicia militare su cui si notavano ancora le tracce scure dei gradi di tenente che un tempo vi erano cuciti.

Gli stavano ai lati due silenziosi fedelissimi della sua scorta, suoi coetanei, che indossavano bianchi pellicciotti di pecora, ormai grigi per l’uso, guarniti di astrachàn. I loro bei visi di pietra non esprimevano nulla, fuorché una cieca dedizione al capo, pronti, per lui, a qualunque cosa. Rimanevano indifferenti alla discussione, ai problemi che venivano sollevati, all’andamento del dibattito, e non parlavano né sorridevano.

Oltre a loro, nel magazzino c’erano altre dieci o quindici persone, alcune in piedi, altre sedute sul pavimento a gambe allungate, altre accoccolate con le spalle appoggiate alla parete e ai tronchi che ne spuntavano.

Per gli ospiti di riguardo erano state disposte alcune sedie: le occupavano tre o quattro anziani operai, che avevano partecipato alla prima rivoluzione, fra i quali Tiverzin, tetro e molto cambiato, e il suo amico, il vecchio Antipov, che sempre gli faceva eco. Assegnati alla categoria degli dei, ai cui piedi la rivoluzione deponeva tutti i suoi doni e le sue vittime, sedevano come severi e muti idoli cui la boria politica aveva tolto ogni segno di vita e di umanità.

Altre figure nel magazzino erano degne d’attenzione. Senza un momento di tregua, si alzava da terra per rimettercisi subito a sede re, passeggiava per la stanza e si fermava, la colonna dell’anarchia russa, Vdovicenko Bandiera Nera, un grasso gigante con una gran testa, una gran bocca e una criniera leonina, ex ufficiale, forse addirittura dell’ultima guerra russo-turca o, in ogni caso, della guerra russo-giapponese, un sognatore eternamente assorto nelle sue fantasie.

L’estrema bonarietà e la gigantesca statura che gli impediva di percepire i fenomeni di diversa e minore dimensione, non gli lasciavano considerare con sufficiente attenzione ciò che gli succedeva intorno e, comprendendo sempre il contrario, scambiava le opinioni avverse con le proprie e si dichiarava d’accordo con tutti.

Accanto a lui sedeva sul pavimento un suo amico, il cacciatore e trafficante di pellicce Svirìd. Benché Svirìd non avesse mai fatto il contadino, la sua natura terragna, di nere zolle, traspariva attraverso lo scollo della scura camicia di panno, che raccoglieva nel pugno insieme alla crocetta e stiracchiava lungo tutto il torace, grattandosi il petto. Era un mezzo buriato, cordiale e analfabeta, coi capelli stretti in treccine, i baffi radi e una barba ancor più rada, di pochi peli. Le caratteristiche mongole invecchiavano il suo viso che si corrugava senza posa in un sorriso di partecipazione.

Il relatore, che faceva il giro della Siberia con le istruzioni militari del comitato centrale, volava col pensiero nella vastità degli spazi che doveva ancora visitare. Verso la maggior parte dei partecipanti alla riunione nutriva un’assoluta indifferenza. Ma, rivoluzionario e amante del popolo fin dalla più verde età, guardava con venerazione il giovane condottiero che gli sedeva davanti. Non solo perdonava al ragazzo tutte le sue villanie, che gli sembravano la voce sincera di un innato spirito rivoluzionario, educato dalla clandestinità, ma si entusiasmava ai suoi attacchi impertinenti, come a una donna innamorata può piacere la rude disinvoltura di chi la tiene soggiogata.

Il capo partigiano era il figlio di Mikùlicyn, Liverij; il relatore del centro, l’“e trudovik”66 cooperativista, Kostoèd-Amurskij, che in passato aveva aderito ai socialrivoluzionari. Negli ultimi tempi aveva riveduto la propria posizione, riconosciuto i propri errori ideologici, facendone ammenda in varie e diffuse dichiarazioni, e non solo era stato accettato nel Partito comunista, ma aveva subito avuto un incarico di tanta responsabilità.

Benché non fosse neppure lontanamente un tecnico militare, il lavoro gli era stato affidato in segno di rispetto per la sua anzianità rivoluzionaria, per le sofferenze subite nei lunghi soggiorni in carcere, e anche perché si supponeva che, quale ex cooperatore, dovesse conoscere gli umori delle masse contadine della Siberia occidentale percorsa da rivolte. E un’esperienza dei genere era più importante delle cognizioni militari.

Il mutamento delle convinzioni politiche aveva reso irriconoscibile Kostoèd, ne aveva cambiato l’aspetto, i gesti, le maniere. Nessuno ricordava che in passato fosse stato calvo e barbuto. Ma, chissà, forse era un travestimento. Il Partito gli aveva prescritto una rigorosa segretezza sulla sua identità. Il suo nome di battaglia era Berendèj o compagno Lidochka.

Quando cessò il chiasso suscitato dalle intempestive parole di Vdovicenko che si era dichiarato d’accordo sui punti dell’istruzione appena letti, Kostoèd continuò:

«Allo scopo di esercitare il massimo controllo sul crescente moto delle masse contadine è necessario istituire al più presto un collegamento con tutte le unità partigiane che si trovano nella zona dei Comitato provinciale.»

Parlò poi del modo in cui stabilire i recapiti, le parole d’ordine, i messaggi cifrati, i sistemi di comunicazione e insistette anche sui particolari.

«Comunicare alle unità dove si trovano i depositi di armi, di equipaggiamento e di vettovagliamento delle ex organizzazioni e istituzioni, dove sono custoditi i maggiori depositi di denaro e come sono sorvegliati. Si devono elaborare dettagliatamente, in tutti i particolari, le questioni dell’organizzazione interna delle unità, dei loro capi, della disciplina militare comunista, della cospirazione, del legame delle unità coll’esterno, dei rapporti con la popolazione locale, dei tribunali militari-rivoluzionari, della tattica del sabotaggio in territorio nemico, come la distruzione di ponti di linee ferroviarie, battelli, chiatte, stazioni, delle officine con la loro attrezzatura tecnica, del telegrafo, delle miniere, delle scorte alimentari.»

Lìverij, che da tempo pazientava, non resistette più. Quelle parole sembravano un delirio dilettantesco, senza rapporto con la realtà. Disse:

«Grazie per la magnifica lezione. Faccio un nodo per ricordarmene. Evidentemente bisogna accettare tutto questo senza obiezioni, per non perdere l’appoggio dell’esercito rosso.»

«Sì capisce.»

«E che me ne debbo fare, bellissima mia Lìdochka67, di questa tua filastrocca da ragazzini, quando, il diavolo ti porti, le mie forze, in numero di tre reggimenti, compresa artiglieria e cavalleria, sono da tempo in marcia e battono magnificamente il nemico.»

«Che fascino! Che forza!» pensò Kostoèd.

Ma Tiverzin li interruppe. Non gli piaceva il tono ìrrispettoso di Liverij.

«Scusatemi, compagno relatore. Non so, forse non ho preso bene nota di uno dei punti dell’istruzione. La leggo per controllare. Avete detto: ‘E’ opportuno immettere nel comitato gli ex combattenti che al momento della rivoluzione si trovavano al fronte e facevano parte delle organizzazioni dei soldati. E’ opportuno avere nella composizione del comitato uno o due sottufficiali e un tecnico militare.’ Compagno Kostoèd, ho scritto giusto?».

«Giusto. Parola per parola. Giusto.»

«In tal caso, permettete che faccia un’osservazione. Questo punto sui tecnici mi preoccupa. Noi, operai, che abbiamo partecipato alla rivoluzione del 1905, non siamo abituati a fidarci dei militari. Con loro si infiltra sempre la controrivoluzione.»

Intorno echeggiarono voci:

«Basta! La risoluzione! La risoluzione! E’ ora di sciogliere la riunione. E’ tardi.»

«Io sono d’accordo con la maggioranza,» s’intromise Vdovicenko con tonante voce di basso. Per esprimermi poeticamente, ecco qua: le istituzioni civili devono svilupparsi dal basso, su basi democratiche, come germogli che vengono piantati nel terreno e attecchiscono. Non si può conficcarle dall’alto come pali di una palizzata. Questo è stato l’errore della dittatura giacobina, la ragione per cui la Convenzione è stata schiacciata dai termidoriani.»

«E’ chiaro come il giorno,» disse Svirìd, appoggiando il suo compagno di vagabondaggio, lo capirebbe un bambino. Bisognava pensarci prima, ormai è tardi. Ora il nostro compito è combattere e andar dritti, fino in fondo. Grugnisci quanto vuoi ma dàgli sotto. Altrimenti, che roba sarebbe? Prima tante urla e minacce e poi si indietreggia? Se sei in ballo, bisogna che balli. Se ti butti in acqua, non star lì a strillare ‘affogo’.»

«La risoluzione! La risoluzione!» si chiedeva da tutte le parti.

La discussione durò ancora un po’, sempre meno coerente, con chi diceva bianco e chi nero, finché all’alba la riunione si sciolse. Si separarono con cautela, uscendo uno per volta.

Il dottor Zivago
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