9.
Nikolàj Nikolàevich era alla finestra quando apparve la gente in fuga. Capì che venivano dalla dimostrazione e per un certo tempo continuò a guardare pensando di vedere Jura o qualche altro fra la gente che si disperdeva. Ma non riconobbe nessuno, solo una volta gli parve che passasse in fretta quel ragazzo (Nikolàj Nikolàevich ne aveva dimenticato il nome), il figlio di Dudorov, uno spericolato, a cui solo poco tempo prima avevano estratto una pallottola dalla spalla destra e che tuttavia andava di nuovo a cacciarsi dove non doveva.
Nikolàj Nikolàevich era giunto da Pietroburgo in autunno. A Mosca non aveva casa e non gli piaceva alloggiare in albergo. Si era perciò fermato dagli Sventickij, suoi lontani parenti, che gli avevano messo a disposizione uno studio d’angolo, al mezzanino.
Quella grande casa a due piani, troppo vasta per la coppia senza figli degli Sventickij, da tempo immemorabile era stata data in affitto ai loro vecchi dai principi Dolgorukij. La proprietà Dolgorukij, con tre cortili, un giardino e un gran numero di costruzioni di stile diverso, disposte senza ordine, dava su tre vicoli e si chiamava ancora ‘all’antica Muchnòj gorodòk.’
Nonostante le quattro finestre, lo studio era piuttosto buio, ingombro di libri, di carte, di stampe e di tappeti. Aveva un balcone, che abbracciava a semicerchio tutto l’angolo dell’edificio. La doppia porta a vetri che s’apriva sul balcone, d’inverno era ermeticamente chiusa.
Da due finestre e dalla porta-finestra che dava sul terrazzo si scorgeva il vicolo in tutta la sua lunghezza: una strada per slitte che si perdeva in distanza, con piccole case e palizzate obliquamente allineate.
Dal giardino, ombre viola si protendevano nello studio.
Da come occhieggiavano nella stanza, gli alberi avevano l’aria di voler posare sul pavimento i rami pesanti di brina, una brina simile alle livide colature di una candela.
Guardando nel vicolo, Nikolàj Nikolàevich ricordava il precedente inverno trascorso a Pietroburgo, Gapòn, Gor’kij, la visita di Witte, gli scrittori alla moda. Da quella gran confusione era fuggito qui, nel silenzio e nella quiete della capitale primogenita, per scrivere il suo libro. Ma era caduto dalla padella nella brace. Non era possibile riordinare i pensieri: ogni giorno conferenze e rapporti, ora ai corsi femminili superiori, ora alla Società religioso-filosofica, ora alla Croce Rossa e ora al Fondo del comitato di sciopero. Meglio rifugiarsi in Svizzera, in qualche cantone boscoso: con la pace e la chiarità del lago, cielo e montagne, e quell’aria sonora, come tesa in ascolto, in cui ogni cosa riecheggia.
Si allontanò dalla finestra. Aveva voglia di andare a trovare qualcuno o camminare semplicemente per le strade, senza meta. Ma si ricordò a tempo che doveva venire da lui, per una questione, il tolstoiano Vyvolochnov, e non poteva assentarsi. Cominciò a passeggiare avanti e indietro per la stanza col pensiero rivolto al nipote.
Quando, da quello sperduto capoluogo sul Volga, Nikolàj Nikolàevich si era trasferito a Pietroburgo, aveva condotto Jura a Mosca, nella cerchia dei parenti, i Vedenjapin, gli Ostromyslenskij, i Michaelis, gli Sventìckij e i Gromeko. Dapprima lo aveva installato presso il vecchio Ostromyslenskij, un arruffone parolaio che i parenti chiamavano, alla buona, Fed’ka. Fed’ka conviveva “more uxorio” con la pupilla Motja, il che lo faceva sentire un sovvertitore della morale tradizionale e un combattente dell’ideale. Egli tuttavia deluse la fiducia riposta, spendendo per sé i denari destinati a Jura, e questi allora fu trasferito presso la famiglia del professor Gromeko, dove tuttora si trovava e dove era circondato da un’atmosfera di caldo affetto.
«Sono un triumvirato, quelli,» pensava Nikolàj Nikolàevich: Jura, il suo compagno di classe Gordon e la figlia dei Gromeko, Tonja. Una triplice alleanza, che s’è imbottita la testa col “Senso dell’amore”9 e la “Sonata a Kreutzer”, e che gli è presa la mania di predicare la castità.
L’adolescenza, certo, deve passare attraverso tutti i furori della purezza. Ma loro caricano un po’ la mano, hanno perso la bussola.
«Che tipi, proprio dei bambini! Tutto quello che riguarda la sensualità, e che pure li turba tanto, lo chiamano chissà perché ‘volgarità’, e adoperano quest’espressione a proposito e a sproposito. La scelta della parola non è davvero felice! Per loro ‘volgarità’ è la voce dell’istinto, la letteratura pornografica, lo sfruttamento della donna, a momenti tutto il mondo fisico, o pressappoco. Arrossiscono, impallidiscono quando pronunciano questa parola!
«Se fossi stato a Mosca,» pensava Nikolàj Nikolàevich, «non avrei lasciato che le cose andassero tanto avanti. Il pudore è necessario, ma entro certi limiti… Ah! Nil Feoktìstovic! Prego!» esclamò, e si avviò incontro all’ospite.