1.
Il treno che aveva portato fin là la famiglia Zivago era ancora fermo su binari secondari, nascosto da altri convogli, ma si sentiva che il legame con Mosca, protrattosi per tutto il viaggio, quella mattina si era spezzato, era finito.
Si apriva ora tutto un altro paese, un mondo di provincia, che gravitava attorno a un proprio, diverso centro d’attrazione.
La gente lì si conosceva più intimamente che nella capitale. Benché la zona ferroviaria Jurjatin-Razvil’e fosse stata fatta sgomberare e venisse sorvegliata tutt’intorno da truppe rosse, durante il viaggio sempre nuovi passeggeri riuscivano chissà come a salire sul treno: «si infiltravano», si direbbe oggi. Gente si pigiava nei vagoni, ostruiva le aperture dei carri bestiame, camminava sui binari lungo il treno, sostava sul terrapieno davanti agli sportelli dei vagoni.
Si conoscevano tutti fra loro, conversavano da lontano, si salutavano ogni volta. Vestivano e parlavano diversamente che nelle capitali, mangiavano altre cose, avevano abitudini differenti.
Sarebbe stato interessante sapere di che cosa vivessero, con quali risorse materiali e morali si sostenessero, come lottassero contro le difficoltà, come eludessero le leggi.
La risposta non tardò a venire e nella forma più eloquente.