7.

In uno scompartimento di seconda classe viaggiava con suo padre, l’avvocato Gordon di Orenbùrg, l’allievo ginnasiale Misha Gordon, un fanciullo di undici anni dal viso pensieroso e dai grandi occhi neri. Il padre si trasferiva per servizio a Mosca e il fanciullo avrebbe frequentato un ginnasio della capitale. La madre e le sorelle vi si trovavano già da tempo, tutte prese dalla sistemazione dell’alloggio.

Il ragazzo e suo padre viaggiavano da tre giorni.

Ai loro lati, in nuvole di polvere calda e imbiancata dal sole, come incalcinata, volava la Russia, campi e steppe, città e villaggi. Sulle strade si trascinavano convogli di carri, pesantemente svoltando verso ì passaggi a livello, e dal treno lanciato a grande velocità pareva che stessero fermi, e i cavalli alzassero e abbassassero le zampe senza muoversi d’un passo.

Alle fermate importanti i passeggeri si lanciavano come invasati verso il buffet e il basso sole del tramonto illuminava le loro gambe attraverso gli alberi della stazione e riluceva tra le ruote dei vagoni.

Tutti i movimenti, presi a sé, apparivano lucidi e calcolati: nell’insieme risultavano invece come incoscientemente inebriati dalla comune corrente della vita. La gente si agitava e si affaccendava, mossa dal meccanismo delle proprie preoccupazioni. Ma quei meccanismi non avrebbero funzionato, se loro principale regolatore non fosse stato un senso di suprema, fondamentale serenità. Una serenità data dalla coscienza del rapporto che lega le esistenze umane, dalla certezza del loro reciproco comunicare, dal sentimento di felicità al pensiero che tutto quanto quel che avviene non si compie soltanto sulla terra dove si seppelliscono i morti, ma anche in altro luogo, in quello che taluni chiamano il regno di Dio, altri la storia, altri in modo ancora diverso.

Il fanciullo costituiva una decisa e amara eccezione alla regola. La sua molla principale restava un senso di preoccupazione non mitigato né nobilitato dalla spensieratezza. Sapeva d’aver ereditato un tale carattere e con vigile apprensione ne spiava i sintomi su di sé. La natura di quel carattere lo amareggiava. La sua presenza lo umiliava.

Fin dal tempo cui poteva risalire col ricordo, non aveva cessato di domandarsi come, pur con le stesse braccia e le stesse gambe, con lingua e abitudini identiche, si potesse essere qualcosa di diverso dagli altri, qualcosa, anzi, che piaceva a pochissimi e che molti non amavano. Non riusciva a capire perché se qualcuno è peggiore degli altri non possa cercare di correggersi e di diventare migliore. Che significa essere ebreo? Perché questo è possibile? Cosa compensa o giustifica questa sfida disarmata che non porta altro che dolore?

Quando si rivolgeva al padre, questi rispondeva che le sue premesse erano assurde e che non era quello il modo di ragionare, ma in cambio non proponeva nulla di così acuto e profondo che convincesse Misha e lo costringesse ad accettare, arreso, l’inevitabile.

E, fatta eccezione per il padre e la madre, si era a poco a poco caricato di disprezzo per gli adulti che avevano tanto ingarbugliato la matassa senza poi essere più capaci di sbrogliarla. Si era convinto che, una volta cresciuto, avrebbe risolto lui ogni cosa.

Anche adesso, ecco, nessuno si sarebbe sognato di dire che suo padre aveva agito in modo sbagliato, precipitandosi a inseguire quel pazzo che si era lanciato sulla piattaforma, e che il treno non doveva fermarsi quando costui, respingendo con forza Grigorij Osìpovich Gordon e spalancando la porta del vagone, si era gettato a capofitto sul terrapieno, come ci si tuffa in acqua da un trampolino.

Ma poiché non uno qualsiasi, bensì proprio Grigorij Osìpovich aveva tirato il segnale d’allarme, era chiaro che il treno continuava a sostare così inspiegabilmente a lungo per causa loro.

Nessuno sapeva di preciso le ragioni di quella sosta. Taluni dicevano che l’improvvisa fermata aveva danneggiato i freni ad aria compressa; altri che il treno si trovava in una pendenza troppo ripida e che non avrebbe potuto superarla se la locomotiva non prendeva la rincorsa. Circolava anche un’altra versione: che il suicida fosse una qualche grossa personalità, e l’avvocato, suo compagno di viaggio, avesse perciò richiesto che dalla vicina stazione di Kologrìvovka si facessero venire dei testimoni per redigere il verbale. Ecco perché l’aiuto macchinista si era arrampicato sul paio della linea telefonica. Il carrello a motore doveva già essere in viaggio.

Dai gabinetti emanava un leggero tanfo che si cercava di soffocare con acqua di colonia. Si sentiva anche un odore un po’ rancido di polli arrosto avvolti in carta unta. Nel vagone, anziane signore di Pietroburgo, che il fumo della locomotiva, combinandosi coi cosmetici, aveva trasformato, tutte, senza eccezione, in ardenti zingare, continuavano a incipriarsi, ad asciugare le palme coi fazzoletti, conversando con voci stridule. Quando passavano accanto allo scompartimento dei Gordon, avvolgendo le angolosità delle spalle nelle mantelline e mettendo a profitto l’angustia del corridoio per un nuovo motivo di civetteria, sembrava a Misha che sibilassero, o che dovessero sibilare, giudicando dalle loro labbra strette strette: «Oh, ma vi pare, che sensibilità! Noi siamo qualcosa di diverso dagli altri! Siamo delle intellettuali! Questo è troppo per noi!»

Il corpo dei suicida giaceva sull’erba, vicino al terrapieno. Una striscia di sangue aggrumato spiccava nera, come un taglio netto che attraversava la fronte e l’occhio, segnando il volto come un frego. Il sangue non sembrava sangue suo, sgorgato da lui, ma qualcosa di estraneo che gli fosse stato aggiunto, un cerotto, uno schizzo rappreso di fango o un’umida foglia di betulla.

Il gruppo dei curiosi e dei pietosi mutava continuamente intorno al cadavere. Su di esso stava tutto chiuso, senza alcuna espressione sul viso, il suo amico e compagno di viaggio, un avvocato robusto e altezzoso, un animale di razza, con la camicia fradicia di sudore. Soffocava dal caldo e si faceva vento con il cappello floscio. A tutte le domande rispondeva sgarbatamente, fra i denti, stringendosi nelle spalle e non voltandosi neppure: «Un alcolizzato. Possibile che non capiate? Tipico effetto del “delirium tremens”.»

Per due o tre volte si avvicinò al cadavere una donna magra, in abito di lana, con un fisciù ricamato. Era vedova e madre di due macchinisti, la vecchia Tiverzin, che con un biglietto per familiari viaggiava gratuitamente in terza classe insieme alle nuore che, silenziose e avvolte fin quasi ai piedi nei loro scialli, la seguivano come due suore la superiora. Il gruppo incuteva rispetto e la gente le lasciava passare.

Il marito della Tiverzin era morto bruciato vivo in un disastro ferroviario. La donna si fermò ad alcuni passi dal cadavere, in modo da poter vedere attraverso la folla, e sospirando come facesse un confronto. «A ciascuno il suo destino,» pareva dire. «C’è chi muore per volontà di Dio. Questo, invece, se l’è cercata lui… per la sua ricchezza e per la sua follia.»

Tutti i passeggeri sostavano un momento accanto al cadavere, poi tornavano ai loro vagoni, solo per paura di essere derubati del bagaglio.

Quando saltavano giù sul terrapieno, si sgranchivano, coglievano fiori e facevano una corsettina; tutti avevano come l’impressione che quel luogo fosse sorto per incanto, grazie soltanto alla fermata, e che se non fosse accaduta la disgrazia, quel prato paludoso, disseminato di monticelli erbosi, l’ampio fiume e la bella casa con la chiesa sull’altra riva, non sarebbero esistiti al mondo.

Persino il sole, che sembrava anch’esso un attributo del luogo, illuminava con ritegno serale la scena, quasi appressandosi timoroso, come avrebbe potuto avvicinarsi ai binari e osservare la gente una mucca della mandria che pascolava poco lontano.

Misha fu sconvolto da quanto era successo e per i primi minuti pianse di pietà e di spavento. Nel corso del lungo viaggio il suicida era venuto più volte a sedersi nel loro scompartimento e aveva conversato per ore con suo padre. Diceva di sentirsi rasserenare nella quiete e nella purezza morale del loro mondo, e poneva a Grigorij Osìpovich una quantità di domande a proposito di cambiali e di atti di donazione, di fallimenti e di falsi. «Ah, così?» si era stupito delle spiegazioni di Gordon. «Voi sembrate disporre di leggi molto più indulgenti. Il mio legale pensa diversamente: vede le cose in modo molto più pessimistico.»

Ogni volta che quell’uomo nervoso sembrava aver trovato un po’ di calma, dalla prima classe veniva a cercarlo il suo avvocato e compagno di viaggio e lo trascinava nel vagone ristorante a bere champagne. Era quel tipo robusto, insolente, rasato alla perfezione e azzimato, che ora stava lì accanto al cadavere, con l’aria di non stupirsi di niente al mondo. Non si poteva non pensare che la continua, morbosa eccitazione del suo cliente gli fosse in qualche modo convenuta.

Il padre aveva detto a Misha che quel signore che veniva a trovarlo nello scompartimento era un famoso milionario, un brav’uomo piuttosto spendaccione, già mezzo irresponsabile. Senza darsi pensiero della presenza del ragazzo costui aveva raccontato del proprio figlio, un coetaneo di Misha, e della moglie defunta, poi aveva parlato della seconda famiglia, anche questa abbandonata. A quel punto, si era ricordato di qualcosa, era impallidito e aveva cominciato a divagare e a perdere il filo del discorso.

Verso Misha mostrava una strana tenerezza, probabilmente riflessa, e forse non destinata a lui. Ogni momento gli regalava qualcosa, e nelle stazioni più grandi si recava nelle sale di prima classe, dove c’erano chioschi di libri e si vendevano giocattoli e prodotti caratteristici della zona.

Beveva continuamente e si lamentava di non dormire da tre mesi, mentre, nei rari momenti di lucidità, soffriva tormenti di cui una persona normale non poteva aver idea.

Un momento prima della sua fine, era piombato nel loro scompartimento, aveva afferrato Grigorij Osìpovich per un braccio, come se avesse voluto dire qualcosa, ma senza riuscirvi, ed era corso di nuovo fino alla piattaforma, per gettarsi dal treno.

Ora Misha esaminava la piccola collezione di minerali degli Urali in una cassettina di legno, l’ultimo regalo del morto, quando all’improvviso tutto si mosse. Un carrello a motore si era avvicinato al treno sull’altro binario. Ne saltarono giù il giudice istruttore in berretto con la coccarda, un medico e due poliziotti. Si udirono delle voci, fredde ed efficienti. Facevano domande, prendevano nota. I conduttori e i poliziotti trascinavano faticosamente su per il terrapieno il cadavere, fermandosi di continuo e scivolando nella sabbia. Una donna si mise a urlare. I viaggiatori furono pregati di risalire in vettura. Venne dato il segnale di partenza e il treno si mosse.

Il dottor Zivago
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