5.

Jurij Andrèevich si preparava a poco a poco alla partenza, visitava le case e gli istituti in cui doveva congedarsi da qualcuno e si faceva rilasciare i documenti necessari.

In quel periodo, diretto al fronte, si fermò in città il nuovo commissario della zona. Dicevano che fosse ancora un ragazzo.

Si andava preparando allora una nuova grande offensiva e al fine di influenzare decisamente il morale delle truppe, si esercitava su di loro una continua pressione. Erano stati istituiti tribunali militari rivoluzionari e ripristinata la pena di morte abolita da poco tempo.

Prima di partire, il dottore doveva presentarsi al comandante, la cui funzione a Meljuzeev era assolta da un capo militare, il «distrettuale», come era chiamato per maggior brevità.

Di solito c’era da lui una terribile ressa. La folla non poteva essere contenuta nel vestibolo e nel cortile, e occupava metà della strada, sotto le finestre dell’ufficio. Era impossibile raggiungere i tavoli e con tutto quel vocio non si riusciva a sentire niente.

Ma quel giorno gli uffici non erano aperti al pubblico. Nel salone vuoto e silenzioso gli impiegati scrivevano taciturni, guardandosi ironicamente, scontenti del lavoro sempre più complicato. Dall’ufficio del «distrettuale» giungevano voci allegre, come se là, sbottonate le giacche, si stessero ristorando con qualcosa di fresco.

Ne uscì Galiullin, vide Zivago e, piegandosi verso di lui, con l’atto di chi prende la rincorsa, lo invitò a entrare e a condividere l’allegria che vi regnava. Il dottore, che doveva avere la firma del capo, entrò e vi trovò il più artistico disordine.

L’oggetto dell’interesse di tutta la città, l’eroe del giorno, il nuovo commissario, invece di proseguire per la sua destinazione, era lì, in quell’ufficio, che non aveva alcuna relazione con le competenze dello Stato Maggiore e con problemi operativi, lì, davanti agli amministratori del regno militar-cartaceo, e concionava.

«Ah, ecco un’altra delle nostre stelle,» disse il «distrettuale», presentando il dottore al commissario, il quale, tutto compreso di sé, non lo guardò neppure, mentre il «distrettuale», spostandosi solo un po’ per firmare la carta che il dottore gli porgeva, e riprendendo subito la sua posizione, indicò a Zivago con gesto cortese un basso, morbido “pouf” che era in mezzo alla stanza.

Dei presenti, solo il dottore si sedette in modo normale. Gli altri stavano negli atteggiamenti più strani e scomposti. Il «distrettuale», col capo appoggiato sul braccio, era semisdraiato sulla scrivania in una posa romantica alla Pechorin35, di fronte a lui il suo aiutante si abbandonava sul bracciolo del divano, con le gambe raccolte di lato come fosse su una sella da amazzone. Galiullin stava a cavalcioni di una sedia, abbracciando la spalliera e posandovi la testa, mentre il giovane commissario a volte balzava a sedere sul davanzale, puntellandovi le braccia, a volte ne saltava giù e, come una trottola lanciata, non stava un momento fermo, agitandosi avanti e indietro per l’ufficio a piccoli passi veloci. E parlava senza posa. Argomento erano i disertori di Birjuci.

Le voci relative al commissario si rivelarono esatte: era un giovane sottile ed elegante, ancora di primo pelo, e che, come una candeluzza votiva, ardeva dei più alti ideali. Dicevano che fosse di buona famiglia, qualcosa come un figlio di senatore, e che nel febbraio era stato uno dei primi a condurre la sua compagnia alla Duma di Stato. Il suo cognome era Ginze o Ginz, il dottore non aveva capito bene quando li avevano presentati. Parlava con un corretto accento pietroburghese, estremamente chiaro e distinto, quasi come un barone dei Baltico.

Indossava una stretta giubba. Certo provava il disagio di essere ancora così giovane, e, per sembrare più vecchio, atteggiava il viso a una smorfia sprezzante e s’ingobbiva. Teneva perciò le mani sprofondate nelle tasche dei pantaloni alla Galiffet, sollevando le spalle ricoperte da rigide spalline nuove. La sua figura appariva la stilizzazione di un cavallerizzo: si sarebbe potuta disegnare dalle spalle ai piedi con due sole linee convergenti in basso.

«Sulla linea ferroviaria, a poche tratte da qui, c’è un reggimento cosacco. Rosso, fedele. Sì fa venire qui, si circondano i rivoltosi e la partita è chiusa. Il comandante del corpo d’armata insiste perché siano disarmati al più presto,» disse il «distrettuale».

«I cosacchi? In nessun caso!» esplose il commissario. «Questa è roba da millenovecentocinque, una reminiscenza prerivoluzionaria! Qui siamo agli antipodi, qui i vostri generali oltrepassano i limiti!»

«Non si è fatto ancora nulla. Tutto è ancora allo stato di progetto, di ipotesi.»

«C’è un accordo col comando militare di non immischiarsi nelle disposizioni operative. Io non voglio rifiutare il reggimento dei cosacchi. Va bene. Ma, per conto mio, intraprenderò alcuni passi suggeriti dal buonsenso. Hanno un bivacco laggiù, quei disertori?»

«Come dirlo? In ogni caso hanno un campo. Fortificato.»

«Benissimo. Voglio andare da loro. Mostratemi questi satanassi, questi briganti della foresta. Saranno pure dei ribelli, dei disertori, ma sono sempre popolo: è di questo, signori, che vi dimenticate. E il popolo è un bambino, bisogna conoscerlo, conoscere la sua psicologia, ci vogliono maniere speciali. Bisogna saperlo toccare nelle sue corde migliori, più sensibili, farle vibrare.

«Andrò in quella radura e parlerò con loro a cuore aperto. E vedrete che in ordine esemplare torneranno sulle posizioni abbandonate. Volete scommettere? Non ci credete?»

«E’ difficile. Ma Dio lo voglia!»

«Gli dirò: ‘Fratelli, guardatemi. Io, figlio unico, speranza della mia famiglia, ho dato tutto, non mi sono risparmiato, ho sacrificato il mio nome, la mia posizione, l’amore dei genitori per conquistare una libertà della quale nessun popolo al mondo gode l’uguale. Questo ho fatto io e un gran numero di giovani come me, per non parlare della vecchia guardia dei nostri gloriosi predecessori, dei populisti carcerati e dei “narodovolcy”36 di Schluesselburg. E’ forse per noi che lo abbiamo fatto? Ne avevamo bisogno, noi? Ora non siamo più semplici soldati di linea, come prima, ma i combattenti del primo esercito rivoluzionario del mondo. Domandatevi onestamente: avete mai meritato questo alto titolo? Mentre la patria, versando l’ultimo sangue, con uno sforzo supremo tenta di liberarsi dell’idra del nemico che l’ha avvinta, voi vi siete lasciati istupidire da una banda di ignoti avventurieri e vi siete trasformati in una marmaglia incosciente, in un’accozzaglia di farabutti sfrenati che s’ingozza della libertà, per i quali tutto ciò che si dà è sempre troppo poco, proprio come dice il proverbio: ‘lascia che il maiale vada sotto la tavola e vi metterà sopra le zampe.’ Oh, gliela farò capire io, li riempirò di vergogna!»

«No, no, è rischioso,» provò a obiettare il «distrettuale», scambiando di sottecchi uno sguardo d’intesa col suo aiutante.

Galiullin cercò di dissuadere il commissario dalla sua folle intenzione. Conosceva gli scavezzacolli del 212esimo da quando aveva prestato servizio nella divisione di cui quel reggimento faceva parte. Ma il commissario non l’ascoltava.

Durante tutto il tempo Jurij Andrèevich sentiva l’impulso di alzarsi e di uscire. L’ingenuità del commissario lo metteva a disagio. Ma non minore fastidio gli dava la navigata furberia del «distrettuale» e del suo aiutante, due beffardi e infidi sornioni. Quella stupidità e quella scaltrezza si equivalevano. E ambedue si manifestavano attraverso un torrente di parole, superfluo, inconcludente, confuso: proprio ciò di cui la vita ha tanta sete di liberarsi.

Oh, come alle volte, dalla mediocrità autoesaltatrice, dall’incessante vaniloquio degli uomini si vorrebbe fuggire nell’apparente silenzio della natura, nel muto carcere di un lungo tenace lavoro, nell’ineffabilità d’un sonno profondo, d’una vera musica, d’un tacito contatto dei sentimenti, col cuore ammutolito dalla sua pienezza!

Il dottore si ricordò che lo attendeva la spiegazione, spiacevole in ogni caso, con la Antipov. Era contento della necessità di vederla, sia pure a quel prezzo. Ma era difficile che fosse già a casa. Approfittando dei primo momento favorevole, si alzò e senza farsi notare uscì dall’ufficio.

Il dottor Zivago
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