1.
Poco ormai rimane da dire della vita di Jurij Andrèevich, degli ultimi otto o nove anni che precedettero la sua morte, nel corso dei quali andò sempre più cedendo e crollando, dimenticò le cognizioni e la pratica medica, smarrì le qualità di scrittore, solo di tanto in tanto sottraendosi allo stato di torpore e di decadimento, rianimandosi, tornando all’attività, per poi, dopo uno sprazzo fugace, ricadere di nuovo in una cronica indifferenza verso se stesso e ogni cosa al mondo. In questi anni si aggravò la sua vecchia malattia di cuore, che egli stesso aveva da tempo diagnosticato senza rendersi però conto della sua gravità.
Arrivò a Mosca sul principio della Nep, il più ambiguo e falso dei periodi sovietici. Era dimagrito, con la barba e i capelli lunghi, e ancora più inselvatichito che non al tempo del suo ritorno a Jurjatin, dopo la prigionia partigiana. Anche ora, lungo la strada s’era a poco a poco privato di tutto ciò che valeva qualcosa, in cambio di pane e di qualche lacero straccio per non rimanere nudo. Così, durante il viaggio, dì nuovo cedette ancora la pelliccia e un paio di pantaloni, e comparve nelle vie di Mosca con una grigia “papacha”90, le fasce e un consunto cappotto militare che, senza i bottoni, strappati fino all’ultimo, sembrava una uniforme da carcerato. Vestito in questa foggia, in nulla si distingueva dagli innumerevoli soldati rossi che in folla inondavano le piazze, i corsi e le stazioni della capitale.
A Mosca non arrivò solo. Lo seguiva dovunque un contadino, un bel ragazzo, anch’egli completamente rivestito di indumenti militari. In tale tenuta, si presentavano tutti e due in quei superstiti salotti moscoviti, dove Jurij Andrèevich aveva trascorso l’infanzia. Tutti lo ricordavano e lo accoglievano insieme al suo compagno, non senza aver prima chiesto con delicatezza se dopo il viaggio fossero stati ai bagni pubblici, poiché il tifo petecchiale infuriava ancora. E da loro Jurij Andrèevich, appena tornato, fu messo a conoscenza delle circostanze in cui i suoi erano partiti per l’estero.
Tutti e due fuggivano gli incontri e per un’esasperata timidezza evitavano le occasioni di andare in visita separatamente, dove non avrebbero potuto tacere e sottrarsi all’obbligo di parlare. Apparivano di solito dai conoscenti, con le loro allampanate figure, quando vi si riuniva molta gente, e si tenevano appartati in un angolo passando la serata in silenzio, senza partecipare alla conversazione generale.
In compagnia del suo giovane amico, il dottore alto e magro, vestito a quello strano modo, sembrava una di quelle figure del mondo dei semplici, un ricercatore della verità, e il suo accompagnatore un discepolo o un fedele seguace, ciecamente devoto. Chi era quel giovane?