4.
L’ospedale in cui Zivago era stato degente, dove poi aveva prestato servizio e che ora si apprestava ad abbandonare, si trovava nella palazzina che la contessa Zabrinskij, fin dal principio della guerra, aveva ceduto in favore dei feriti.
La palazzina a due piani sorgeva in uno dei punti più belli di Meljuzeev, all’incrocio della via principale con la piazza centrale, nella quale un tempo si svolgeva l’istruzione dei soldati e ora, di sera, si tenevano i comizi.
Per la sua posizione, la palazzina godeva d’un’ottima vista in varie direzioni: oltre alla via principale e alla piazza, si potevano scorgere anche il vicino cortile, una povera azienda provinciale che non differiva in nulla da una fattoria di campagna e l’antico giardino della contessa, al quale si accedeva dal lato posteriore della casa.
La Zabrinskij non aveva mai dato alla palazzina un valore particolare. Nel distretto, infatti, possedeva una grande tenuta chiamata «Razdòl’noe», e la casa in città le serviva soltanto come base per le visite d’affari e come centro di raccolta degli ospiti, che in estate venivano da ogni parte nella tenuta.
Nella casa, adesso, era installato l’ospedale: la proprietaria era stata arrestata a Pietroburgo, sua residenza abituale.
Della servitù di un tempo, nella palazzina erano rimaste solo due strane donne: mademoiselle Fleury, ex governante delle figlie della contessa, ormai sposate, e l’ex cuoca, Ustin’ja.
Mademoiselle Fleury, una vecchia dai capelli bianchi, rossa in viso, trasandata e scarmigliata, strascicando le pantofole, e con indosso un’ampia blusa consunta, andava avanti e indietro per l’ospedale dove si sentiva a suo agio come un tempo presso la famiglia Zabrinskij, e con sempre qualcosa da raccontare nel suo russo storpiato e con tutte le finali tronche alla francese. Si metteva in posa, gesticolava, e, alla fine della sua chiacchierata, scoppiava in una risata roca che si concludeva con un accesso di tosse irrefrenabile.
Conosceva morte e miracoli della crocerossina Antipov e s’era formata la convinzione che tra lei e il dottore ci fosse una simpatia. Abbandonandosi a una sua ruffianesca passione, così profondamente radicata nella natura latina, mademoiselle si rallegrava quando li trovava insieme, li minacciava col dito in modo allusivo e ammiccava scherzosa. La Antipov rimaneva interdetta, il dottore andava in collera, ma mademoiselle, come tutti gli stravaganti, più d’ogni cosa amava le proprie fantasticherie e non avrebbe rinunciato a esse per nulla al mondo.
Un tipo ancora più curioso era Ustin’ja. Aveva una figura che si rimpiccioliva goffamente nella parte superiore, conferendole una certa somiglianza con una chioccia, e una mente acuta e lucida fino alla malignità; ma alle facoltà razionali univa una fantasia sfrenata in materia di superstizioni.
Conosceva un’infinità di esorcismi popolari e non faceva un passo senza scongiurare il fuoco della stufa e senza bisbigliare nel buco della serratura contro le forze impure prima di uscire dì casa. Era nativa di Zybùshino e si diceva che fosse figlia d’un mago contadino della zona.
Ustin’ja poteva tacere per anni, ma quando scoppiava, come presa da un attacco, non si riusciva più a fermarla. La sua gran passione era difendere la verità.
Dopo la caduta della repubblica di Zybùshino, il Comitato esecutivo di Meljuzeev aveva cominciato una campagna contro le tendenze anarchiche che si diramavano da quella località. Ogni sera, sulla piazza, si tenevano spontaneamente piccoli comizi, ai quali pochi oziosi affluivano come nei tempi andati alle veglie all’aria aperta davanti alla sede dei pompieri. Il “kul’tprosvèt”34 di Meljuzeev incoraggiava tali riunioni e vi mandava attivisti propri, o di passaggio, a dirigere le conversazioni. Questi pensavano che tra le leggende intorno a Zybùshino la più assurda fosse quella del sordomuto parlante e spesso tornavano sull’argomento nelle loro requisitorie. Ma i piccoli artigiani di Meljuzeev, le mogli dei soldati e l’ex servitù della contessa erano di diversa opinione. Il sordomuto che parlava non sembrava loro affatto il colmo dell’assurdità, e ne prendevano le parti.
Fra le disparate interruzioni che si levavano dalla folla si sentiva spesso la voce di Ustin’ja. Dapprima non si decideva, trattenuta da ritegno femminile, ma a poco a poco, prendendo coraggio, aveva cominciato a scagliarsi sempre più audacemente contro gli oratori che sostenevano tesi così contrastanti con l’opinione pubblica di Meljuzeev. Così, senza accorgersene, era diventata una vera oratrice da tribuna.
Dalla palazzina, attraverso le finestre aperte, si sentiva il ronzio confuso delle voci in piazza e, nelle sere particolarmente calme, anche frammenti di discorsi. Spesso, quando parlava Ustin’ja, entrava di corsa nella stanza mademoiselle che esortava i presenti ad ascoltare e che, storpiando le parole, la canzonava bonariamente:
«Rasput, Rasput! Brillant di zar! Zybùsh! Sordomut! Tradiment! Tradiment!»
In segreto mademoiselle andava fiera di quella virago dalla lingua tagliente. Brontolavano continuamente una contro l’altra, ma erano legate tra loro da grande affetto.