6.
Lara invece era a casa. Fu mademoiselle a dirglielo e aggiunse che era tornata stanca, aveva cenato in fretta e si era ritirata in camera sua, pregando di non disturbarla. «Però, bussate pure,» consigliò mademoiselle. «Probabilmente non dorme ancora.» «E dov’è la sua stanza?» domandò il dottore, provocando con la richiesta la meraviglia di mademoiselle. Seppe così che la camera della Antipov era in fondo al corridoio del piano di sopra, vicino alle stanze in cui era stato chiuso l’intero arredamento della Zabrinskij, e dove il dottore non era mai entrato. Imbruniva rapidamente. Nell’oscurità della sera le strade si fecero più anguste, le case e le palizzate si confusero. Dal fondo dei cortili, gli alberi sfioravano le finestre sotto la luce delle lampade accese. Era una notte calda, afosa. Ogni movimento faceva sudare. Le strisce di luce delle lampade a petrolio, cadendo nel cortile, colavano come rivoli di sudore sporco lungo i tronchi degli alberi.
All’ultimo scalino il dottore si fermò. Aveva pensato che farsi vivo, anche solo bussando, con una persona stanca da un viaggio era cosa importuna e molesta. Meglio rimandare il colloquio all’indomani. Distrattamente, come capita sempre quando si torna su una decisione, percorse il corridoio fino all’altra estremità dove una finestra dava sul cortile vicino. Vi si affacciò.
La notte era piena di quieti suoni misteriosi. Di fianco, nel corridoio, gocciolava l’acqua del lavandino, regolare, scandita. Fuori della finestra, da qualche parte, si sentiva bisbigliare. Là dove cominciavano gli orti, annaffiavano le aiuole di cetrioli, passandosi l’acqua di secchio in secchio, accompagnati dallo scarrucolio della catena dei pozzo.
C’era odore di tutti i fiori del mondo in una volta sola, come se la terra, rimasta priva di sensi durante il giorno, si fosse ora riavuta a tutti quei profumi. E, dal secolare giardino della contessa, reso impraticabile dalla sterpaglia, saliva fino alla cima degli alberi, impenetrabile, come il muro di un grande edificio, l’olezzo immenso di un antico tiglio in fiore, carico di polline.
A destra, da dietro la palizzata, giungevano grida dalla strada. Un congedato faceva baccano. Bussarono a una porta; brandelli di una canzone volarono per l’aria.
Dietro i nidi di corvo del giardino si alzò un’enorme luna nero-rossastra. Dapprima simile al mulino di mattoni di Zybùshino, divenne poi gialla come la pompa di acqua della stazione di Birjuci.
E giù, nel cortile, sotto la finestra, al profumo della bella di notte si mescolava quello del fieno appena tagliato, fragrante come tè in fiore. C’era una mucca, comprata da poco in un villaggio lontano. L’avevano fatta camminare tutto il giorno, era stanca, aveva nostalgia della sua mandria e non accettava il cibo dalle mani della nuova padrona alla quale non si era ancora abituata.
«Su, su, non fare i capricci, bestiona. Ti farò smettere io, demonio, di dar cornate,» l’ammansiva con un sussurro la padrona, ma la mucca scrollava inquieta la testa da una parte all’altra o, allungando il collo, muggiva in modo lamentoso e straziante. Dietro le nere rimesse di Meljuzeev ammiccavano le stelle e da loro alla mucca si protendevano i fili di un’invisibile comprensione, come fossero state gli stallaggi di altri mondi, dove si aveva pietà di lei.
Intorno, tutto fermentava, cresceva, saliva al magico lievito dell’esistenza. Il fervore della vita, come un vento silenzioso, avanzava in una larga ondata, senza sapere dove, sulla terra e sulla città, attraverso i muri e i recinti, attraverso il legno e i corpi, abbracciando col suo fremito quanto incontrava sulla propria strada. Per sedare l’effetto di quel flusso vitale, Zivago scese nella piazza ad ascoltare i discorsi che si facevano nel comizio.