10.
Era il tredicesimo giorno della loro permanenza a Varykino, un giorno per nulla diverso dai primi. Come sempre, la notte avevano ululato i lupi che verso la metà della settimana sembrava si fossero eclissati. Credendo ancora che fossero cani, Larisa Fëdorovna, spaventata dal cattivo presagio, aveva di nuovo deciso di partire la mattina stessa. Così si alternavano in lei stati di calma a momenti di angosciosa inquietudine, cosa naturale del resto in una donna attiva, non abituata a perdersi tutto il giorno in tenerezze, né a concedersi il lusso inammissibile di oziose, eccessive effusioni.
Tutto si ripeteva con esattezza, sicché quando quel mattino, come diverse altre volte, ella cominciò a prepararsi per il viaggio di ritorno, si sarebbe potuto pensare che i dodici giorni trascorsi non fossero neppure esistiti.
Di nuovo le stanze erano umide e buie nella tetraggine di una grigia giornata nuvolosa. Il gelo si era attenuato e da un momento all’altro, dal cielo coperto di nuvole basse, sarebbe caduta la neve. Una stanchezza fisica e morale, dovuta alla prolungata veglia, tagliava le gambe a Jurij Andrèevich. I pensieri gli si confondevano. Era spossato e, per la debolezza, provava una penosa sensazione di freddo. Rabbrividendo e stropicciandosi le mani gelate, passeggiava per la stanza non riscaldata, senza sapere che cosa Lara avrebbe deciso e come si sarebbe comportato lui di conseguenza.
Le intenzioni di Lara, d’altra parte, erano abbastanza incerte. In quel momento avrebbe dato metà della propria vita perché tutti loro non si trovassero in quella così caotica libertà, e fossero magari sottoposti a norme precise, severe anche, ma fissate una volta per sempre, che li obbligassero a un lavoro, imponessero loro dei doveri, li costringessero a vivere in modo ragionevole e onesto.
Aveva iniziato la giornata come al solito, rifacendo i letti, riordinando e spazzando le stanze, preparando la colazione al dottore e a Katja. Poi cominciò a fare i bagagli e pregò il dottore di attaccare il cavallo. La sua decisione di partire era ferma e irrevocabile.
Jurij Andrèevich non provò a dissuaderla. Tornare in città, nel pieno dell’ondata di arresti, dopo la recente sparizione, era una vera follia. Ma non era certo più ragionevole rimanere soli e senza armi in mezzo a quel terribile deserto invernale, pieno di altre minacce.
Inoltre stavano per finire le ultime bracciate di fieno che aveva raccolto nelle rimesse vicine e non era pensabile di trovarne altro. Certo, se ci fosse stata la sicurezza di rimanere li stabilmente, avrebbe fatto il giro dei dintorni, per rifornire le scorte di foraggio e di viveri. Ma, per una permanenza provvisoria e problematica, non valeva la pena di avventurarsi in simili esplorazioni. Così, lasciò perdere e andò ad attaccare la cavalla.
Lo faceva in modo maldestro. Glielo aveva insegnato Samdevjatov, ma aveva dimenticato le sue istruzioni. Con mani inesperte fece comunque quanto occorreva. Giratala più volte, annodò a una delle stanghe l’estremità della cinghia con cui aveva fissato il giogo e quindi, puntando una gamba sul fianco della cavalla, tese fortemente le chele del giogo. Portò poi la cavalla davanti all’ingresso, ve la legò e si avviò per dire a Lara che tutto era pronto.
La trovò in preda a un estremo turbamento. Lei e Kàten’ka erano già vestite per partire, tutto era impacchettato, ma Larisa Fëdorovna torcendosi le mani e trattenendo a stento le lacrime, lo pregò di sedersi un momento. Si abbandonava sulla poltrona, poi si alzava e, interrompendosi spesso con un «Non è vero?» su una nota acuta, cantante e lamentosa, diceva rapidamente con un parlare fitto e sconnesso:
«Non è colpa mia. Non so nemmeno io come sia successo. Ma è possibile partire ora? Presto farà buio. La notte ci sorprenderà per strada; e proprio in quel tuo terribile bosco. Non è vero? Farò come vuoi tu; ma da sola, di mia iniziativa, non posso decidere. Qualcosa mi trattiene. Non mi sento tranquilla. Ma facciamo come vuoi tu. Non è vero? Perché taci e non dici una parola? Abbiamo perduto tutta la mattina, sprecando metà della giornata senza ragione. Domani questo non si ripeterà, domani saremo più attenti, non è vero? E se restassimo ancora un giorno? Domani ci alzeremo più presto, partiremo all’alba, alle sette o anche alle sei. Che ne pensi? Puoi accendere la stufa, restare qui un’altra sera a scrivere. Passiamo ancora una notte qui. Ah, tutto qui era eccezionale, così incantevole! Ma perché non rispondi? Sempre così, sempre per colpa mia. Sono proprio disgraziata!»
«Tu esageri; il tramonto è ancora lontano. E’ ancora molto presto. Ma facciamo come vuoi tu. Bene, restiamo. Calmati, però. Guarda come sei agitata. Va bene, restiamo, togliamoci le pellicce. Ecco, anche Kàten’ka dice che ha fame. Mangeremo qualcosa. Hai ragione, partire sarebbe stata una cosa troppo improvvisa, non preparata. Non agitarti però, e non piangere, per amor di Dio. Ora accenderò la stufa. Ma prima, dato che il cavallo è già attaccato e la slitta è già fuori, andrò a prendere l’ultima legna nella nostra vecchia legnaia perché qui non c’è più nemmeno un fuscello. Ma non piangere. Torno subito.»