6.

Aprì la porta una sarta anziana dal viso bruno, vestita di scuro, severa, forse la direttrice del laboratorio.

«Ah, ha, ancora questa pittima! Proprio una peste! Su, presto, di cosa avete bisogno? Non abbiamo tempo da perdere.»

«Ho bisogno di un paio di forbici, non meravigliatevi. Vorrei chiedervele in prestito per un minuto. Mi taglierò la barba qui, davanti a voi, e ve le restituirò con tanti ringraziamenti.»

Negli occhi della sarta si dipinse una diffidente meraviglia. Era evidente che dubitava delle facoltà mentali del suo interlocutore.

«Vengo da lontano. Sono arrivato appena ora in città. Vorrei anche tagliarmi i capelli, ma non c’è neppure un barbiere aperto. E così, ho pensato di farlo da me ma non ho forbici. Prestatemele, ve ne prego.»

«Bene. Ve li taglio io. Ma badate, se avete qualcos’altro in mente, un qualche secondo fine, se volete cambiare aspetto per non essere riconosciuto, se c’è qualche motivo politico, non insistete. Non vogliamo rischiare la vita per voi, lo riferiremo a chi di dovere. Non sono momenti per cose simili.»

«Vi prego, che idee!»

La sarta lo fece entrare, lo condusse in una stanzetta di fianco, non più larga di un ripostiglio e, dopo un momento, il dottore si trovò seduto come dal barbiere, tutto avvolto in un lenzuolo, annodato a bavagliolo, che gli stringeva il collo.

La sarta si allontanò per andare a prendere gli strumenti e poco dopo tornò munita di forbici, di un pettine, di alcune macchinette di vario genere, di un rasoio e di un affilarasoi.

«Nella mia vita ho fatto di tutto,» spiegò al dottore stupito che avesse tutto pronto. «Anche la parrucchiera. In guerra, fra le crocerossine, ho imparato a tagliare i capelli e a far la barba. Prima attacchiamo la barba con le forbici, poi la raderemo.»

«Per favore, scorciatemi un po’ anche i capelli.»

«Ci proveremo. Dall’aspetto sembrate un intellettuale, eppure fate finta di non sapere. Adesso non si conta più a settimane, ma a decadi. Oggi è il diciassette e i giorni col sette i barbieri fanno festa. Pare che non lo sapete!»

«No, parola d’onore, perché dovrei far finta? Ho detto che vengo da lontano. Non sono di qui.»

«Fermo. Non muovetevi così. Si fa presto a fare un taglio. Allora siete forestiero. Come avete fatto ad arrivare?»

«Con le mie gambe.»

«Per la grande strada?»

«In parte per la strada, in parte ho seguito la linea ferroviaria. Vedeste i treni, quanti treni sotto la neve! D’ogni tipo, di lusso, speciali…»

«Ecco, ci siamo quasi. Tagliamo qui e abbiamo finito. Per motivi di famiglia?»

«Macché motivi di famiglia. Per affari dell’ex Unione delle Compagnie di Credito. Sono ispettore. Mi avevano mandato in giro per servizio, lo sa il diavolo dove. Sono rimasto bloccato nella Siberia orientale. Non c’era modo di tornare indietro: nessun treno. Niente da fare, ho dovuto incamminarmi a piedi. Ho marciato per un mese e mezzo. Ne ho viste tante, che non basterebbe tutta la vita a raccontarle.»

«E non bisogna raccontarle. Vi insegnerò io come comportarvi. Ma adesso aspettate. Ecco lo specchio. Tirate fuori una mano dal lenzuolo e prendetelo. Ammiratevi pure. Ebbene? Come vi trovate?»

«Forse avete tagliato troppo poco, avreste potuto farli più corti.»

«Allora non starebbero a posto. Vi dicevo dunque che non bisogna raccontar nulla. La cosa migliore è stare zitto su tutto, oggi. Compagnie di Credito, treni di lusso sotto la neve, ispettori e revisori, è meglio che dimentichiate queste parole. Potrebbe capitarvi un guaio! E’ fuori moda ormai, fuori stagione tutto questo. Inventate piuttosto che siete un dottore o un maestro. Ecco, la barba l’abbiamo tagliata, bisogna raderla per bene. Insaponiamo, cic-cic, ed eccovi ringiovanito di dieci anni. Scappo di là a scaldare un po’ d’acqua.»

«Chi è questa donna?» pensò nel frattempo il dottore. «Ho come l’impressione che tra noi ci siano dei punti di contatto, che io la debba conoscere. C’è qualcosa in lei che mi sembra di aver già visto o d’aver sentito dire. Forse mi ricorda qualcuno, ma chi precisamente?»

Rientrò la sarta.

«Dunque, adesso radiamoci. Già, dicevo, la miglior cosa è non dir mai più dello stretto necessario. E’ un’antica verità, la parola è d’argento, il silenzio è d’oro. Treni speciali e Compagnie di Credito. E’ meglio che inventiate qualcos’altro, che siete un dottore o un maestro. E che ne avete viste di tutti i colori, tenetevelo per voi. Tanto non meravigliereste nessuno. Vi dà fastidio il rasoio?»

«Fa un po’ male.»

«Strappa, deve strappare, lo so. Abbiate pazienza, mio caro. Non è possibile altrimenti. Il pelo si è indurito, la pelle è disabituata al rasoio. Già, tanto non meravigliereste nessuno coi vostri racconti. La gente ne sa ormai anche troppo. Ne abbiamo inghiottite di lacrime. Che cosa non è successo qui, sotto i bianchi! Rapine, assassini, deportazioni. C’era la caccia all’uomo. Per esempio, un piccolo satrapo, uno di quelli di Sagunòv, non aveva troppa simpatia, capite, per un certo tenente, e così ha mandato i soldati a metter l’assedio davanti al bosco Zagoròdnaja, di fronte alla casa di Krapul’skij. L’hanno disarmato e portato sotto scorta a Razvil’e. A Razvil’e, allora c’era quella che oggi è la Cekà provinciale. Un luogo per le esecuzioni. Che avete da scuotere la testa? Strappa. Lo so, caro, lo so. Non ci si può far nulla. Qui bisogna radere contro pelo e il pelo è duro come la setola. Dunque, dicevo, quel luogo. Sua moglie, si capisce, ha una crisi isterica, dico la moglie del tenente. Kolja! Kolja mio! E va diretta dal capo. Cioè, si fa per dire, diretta. Chi la lascia passare? C’è la scorta. Ma qui nella strada accanto c’era una persona che sapeva come si poteva arrivare fino al capo e prendeva le difese di tutti. Era un uomo straordinario, il capo, mica come gli altri, umano, pieno di comprensione. Il generale Galiullin. Ma, in giro, nient’altro che linciaggi, atrocità, drammi di gelosia. Proprio come nei romanzi spagnoli.»

«E’ di Lara che parla,» intuì il dottore, ma per precauzione tacque e non azzardò domande più precise. «Ma quando ha detto: ‘come nei romanzi spagnoli’ mi ha di nuovo stranamente ricordato qualcosa. Me l’ha ricordato proprio con questo paragone che c’entra come i cavoli a merenda.»

«Adesso, certo, è un altro discorso. Quanto a indagini, denunce, fucilazioni, ce n’è ancora da vendere. Ma nell’idea è tutt’altra cosa. Innanzitutto, è un potere nuovo. Governano ancora da poco tempo, non ci hanno ancora preso gusto. Seconda cosa, checché se ne dica, loro sono per il popolo semplice, qui sta la loro forza. Noi eravamo quattro sorelle, me compresa, e lavoriamo tutte. E’ logico che simpatizziamo per i bolscevichi. Una sorella è morta, era maritata con un politico. Suo marito era direttore di una fabbrica di qui. Il figlio, mio nipote, è il capo degli insorti delle nostre campagne, una celebrità, per così dire.»

«Ah, ecco!» balenò in un lampo a Jurij Andrèevich. «E’ la zia di Liverij, di cui parlano tutti, la cognata di Mikùlicyn, parrucchiera, sarta, segnalatrice, l’artista d’ogni mestiere, conosciuta da tutti. E’ meglio, però, che continui a star zitto per non tradirmi.»

«Mio nipote ha avuto simpatia per il popolo fin da bambino. E’ cresciuto col padre fra gli operai, allo Syjatogòr-Bogatyr. Sono le officine di Varykino, non ne avete sentito parlare? Ma che stiamo facendo? Stupida che sono. Mezzo mento è fatto e l’altra metà la devo ancora cominciare! Ecco che vuol dire mettersi a chiacchierare. E voi, perché mi stavate a sentire senza dir nulla? Adesso il sapone s’è asciugato sulla faccia. Andrò a riscaldare l’acqua. Ormai è fredda.»

Quando la Tuncev fu di ritorno, Jurij Andrèevich chiese:

«Varykino non è quel posto fuori mano, quell’angolo sperduto dove non capita mai nulla?»

«Già, per così dire, fuori mano. Quell’angolo sperduto, se volete saperlo, se l’è vista più brutta di noi. Da Varykino sono passate certe bande, non si sa nemmeno quali. Non parlavano come noi. Casa per casa hanno portato fuori gli abitanti e li hanno fucilati. Tutti senza dire nemmeno una parola. I cadaveri sono rimasti sulla neve così com’erano. E’ stato d’inverno, capite. Ma che avete da agitarvi continuamente? A momenti vi tagliavo la gola col rasoio.»

«Avete detto che vostro cognato abitava a Varykino. Nemmeno lui è scampato a questi orrori?»

«No, perché? Dio è misericordioso. Se n’era andato in tempo con la moglie. Con la nuova moglie, con la seconda. Dove siano non si sa, ma è certo che si sono salvati. Là, poi, negli ultimi tempi s’era stabilita altra gente, una famiglia di Mosca, forestieri. Quelli se n’erano andati già prima. Il più giovane degli uomini, un dottore, il capofamiglia, è scomparso senza dare più notizie. Ma che dico senza notizie! Si dice per dire, senza notizie, per non far soffrire. Ma in realtà, si deve pensare che sia morto, ucciso. L’hanno cercato, cercato dappertutto, senza trovarlo. Intanto, l’altro, il più vecchio, è stato richiesto in patria. Era professore. Di agronomia. Ho sentito che ha ricevuto una chiamata dal Governo. Sono passati da Jurjatin, ancor prima che venissero per la seconda volta i bianchi. Ci rifate, caro compagno? Se uno si muove tanto sotto il rasoio, si fa presto a sgozzare un cliente! Voi volete troppo dal barbiere.»

«E così sono a Mosca!»

Il dottor Zivago
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