7.

«A Mosca! A Mosca!» gli risuonava nell’anima a ogni passo, mentre saliva per la terza volta le scale di ghisa. L’appartamento vuoto lo accolse di nuovo con quel baccano di topi che cadevano, balzavano, fuggivano da tutte le parti. Capì che per quanto stanco, non avrebbe potuto chiudere occhio in mezzo a quello schifo. Cominciò, così, i preparativi per la notte tappando i buchi dei topi. Per fortuna, in camera da letto non ce n’erano molti, certo meno che nel resto della casa, dove il pavimento e gli zoccoli delle pareti erano più malandati. Ma bisognava far presto, la notte si avvicinava. E’ vero che sul tavolo della cucina, forse in previsione del suo arrivo, c’erano una lampada, staccata dalla parete e caricata per metà, e una scatoletta con alcuni fiammiferi: dieci, li contò. Ma era meglio tener da conto l’uno e gli altri, il petrolio e i fiammiferi. Nella camera da letto inoltre aveva trovato un lumino da notte con il lucignolo e tracce d’olio che i topi dovevano aver bevuto.

In alcuni punti gli orli dei plinti non toccavano il pavimento. Ficcò nelle fenditure alcuni strati di frammenti di vetro con le punte in dentro. La porta della stanza da letto aderiva bene alla soglia: si poteva chiudere ermeticamente e isolare così la stanza dal resto dell’appartamento. In poco più di un’ora ebbe sistemato tutto.

Un angolo della camera era occupato da una stufa a mattonelle con un cornicione di ceramica che non arrivava fino al soffitto. In cucina c’era della legna, una decina di fascine. Decise di derubare Lara di un paio di bracciate e, piegato su un ginocchio, cominciò a raccogliere la legna nel braccio sinistro. La portò in camera da letto, la depose accanto alla stufa, di cui studiò il funzionamento, per accertarsi che fosse in efficienza. Voleva chiudere la stanza a chiave, ma la serratura era rotta: fissò allora la porta con un pezzo di carta arrotolata stretta, perché non si aprisse e, senza fretta, si accinse ad accendere la stufa.

Mentre metteva nel fornello i pezzi di legna, scorse su uno di essi un marchio che riconobbe con stupore. Erano le tracce di un vecchio marchio, le due iniziali K e D, che indicavano generalmente a quale deposito appartenessero gli alberi non ancora segati. Con quelle lettere ai tempi di Krueger marcavano le estremità delle assi della segheria di Kulabyshevsk a Varykino, quando le officine vendevano il legname da ardere in eccedenza.

La presenza di quella legna in casa di Lara dimostrava che conosceva Samdevjatov e che costui cercava di aiutarla, come un tempo aveva rifornito di tutto il necessario lui e la sua famiglia. Quella scoperta fu come una coltellata al cuore. Se già da prima gli aiuti di Anfìm Efìmovich gli pesavano, ora il fastidio di essergli debitore si complicava di sensazioni diverse.

Era difficile che Anfìm beneficasse Lara solo per i suoi begli occhi. Jurij Andreevich s’immaginò i modi di fare disinvolti di Anfìm Efìmovich e la femminile impulsività di lei. Non era possibile che fra loro non vi fosse stato nulla.

Nella stufa la legna secca di Kulabyshevsk bruciava con sonori, allegri scoppiettii, e man mano che i ceppi prendevano fuoco, una cieca gelosia, fondata su deboli supposizioni, andava diventando assoluta certezza.

Ma nella sua anima dilaniata una pena schiacciava l’altra. Poteva pure non respingere quei sospetti perché anche senza che se lo imponesse, non riusciva a fermare il pensiero. L’ansia per i suoi, che lo assalì con rinnovata violenza, attenuò momentaneamente l’assillo della gelosia.

«E così siete a Mosca, miei cari?» E già gli sembrava che la Tuncev gli avesse dato per certo il loro felice arrivo. «Avete rifatto senza di me quel lungo, penoso viaggio? Come avete viaggiato? Che cos’è questa missione, questa chiamata di Aleksàndr Aleksàndrovich? Forse un invito dell’Accademia a riprendere l’insegnamento? Cosa avete trovato a casa? Oh non pensare, non pensare! La mente mi si confonde! Che mi succede, Tonja! Ho paura di ammalarmi. Che ne sarà di me, di voi tutti, Tonja, Tònechka, Tonja, Shùrochka, Aleksàndr Aleksàndrovich? ‘Perché mi hai respinto dal tuo cospetto, o luce che non tramonti?’ Perché mai la vita vi porta sempre via, lontano da me? Perché dobbiamo essere sempre separati? Presto ci riuniremo, saremo insieme, è vero? Vi raggiungerò anche a piedi, se non potrò altrimenti. Ci rivedremo. Tutto si sistemerà, è vero?

«Ma come mi sopporta la terra, se dimentico sempre che Tonja doveva partorire e che a quest’ora lo avrà fatto? Non è la prima volta che m’accade di scordarlo. Come è stato il parto? E’ andato bene? Partendo per Mosca sono passati da Jurjatin. E’ vero che Lara non li conosce, eppure la sarta parrucchiera, che è un’estranea, ha saputo dirmi qualcosa della loro sorte, mentre Lara non ne fa parola nel suo biglietto. Strana disattenzione che sa d’indifferenza! Non meno inspiegabile del silenzio sui rapporti con Samdevjatov.»

A questo punto abbracciò le pareti della camera da letto con altri occhi, indagatori. Sapeva che, delle cose circostanti, nessuna apparteneva a Lara e che l’arredamento degli ignoti padroni di casa ormai scomparsi non poteva in alcun modo essere un indice dei gusti di lei.

Ma in qualche modo, a un tratto, si sentì a disagio fra quegli uomini e donne che lo guardavano dagli ingrandimenti appesi alle pareti. Dalla mobilia di cattivo gusto sembrava emanasse una corrente di ostilità. Si sentì estraneo, intruso in quella stanza.

E lui, sciocco, quante volte aveva ricordato quella casa, quante volte ne aveva sentito la mancanza! Era entrato in quella camera non come in una stanza, ma come se entrasse nella sua propria nostalgia per Lara! Vista dal di fuori, doveva essere proprio ridicola quella sua sensibilità! E’ forse così che vivono, si comportano e si esprimono gli uomini forti, sicuri, come Samdevjatov, i veri uomini? Perché Lara avrebbe dovuto preferire la sua mancanza di carattere e l’oscuro, assurdo linguaggio della sua adorazione? Aveva realmente bisogno di quella confusione? Voleva davvero essere così come appariva agli occhi di lui?

Ma che cosa era Lara per lui, si ripeteva. Oh, a questa domanda aveva sempre pronta la risposta.

Una sera autunnale nel cortile. L’aria è un contrappunto di suoni. Le voci dei bambini che giocano sono sparpagliate in luoghi a diversa distanza, come a indicare che tutto lo spazio è intriso di vita. Quello spazio è la Russia, la sua incomparabile, celebre madre, il cui nome è risuonato oltre i mari, martire testarda, stravagante, folle, adorata, dalle uscite sempre grandiose e fatali e sempre imprevedibili. Com’è dolce essere al mondo e amare la vita! Si vorrebbe dire grazie alla vita per quello che è, dirglielo direttamente!

Ecco, questo è Lara. Con queste cose non è possibile comunicare: ma lei è il loro simbolo, la loro espressione, il dono dell’udito e della parola dato agli elementi muti dell’esistenza.

Era falso, mille volte falso tutto quello che aveva pensato di lei in un momento di dubbio. Al contrario, come era tutto perfetto e irreprensibile in lei!

Lacrime di esaltazione e di pentimento gli annebbiarono la vista. Aprì lo sportello della stufa e vi frugò con l’attizzatoio. Spinse la brace rovente all’interno, avvicinando i tizzoni che non ardevano bene verso l’imboccatura, dove il tiraggio era più forte, e per un po’ lasciò aperto lo sportello. Gli dava un piacere intenso sentire il gioco del calore e della luce sul viso e sulle mani. Il mosso riflesso della fiamma gli restituì definitivamente il dominio di sé. Come gli mancava ora Lara, come in quel momento desiderava qualcosa che venisse tangibilmente da lei!

Tolse di tasca il biglietto sgualcito. Lo estrasse piegato dalla parte opposta a quella che aveva letto e solo ora s’accorse che il foglio era scritto anche sul retro. Lo spiegò e alla luce danzante della fiamma. lesse:

«Quanto ai tuoi, sarai già al corrente. Sono a Mosca. Tonja ha avuto una bambina.» Seguivano alcune righe cancellate. Più avanti si leggeva: «Ho cancellato, perché era una cosa stupida per lettera. Ne parleremo, a quattr’occhi. Ho fretta, corro a cercare un cavallo. Non so come farò se non lo trovo. Sarebbe complicato per Kàten’ka…» Il resto della frase, sbiadito, era indecifrabile.

«E’ corsa a richiedere il cavallo ad Anfìm e se è partita, vuol dire che l’ha ottenuto,» rifletté con calma. «Se non avesse avuto la coscienza assolutamente pulita a questo riguardo, non ne avrebbe parlato.»

Il dottor Zivago
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