8.
Quando la legna fu consumata, chiuse il tiraggio e mangiò qualcosa. Dopo il pasto, lo assalì un’invincibile sonnolenza. Si coricò sul divano, senza spogliarsi, e si addormentò profondamente. Non sentiva la fragorosa e impudente ridda dei topi dietro la porta e nelle stanze accanto. Fece due sogni angosciosi, uno dopo l’altro.
Si trovava a Mosca, in una stanza, davanti a una porta a vetri chiusa a chiave, che per maggior sicurezza tirava a sé, tenendo con forza la maniglia. Dietro la porta si dibatteva, piangeva e chiedeva di entrare il suo bambino Shùrochka col cappotto, il calzoncini e il berretto alla marinara, bello e triste. Al di là del bambino, spruzzando lui e la porta, cadeva con fragore una cascata, che forse veniva da una tubatura o da un condotto guasti, cosa consueta a quell’epoca, o forse, proprio sotto la porta, sboccava una selvaggia gola montana, con un torrente che vi si precipitava furiosamente nel freddo e nel buio accumulatisi da secoli.
L’impeto e il frastuono della cascata terrorizzavano il bambino. Non si sentiva cosa gridasse, perché il rombo soffocava le grida. Ma vedeva che le sue labbra componevano le parole: «Papà!» «Papà!»
Si sentiva spezzare il cuore. Con tutta l’anima avrebbe voluto prendere in braccio il bambino, stringerselo al petto e fuggire con lui senza voltarsi indietro, all’infinito.
Ma, pur struggendosi in lacrime, tirava a sé la maniglia della porta chiusa e non lasciava entrare il bambino, sacrificandolo a un malinteso senso dell’onore e del dovere verso un’altra donna, che non era la madre del bambino e che da un momento all’altro poteva entrare dalla parte opposta nella stanza.
Si svegliò sudato e in lacrime. «Ho la febbre. Mi sto ammalando,» pensò subito. «Non è tifo. E’ una sorta di pesante, grave prostrazione, che ha preso la forma di malattia: una specie di malattia con la crisi, come tutte le infezioni gravi, e resta da vedere se avrà il sopravvento la vita o la morte. Ma che voglia di dormire!» E si assopì di nuovo.
Sognò un oscuro mattino d’inverno, in una popolata via di Mosca, ancora illuminata (a quanto pareva, era prima della rivoluzione), con la precoce animazione mattutina, lo scampanellare dei primi tram, la luce dei lampioni notturni che segnavano di strisce gialle la neve grigia dei primi albori sul selciato.
Si trovava in un appartamento, esteso in lunghezza, con tante finestre, tutte dalla stessa parte, non alte sulla strada, forse al primo piano, con le tende che stendevano fino al pavimento. Nella casa dormivano in vari atteggiamenti molte persone ancora vestite, come fossero in viaggio, e c’era disordine come in treno. Si vedevano resti di provviste dentro giornali unti, ossi di pollo non interamente spolpati e, divise in paia sul pavimento, scarpe che parenti e conoscenti, venuti da casa o senza tetto, ospiti temporanei in quel luogo, si erano tolte per la notte. Da un’estremità all’altra dell’appartamento si muoveva in faccende, frettolosa e silenziosa, Lara, con una vestaglia da mattina infilata alla meglio, e lui le andava dietro infastidendola tutto il tempo con spiegazioni insulse e fuori luogo. Lara non aveva un minuto da dedicargli, e gli rispondeva, senza fermarsi, solo volgendo la testa dalla sua parte con sguardi affabilmente perplessi e innocenti scoppi della sua inconfondibile risata argentina, uniche forme di intimità ormai rimaste tra loro. Così lontana, così fredda e attraente era colei cui aveva dato tutto, posposto tutto e al cui confronto tutto gli era parso trascurabile e senza valore!