Capitolo 94
Nella via in cui abitava Carl Wickes, a Tipton, non si vedeva il suo furgone parcheggiato.
L’appartamento si trovava al piano terra di una grande casa che era stata suddivisa in quattro abitazioni e l’unica finestra visibile dalla strada aveva le tende tirate.
«Ma cosa aveva da guadagnarci?», domandò Bryant mentre si avvicinavano alla porta d’ingresso.
«Questo lo chiederemo direttamente a lui, sempre se lo troviamo», rispose lei.
Quando gli avevano chiesto una spiegazione per il tentato inganno, Curt aveva raccontato che Carl aveva un appuntamento galante ed era dovuto andare via. Aveva aggiunto che in passato si erano scambiati l’identità un sacco di volte. Solo quando gli avevano domandato se anche in altre occasioni si era trattato di parlare con la polizia alle prese con un’indagine su un omicidio, finalmente aveva compreso la gravità del loro gesto.
Curt aveva provato a raggiungere il fratello al telefono, ma era scattata la segreteria.
Né lei né Bryant credevano alla storia dell’appuntamento galante.
Secondo Kim, quell’uomo stava tramando qualcosa.
«Penso che il nostro assassino sia stato a sua volta vittima di abusi. Forse il suo molestatore gli leggeva delle filastrocche prima di approfittare di lui. Un momento così innocente, seguito dall’orrore delle violenze. Ecco perché mette in scena le cupe vicende che si nascondono dietro alle filastrocche».
«Il ragionamento fila», confermò Bryant. «Dunque credi che i gemelli abbiano subìto violenze sessuali quando erano piccoli?».
Kim annuì. «Uno di loro sì. Louella è stata chiara, Marianne si circonda di anime perse che hanno sofferto quanto lei durante l’infanzia».
«E questo può esserci d’aiuto? Perché sinceramente non credo che sia in casa, capo», disse Bryant avvicinandosi alla porta d’ingresso. Si coprì la bocca per nascondere uno sbadiglio.
Kim guardò l’orologio. Erano già passate tredici ore dall’inizio della loro giornata lavorativa.
A volte, soprattutto quando sentiva di essere sulla pista giusta, tendeva a dimenticare che i membri della sua squadra avevano dei limiti e forse, a differenza sua, degli impegni.
«Assicuriamoci che non ci sia. Poi per oggi possiamo staccare, rimandiamo tutto a domani».
Bryant bussò alla porta e rimasero in attesa.
Bussò una seconda volta.
Niente.
Kim si chinò e tentò di sbirciare dalla feritoia per le lettere, ma le setole chiudevano l’apertura e le impedivano di vedere all’interno. Udì tuttavia il lugubre silenzio che regnava nella casa vuota.
Concluse che Bryant avesse ragione e che l’uomo non fosse a casa.
«Proviamo a chiamarlo per l’ultima volta», disse, sperando che avesse riacceso il cellulare. Forse l’avrebbero sentito squillare oltre la porta.
Non riusciva a togliersi dalla mente l’immagine di Carl nascosto dentro l’armadio della sua stanza.
Bryant eseguì e, dopo qualche secondo, scosse la testa. «Risponde la segreteria».
Kim spinse la porta.
«Sai, Bryant, secondo me io e te insieme potremmo buttarla giù in…».
«Capo, forse a te non importa se ti licenziano, ma io ho ancora da pagare il mutuo per qualche anno».
«Direi che è stato un incidente».
«Cioè? Ci siamo appoggiati alla porta e si è spalancata?». Scrollò la testa. «Non abbiamo alcuna giustificazione per entrare. Nessuno è in pericolo e…».
«Va bene, cocco della maestra. Capisco il tuo punto di vista, ma con così tanti omicidi in pochi…».
A un tratto Kim si zittì; le era sorto un dubbio. «Bryant, Keats ha detto che probabilmente Lockwood è stato ammazzato mercoledì, vero?»
«Sì», rispose il sergente, tornando con lei verso l’auto.
Era visibilmente sollevato all’idea di andarsene. Dopotutto, se la conclusione a cui era appena giunta Kim fosse stata giusta, Carl Wickes non poteva essere a casa.
«Bryant, secondo i miei calcoli questa settimana l’assassino ha ucciso una persona ogni giorno. Fenton lunedì, Hayley Smart martedì, Lockwood mercoledì. Non sappiamo con esattezza quando sia stato ucciso Lester Jackson, ma a quanto pare il nostro uomo sta procedendo a ritmo serrato». Gli rivolse un sorriso di scuse. «Temo che la giornata non sia ancora finita».
Bryant non diede voce ai propri sentimenti, ma lo sgomento gli si leggeva in faccia.
Non era ancora il momento di andare a casa.
Se l’assassino avesse mantenuto il ritmo, quella stessa sera qualcuno sarebbe morto.