Capitolo 84
Marianne prese la busta dal cassetto e uscì dall’ufficio. Non aveva idea del motivo che aveva spinto la detective a correre via a quel modo, ma era contenta che se ne fosse andata.
Non riusciva a tollerare il suo atteggiamento di malcelata disapprovazione. Era riuscita a piangere a comando parlando della morte di Hayley, ma in realtà non provava niente per quella donna che aveva sfruttato il suo aiuto, le sue risorse, il suo tempo, e poi le aveva voltato le spalle. Avrà anche avuto le sue ragioni, ma rimaneva il fatto che aveva deciso di ritornare da un molestatore insieme a sua figlia. Era ingiustificabile, imperdonabile. Hayley, alla fine, aveva imparato a costo della vita che ogni azione ha le sue conseguenze.
Se la scacciò dalla mente e imboccò a passo svelto il corridoio. Aveva questioni più urgenti di cui occuparsi.
«Ma che…?»
«Scusa, io…».
La busta le cadde dalle mani quando si scontrò con Diana Lambert che usciva dal bagno.
Marianne si chinò per raccoglierla.
«Scusa, andavo di fretta perché…».
«Nessun problema», rispose la direttrice con un sorriso. «E calmati. L’incontro con i servizi sociali andrà bene e fra pochissimo potrai riabbracciare tua figlia».
«Lo spero, Marianne», disse la donna, con gli occhi castani offuscati dalla paura. «Ma so che quel bastardo mentirà fino alla fine per impedirmi…».
«Andrà tutto bene», la rassicurò. «Rilassati e di’ la verità. La bambina tornerà da te, ne sono sicura».
«Grazie», disse Diana, prima di avviarsi svelta verso la porta d’ingresso.
Marianne continuò a vagare per l’edificio finché non uscì dalla porta sul retro e finalmente trovò Carl nel capanno degli attrezzi.
Allungò la mano e gli porse la busta.
Carl abbassò lo sguardo e cominciò a scuotere il capo.
«Prendila, Carl. È urgente. Va sbrigata subito».
«Marianne, sta andando troppo…».
«Prendila», esclamò, agitando la mano.
«Gli sbirri ci stanno addosso. Quella adesso vuole parlare con me».
«Se n’è andata, Carl. Puoi uscire. Risolvi la faccenda prima…».
«Non voglio farlo, Marianne», rispose l’uomo, voltandosi dall’altra parte.
Marianne capì che doveva cambiare strategia. Quando gli aveva consegnato l’ultima busta, aveva percepito la sua indecisione.
Gli posò una mano delicata sulla schiena. «Ti ricordi com’eri bisognoso d’aiuto la prima volta che ci siamo incontrati, Carl?», chiese in un sussurro.
In risposta, lui chinò la testa.
«Com’eri spaventato… A diciannove anni, ancora ti mettevi a piangere ogni sera, prima di dormire. La paura non ti ha abbandonato nemmeno dopo la morte del tuo violentatore».
«Me lo ricordo», bisbigliò lui.
«Queste donne devono sentirsi al sicuro, Carl. Non possono voltare pagina se non si sentono protette. Pensa a Louella e… a tutte le altre che sono rifiorite e si sono costruite un futuro. Hanno superato il dolore e la paura. E, se è accaduto, è solo grazie a quello che io… che noi abbiamo fatto. Dobbiamo andare avanti», disse, stringendogli un braccio. «Dipendono da noi».
Lui rimase in silenzio per un minuto intero.
Alla fine, si voltò e allungò una mano per farsi consegnare il nome.