Capitolo 113

Dawson imboccò il vialetto della casa che aveva condiviso con Ally. Spense il motore e rimase immobile per un momento. Non aveva mai creduto in Dio, ma credeva al fato quando gli tornava comodo, e quella sera aveva deciso che il destino gli avrebbe sorriso.

A qualsiasi ora del giorno e della notte, Ally sapeva riconoscere il rumore della sua auto nel vialetto. Dawson non sapeva come ci riuscisse, dato che la loro camera da letto non affacciava sulla strada. Avevano rinunciato alla spaziosa stanza padronale per l’intimità della camera sul retro, che dava su un campo. A entrambi piaceva dormire nudi, con le tende aperte.

Una volta Dawson aveva voluto provarci: era a letto, all’ora in cui Ally solitamente rientrava, e al suo arrivo non aveva sentito alcun rumore provenire dalla strada.

Erano passate due settimane da quando se n’era andato di casa in preda all’ira, e nel frattempo aveva fatto alcune scoperte.

Non sapeva che opinione avessero di lui i suoi vecchi compagni di squadra. L’aveva sempre considerato un gruppo molto unito, eppure dopo la scenata di Gary nessuno l’aveva chiamato per dissociarsi. E questo poteva significare solo una cosa: la pensavano tutti come lui.

Inizialmente aveva dato la colpa alla gelosia, e tuttora pensava che fossero invidiosi delle sue qualità; tuttavia, per quanto tentasse di negarlo, alcune delle accuse che Gary gli aveva rivolto l’avevano punto sul vivo. Forse era vero che aveva tentato di scaricare sugli altri i compiti più ingrati, forse non aveva preparato tanti caffè come alcuni colleghi, ma sapeva fare il suo lavoro, di questo era sicuro.

Anche il capo lo aveva sorpreso quando gli aveva pagato una notte al Travelodge. Ovviamente, non voleva che la mettesse in imbarazzo passando un’altra notte nel parcheggio del commissariato; in ogni caso, gli aveva regalato la miglior notte di sonno degli ultimi tempi. Niente divani bitorzoluti, niente cuscini che odoravano di muffa riesumati da armadi polverosi, niente amanti arrabbiate che la mattina dopo facevano una scenata. Solo una doccia calda e un’abbondante colazione che l’avevano rimesso al mondo.

Non come la notte che aveva trascorso da Lou. Quando se ne ricordò le sue guance arrossirono, e desiderò tornare indietro per cancellare quell’episodio. Ogni volta che ripensava a ciò che aveva fatto risentiva quel sapore acido in bocca. Come aveva sottolineato Gary, Dawson non si tirava indietro se poteva approfittare di una persona, ma con Lou aveva davvero dato il peggio di sé. Aveva giocato con i suoi sentimenti per assicurarsi un letto per la notte. Non era stato il momento più alto di quella settimana. Non lo era stato neppure la conversazione con Bryant all’inizio del caso, quando aveva cercato di umiliarlo.

A dirla tutta, continuava a considerarlo uno sgobbone, ma il sergente Bryant quella sera si era ritrovato in ginocchio, con un coltello puntato alla gola, e nonostante tutto si era rimesso subito all’opera per interrogare il colpevole. Non era da tutti. Aveva guadagnato un po’ di punti agli occhi di Dawson.

Persino la giovane e inesperta agente Wood si era rivelata migliore di quanto pensasse. In un paio di occasioni, quella settimana, aveva dimostrato di avere polso, a dispetto di quel che il suo perpetuo sorriso accomodante potesse far presagire. Lui non aveva tempo per gli smidollati e per gli zerbini.

Ma era stata l’opinione che aveva del capo a subire il cambiamento più drastico. All’inizio aveva creduto di poterci giocare, di batterla in furbizia, di individuare il suo punto debole e stuzzicarlo come si fa con un brufolo. Adesso sapeva che, per quanto ci provasse, con lei non l’avrebbe mai spuntata. L’aveva sorpreso, ogni volta. Quando si era aspettato una scenata, era rimasta in silenzio. Era sbottata quando credeva che avrebbe taciuto, e gli aveva pagato una notte in albergo quando era sicuro che l’avrebbe cacciato dalla squadra.

Prima di salutarli per andare a preparare l’interrogatorio, aveva indugiato accanto alla sua scrivania.

«Ottimo lavoro sulle filastrocche, Dawson».

Era contento che se ne fosse già andata quando non riuscì più a trattenere un sorriso.

In quel momento aveva capito che, dopotutto, fermarsi lì per un po’ non sarebbe stato male. Non era una prospettiva realistica, concluse. Il capo sarebbe stato convocato nell’ufficio dell’ispettore capo il lunedì mattina per fornire una valutazione dei membri della squadra. Sapeva benissimo che l’avrebbero trasferito. La detective Stone l’avrebbe ceduto volentieri, e non poteva darle torto. Il lavoro sulle filastrocche era arrivato troppo tardi. Gli dispiaceva, davvero. Poteva essere una bella esperienza, ma si era dato la zappa sui piedi da solo.

Stava per commettere lo stesso errore, in quel momento? Davvero voleva basare il suo futuro sulla speranza che le luci del piano terra si accendessero? Davvero voleva aspettare che fosse il destino a decidere se lui e Ally avevano ancora una possibilità?

No, non voleva.

Scese dall’auto e aprì la porta di casa.

Entrò nel salotto sapendo che lei era già seduta sul divano. Al buio. Aspettava di vedere cosa avrebbe fatto stavolta, se sarebbe rimasto oppure fuggito di nuovo.

«Sei sveglia?», chiese, accendendo la luce.

Era seduta a un’estremità del divano, con le gambe piegate sul cuscino, e indossava solamente una vestaglia avorio. Il cuscino le aveva arruffato i capelli, il viso era struccato. Il cuore di Dawson si fermò. Così, per lui, era bellissima.

Ally non disse niente. Non aveva intenzione di rendergli le cose facili.

«Ally, io…».

«Che ci fai qui, Kev?», gli domandò, gli occhi colmi di emozioni. Lui cercò di decifrarle e vi trovò rabbia, delusione, rimpianto e qualcos’altro che non riuscì a interpretare. «Stasera non hai un letto per la notte?».

Era uno di quei casi in cui la sincerità non sarebbe stata d’aiuto.

«Volevo vederti», rispose, in un tono che persino alle sue orecchie suonò poco convinto.

«Perché? Vuoi riprendere a litigare? Ricordi che mi hai accusato di averti incastrato, sposandoti, subito dopo avermi chiesto se avevo dimenticato di prendere la pillola di proposito?».

Ah, ecco, finalmente aveva capito: era ferita.

Sentirla parlare con quel tono, tuttavia, lo irrigidì. Non aveva immaginato di ricevere quell’accoglienza.

«Cerca di capirmi, Ally. Ero sconvolto per…».

«Anch’io l’avevo scoperto da venti minuti. Non ho neppure avuto il tempo di chiedermi come mi sentivo che tu mi hai aggredita. Avremmo dovuto parlarne, condividere le nostre emozioni, discutere le varie possibilità, invece tu mi hai coperto di insulti e te ne sei andato di casa».

«Adesso sono qui», disse lui, cercando di mantenere la calma. Non capiva che ce la stava mettendo tutta?

«Non devi farmi un favore, Dawson», sbottò lei. «Non abbiamo bisogno di te, se devi comportarti così».

Da quando esistevano un “noi” e un “tu”? Erano diventati due schieramenti nemici.

«Sono il padre del bambino», disse.

Lei annuì. «Su questo non c’è dubbio, e ho intenzione di tenerlo a prescindere dalla decisione che tu prenderai o del tempo che ti servirà per accettare l’idea. Ho già fatto la mia scelta, da sola».

Dawson iniziò a rendersi conto di aver sottovalutato la gravità della situazione. Aveva creduto che sarebbero bastati un sorriso, un abbraccio e qualche parola di scuse per rimettere a posto le cose. Si era sbagliato di grosso.

In quello stesso istante, capì che non voleva perdere quella donna e neppure il bambino che portava in grembo. Era stato uno stupido a non accorgersi prima di quanto tenesse alla persona che aveva davanti.

«Mi dispiace», disse, e lo pensava sul serio. Aveva diverse cose di cui pentirsi, ma per quelle avrebbe avuto tempo. «Non me ne sarei dovuto andare. Ero sconvolto», ripeté, abbassando lo sguardo sulla sua pancia.

«E pensi che io non lo fossi?», gli domandò Ally, in un sussurro.

Le aveva detto tutte quelle cose orribili perché in fondo aveva davvero pensato che fosse colpa sua, aveva avuto il sospetto che volesse incastrarlo.

«Lo so, e ti chiedo scusa per tutto quello che ho detto», spiegò, muovendo un passo verso il divano. Si sedette. Lei non si spostò. «Sono andato nel panico perché, nonostante la mia spavalderia, mi conosco. So che razza di uomo sono. So di essere arrogante ed egoista, un individualista. Non sapevo se ero pronto a prendermi la responsabilità di crescere un bambino. Mi vedevo già fallito. Una delusione per te e per nostro figlio».

«Lo sai che è una reazione perfettamente normale, vero?», disse lei, guardandosi le mani.

La sua voce carica d’emozione lo colpì, gli dispiacque tantissimo di averla fatta soffrire. L’aveva lasciata da sola ad affrontare quella situazione.

Le prese la mano, e lei non la ritrasse.

«Ti amo, Ally, e sono sicuro che amerò nostro figlio. Non posso prometterti che sarò perfetto ma, se anche tu lo vuoi, desidero fare parte di questa piccola famiglia».

Durante quella settimana aveva incontrato storie di dolore, paura, violenza: non voleva che il suo bambino conoscesse quegli orrori. E solo standogli vicino avrebbe potuto impedirlo.

Dawson aveva terminato. Le aveva detto la verità, quasi per intero. Ally l’avrebbe perdonato? Gli avrebbe permesso di fare parte della sua vita e di quella del bambino?

Il sorriso esitante che le rischiarò gli occhi gli disse che forse non tutto era perduto.