Capitolo 8

Seduta dal lato passeggero della Opel Astra, Kim si ritrovò a premere un acceleratore invisibile con il piede destro. Quanto le sarebbe piaciuto se quell’auto avesse avuto i doppi comandi! Bryant stava bene attento a rispettare limiti di velocità, semafori rossi e strisce pedonali. Come se non fossero diretti sulla scena di un crimine.

Quando li aveva raggiunti e aveva detto a Bryant di partire, né lui né Stacey le avevano chiesto dove fosse finito il sergente.

I sei chilometri e mezzo che li separavano da Clent trascorsero in silenzio e, data la velocità del collega, Kim si sorprese di arrivare a destinazione prima del tramonto, che nelle brevi giornate di metà di dicembre calava sempre troppo presto.

Le Clent Hills, che erano formate da Wychbury, Clent e Walton, e proseguivano fino a Romsley Hill, attiravano circa un milione di visitatori ogni anno.

Quando erano giunti a Clent, la collina più frequentata dagli escursionisti, avevano detto loro di salire dal parcheggio di Nimmings Wood, cui si accedeva tramite Hagley Wood Lane.

Kim scese dalla macchina, sollevata di potersi allontanare dalla calamita luminosa di Rudolph la Renna attaccata al cruscotto di Bryant prima che quell’aggeggio le provocasse una crisi epilettica.

Si fece strada fra tre autopattuglie, un’ambulanza e il furgone del medico legale, parcheggiati davanti al centro visitatori e al bar ancora chiusi. Due agenti di polizia stavano riaccompagnando le unità cinofile alle loro auto.

Seguì la scia di giacchetti gialli come se fossero briciole di pane che qualcuno aveva sparpagliato nei pressi del centro visitatori per poi proseguire in un grande prato attrezzato con tavoli da picnic. In fondo al campo, dove il sentiero si inoltrava nel bosco, era posizionato un agente.

Da lì, il percorso si faceva più accidentato e battuto. Procedeva tortuoso fra i tronchi abbattuti che creavano un parco giochi naturale. Al centro del boschetto c’era più nastro segnaletico che in un cantiere edile.

Un uomo minuscolo si staccò dalla folla e le andò incontro. Kim stimò che quel tizio dalla barbetta a punta doveva avere sui cinquantacinque anni.

«Lei chi è?», chiese, scrutandola da sopra le lenti.

Kim gli mostrò il distintivo. «Le faccio la stessa domanda».

«Joseph Keats, medico legale».

«Mi mostra un documento?», domandò.

«Dice sul serio, detective?», rispose lui guardandola negli occhi.

Lei non batté ciglio e non distolse lo sguardo. Allora lui aprì la giacca, scoprendo il tesserino che portava al collo.

«Dov’è Tony?», domandò Kim. Era il medico con cui aveva lavorato in passato, un uomo dalla barba bianca, simpatico e amichevole.

«In pensione», rispose lui richiudendo la giacca.

Ah, non sapeva neppure che fosse vicino al pensionamento.

«E, se le può interessare, sono stato trasferito qui dal South Staffordshire, anche se non credo che sia corsa quassù per vedere me».

Be’, corsa non era proprio la parola giusta, pensò lei lanciando un’occhiata al sergente Bryant. Poi fece per avviarsi, ma l’uomo le bloccò la strada.

«Senza questi non andate da nessuna parte», esclamò porgendole dei copriscarpe. Lanciò un’occhiata alle sue spalle e ne prese altre due paia.

Tutti e tre indossarono le protezioni per evitare di contaminare la scena del delitto.

«Contento adesso?», domandò, lanciando un’occhiata severa al medico legale.

«Soddisfatto è più preciso», rispose lui, facendo strada.

Il capannello di tute bianche li lasciò passare.

«Oh, cazzo», esclamò Kim.

«Oddio», aggiunse Bryant.

Stacey Wood si limitò a un gemito.

«Sì, concordo», fece Keats. «Anche se non è il tentativo peggiore che abbia visto negli ultimi anni».

Kim fissava il corpo nudo di un uomo, non ancora trentenne. Era magrissimo e aveva la pelle bianca come il latte. Le sue gambe erano divaricate, trafitte all’altezza delle caviglie da due enormi chiodi che affondavano nel terriccio.

Sul suo corpo contò quindici lesioni da taglio, non sufficientemente profonde da provocare emorragie importanti ma abbastanza da infliggere dolore.

Ipotizzò che le ferite fossero state solo il riscaldamento che aveva preceduto l’atto principale; in mezzo alle gambe, dove un tempo c’erano stati i genitali, si vedeva una massa sanguinolenta di carne e pelle.

Rimase a guardare quello scempio per un minuto, pensando alla rabbia che doveva avere mosso la mano dell’assassino per infliggere una tale violenza non solo sui genitali, ma su tutto il corpo.

“Che hai combinato per meritarti questo, amico?”, si disse.

«Una rapina finita male?», chiese Bryant, secco.

«Be’, il portafogli non c’è», rispose Keats con un mezzo sorriso.

A lei non aveva sorriso neanche a metà. Cos’aveva Bryant che a lei mancava? Non si soffermò a cercare una risposta, di cui in fondo non le importava.

«Non hanno lasciato niente, eccetto il cadavere», proseguì Keats. «Niente telefono, soldi, vestiti. Niente».

Kim si fermò a riflettere sulle possibili interpretazioni di quelle parole.

Sapeva che alcuni assassini avevano l’abitudine di portarsi via un souvenir della scena del delitto. Un oggetto capace di fare loro rivivere quel momento stimolandone il ricordo. Era una pratica comune soprattutto negli omicidi a sfondo sessuale, ma solitamente il killer ne prendeva uno soltanto, non tutti.

Forse l’omicida aveva temuto di lasciare tracce di DNA o qualche altra prova sugli abiti o gli effetti personali, ma era la prima volta che vedeva una vittima spogliata di tutto.

La parola spogliata la colpì. Spogliata di tutto: abiti, oggetti, effetti personali, dignità, vita.

Girò intorno al cadavere osservando la posizione degli arti e ogni altro dettaglio utile a imprimersi nella mente la scena fino all’arrivo dei fotografi.

Notò la rondine tatuata sul braccio sinistro. Notò le unghie sporche di terra, a conferma che la morte non era sopraggiunta in fretta, nonostante gli avessero tagliato la gola.

E non avevano neppure fatto un bel lavoro. La punta del coltello aveva lasciato diversi segni sulla pelle. Si abbassò per osservare la ferita da vicino.

Keats la scrutava con attenzione, Bryant si era spostato intorno al corpo insieme a lei e Stacey continuava a tenersi la mano sulla bocca. A ogni minuto imparava qualcosa della sua nuova squadra.

«Stacey, torna alla macchina e quando arriva Dawson indicagli la strada».

L’agente annuì, grata, e si allontanò.

Persino Kim doveva riconoscere che era una scena alquanto raccapricciante da vedere il primo giorno di lavoro.

«Vedi quella cosa?», disse, rivolta alla sua sinistra.

Bryant seguì la direzione indicata dal suo dito. C’era una macchia, che al principio le era sembrata semplicemente una chiazza di sangue alla base del collo. Solo che non era rossa. Era nera come la terra.

Come se potesse vedere il suolo attraverso la sua gola.

Lanciò un’occhiata al medico legale. «Gli hanno staccato la testa?».

Keats annuì lentamente.

«Sì, temo che questo poveretto sia stato decapitato».