Capitolo 4
È ora di tirare fuori il libro.
Il libro.
Questo libro, io lo amo e lo odio allo stesso tempo. Durante la mia infanzia lo odiavo. Allora mi faceva paura. Adesso, invece, mi guida e mi dice cosa fare.
Le prime tre pagine recano delle linee nere che le attraversano in diagonale, da un angolo all’altro. Sono compiute.
Con la penna fra le dita, vado alla successiva e mi accorgo che è ancora presto per considerarla completata. Forse dovrei tirare mezza riga, fino al centro della pagina, in attesa di portare a termine il mio compito?
Mi appoggio allo schienale, rifletto, mi concedo un minuto per rivivere il ricordo della tua morte. Sorrido. Ho gustato ogni secondo della tua dipartita.
Ogni attimo che passa lenisce un po’ il mio dolore.
È bastato così poco per convincerti a salire sulla mia auto, stupido bastardo, perché eri convinto che fossi come te. Ti ho tentato con la promessa della libertà di soddisfare le tue voglie disgustose. Tu non mi conoscevi, ma io sì.
Sai, ho ascoltato. Io ascolto sempre, è una mia caratteristica, per questo so ciò che hai fatto.
Ti sei pisciato addosso, mio re. Un regalo inaspettato che ha aumentato il mio piacere, una vera dimostrazione di terrore. Non avresti potuto gratificarmi di più; la puzza dell’urina che ti impregnava i vestiti è stata come la dolce fragranza di un fiore estivo per me. Perché era l’odore della tua paura.
Sai, era esattamente quello che desideravo. Volevo la tua paura. Nutre la mia anima. Mi appaga. Ne ho bisogno, un bisogno spasmodico, e finora sei stato l’unico a dimostrarsi al di sopra delle aspettative.
Come ti sei sentito, mio re, sovrano del regno del terrore?
Avrei voluto sentire la tua angoscia, ma temo di aver già fatto il pieno della mia. E adesso nessuno dovrà più temerti.
Mi stanco di pensare a te e torno a concentrarmi sulla pagina. Detesto il fatto di non poter tracciare una linea e considerarla completa. Il re è morto, ma la regina è ancora in vita.
L’occhio mi cade sopra alcune parole stampate sulla carta e non riesco a trattenere le lacrime.
Le spazzo via. Certe emozioni non mi fanno bene. Non mi hanno aiutato a quel tempo e non mi aiutano adesso.
La rabbia è meglio. Per portare a termine il lavoro ho bisogno di furia cieca. C’è ancora molto da fare.
Ma è troppo tardi per evitare che quel maledetto ricordo si affacci alla memoria.
Una voce dolce e persuasiva che dice: «Su, è ora di prendere il libro».