Capitolo 48

«Allora, ragazzi, non otterremo mai il caso di Lester Jackson dalla polizia del Warwickshire. Woody… cioè, l’ispettore capo Woodward me l’ha detto senza mezzi termini», esclamò la detective, entrando nella sala operativa.

«Ma…».

Kim interruppe Dawson con un gesto nervoso della mano. «Ho già mosso tutte le obiezioni possibili, non c’è niente da fare. Ci ha esortato a essere creativi. Domani ci penseremo, per ora facciamo il punto della situazione e andiamo a casa».

Il suo sguardo rimase fisso su Dawson, per incitarlo a rompere il ghiaccio. Afferrò la tazza di caffè che era apparsa come per magia sulla scrivania libera.

«Sto ancora cercando di identificare la donna e la bambina che hanno vissuto con Luke Fenton. Ho il suo nome di battesimo e una vaga descrizione dell’aspetto fisico, ma mi fermo qui».

«E che mi dici del chiodo?», gli domandò Kim, che non gli aveva più chiesto niente di quella pista.

«La mia fonte non è stata d’aiuto su questo, ma ci sto lavorando».

Kim incrociò le braccia e rimase in attesa.

Sulla stanza calò il gelo, e Dawson ebbe almeno la decenza di mostrarsi un po’ imbarazzato.

«Nessun indizio utile da parte dei colleghi di Fenton», aggiunse.

A Kim venne il dubbio che stesse solo cercando di riempire il silenzio. La visita all’obitorio gli aveva portato via non più di un’ora. Non aveva nient’altro da riferire.

«Va bene, andiamo avanti. Stacey?»

«Sono arrivati i tabulati telefonici della vittima, stavo per mettermi all’opera».

«Sarà la prima cosa di cui ti occuperai domattina. E mettiti in contatto con il laboratorio per capire se ci sono sviluppi sul contenuto del computer».

«Certo, capo», rispose lei.

«È stato un bel colpo scovare il caso di Lester Jackson».

«Grazie, capo».

Kim notò che Dawson si era rabbuiato in volto, ma non gliene fregava niente.

«Bene, gente, per oggi è tutto. Ci vediamo domattina alle sette per il briefing».

Mentre Stacey e Bryant iniziavano a radunare le loro cose, il sergente le lanciò un’occhiata.

Kim scosse il capo: lui recepì il messaggio, restando dove si trovava.

Kim aspettò finché i colleghi non se ne furono andati prima di rivolgersi a lui. «Noi due dobbiamo fare un discorsetto».

«Lo so che posso dare l’impressione di non aver combinato granché ma…».

«No, non intendevo quel genere di discorsetto, ma il tipo “io parlo e tu ascolti”».

Dawson chiuse la bocca.

«Non so come fosse la squadra con cui hai lavorato in passato, e non mi interessa. Quanto a me, ci sono cose che posso tollerare e cose che non posso. Mi piacciono i lampi di genio, l’iniziativa. Non mi dispiacciono le persone tanto sicure di sé da rasentare l’arroganza, ma ci sono due cose che non intendo accettare: il disinteresse e la pigrizia. Nessuno lavorerà al posto tuo, intesi? Non mi aspetto che tu lo faccia per gli altri, ovviamente, ma esigo che ti guadagni lo stipendio». Fece una pausa e indicò l’uscita con un dito. «La porta è aperta. Nessuno ha intenzione di tenerti prigioniero qui. Se la tua ultima squadra ti manca tanto, torna da loro o fatti trasferire altrove. Vedi tu. Se rimani, però, mettiti sotto e lavora. Fine del discorsetto. Se domani sarai ancora qui, dovrò concludere che sei d’accordo. Altrimenti, buona fortuna per il futuro».

Kim andò a prendere le sue cose nella Conca e uscì dalla stanza senza aggiungere altro. “Discorsetto niente male”, decise tra sé scendendo le scale.