51.

Ottobre 2007

Abby sbatté gli occhi, risvegliandosi da un sogno confuso a causa di uno strano rumore ronzante. Le faceva male lo stomaco. Si sentiva la faccia insensibile. Aveva freddo, molto freddo. Rabbrividì, fissando le piastrelle color crema sulle pareti. Per un attimo pensò di essere su un aereo, o forse era la cabina di una nave?

Poi, lentamente, la assalì la consapevolezza che c’era qualcosa di molto, molto sbagliato. Non era in grado di muoversi. Sentiva odore di plastica, di polvere, di cemento, di disinfettante.

Tutto le stava tornando in mente. E, con un’esplosione turbinante di oscurità che le invase l’animo, ricordò ogni cosa.

La paura la assalì. Tentò di sollevare il braccio destro per toccarsi la faccia, e fu allora che si rese conto di essere immobilizzata.

E di non poter nemmeno aprire la bocca.

La sua testa era tirata all’indietro così tanto che le faceva male la nuca. Aveva qualcosa di duro che le premeva sulla schiena. Era la cisterna del boiler, si rese conto. Era seduta sul water. Riusciva a vedere solo dritto davanti a sé, e doveva sforzare gli occhi per abbassare lo sguardo. Quando finalmente ci riuscì, si rese conto di essere nuda, legata con nastro isolante grigio intorno alla vita, al seno, ai polsi, alle caviglie, alla bocca e – immaginò, visto che la sensazione era quella – anche alla fronte.

Si trovava nel bagno per gli ospiti del suo appartamento. Fissava il box doccia. Una saponetta costosa, mai tolta dalla confezione, sul piattino apposito; un lavandino e qualche asciugamano, e le pareti piastrellate ad arte, color crema con fregi romani e una greca. La porta alla sua destra portava alla minuscola lavanderia, dove c’era una lavatrice e un’asciugatrice, e in fondo alla quale si apriva l’uscita della scala antincendio. La porta principale, quella che dava sul corridoio, era alla sua sinistra ed era socchiusa.

Cominciò a tremare, poi quasi vomitò per la paura. Non sapeva da quanto tempo fosse imprigionata là dentro, in quella stanzina priva di finestre. Tentò di cambiare posizione, ma i legacci erano troppo stretti.

Se n’era andato? Aveva preso tutto e se ne era andato, lasciandola così?

Le faceva male lo stomaco. Il nastro isolante era stato stretto così forte che stava iniziando a perdere la sensibilità in alcune parti del corpo e si sentiva formicolare e pungere la mano sinistra. La dura ceramica le premeva sulla carne delle natiche e delle cosce.

Stava cercando di ricordare cosa c’era dietro il water, in modo da capire a cosa fosse fissato il nastro adesivo alle sue spalle. Ma non riusciva a farselo venire in mente.

La luce era accesa, il che faceva restare in funzione la ventola. Si rese conto che era quello il ronzio che l’aveva svegliata.

La paura si trasformò in disperazione. Se n’era andato. Dopo tutto quello che aveva passato, ora questo. Come aveva potuto lasciare che accadesse? Come aveva fatto a essere così stupida? Come? Come? Come?

La sua disperazione si trasformò in rabbia.

E poi di nuovo in paura, quando vide un’ombra muoversi.

Doppia identità
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