41.

Settembre 2007

Oh sì, proprio il posto ideale dove non essere al lunedì mattina, pensò il Sergente Investigativo George Fletcher. Era già abbastanza brutto avere dei postumi da sbronza feroci, il lunedì mattina. Ma trovarsi lì, al dipartimento di Patologia Forense dell’Istituto Victorian di Medicina Legale, completava il quadro. E poi lui detestava tutte quelle stronzate della “neolingua”, come la chiamava lui. Quello era l’obitorio, maledizione. Era il posto in cui i cadaveri diventavano ancora più morti di quello che erano. Era l’ultimo posto prima del cimitero in cui il tuo nome veniva scritto sul registro degli ospiti.

In quel preciso istante venne assalito da un rumore stridente e lamentoso che lo fece tremare in ogni atomo mentre nell’affollatissima sala Tac stava guardando il corpo della Donna Sconosciuta passare lentamente attraverso l’anello a ciambella dello scanner tomografico.

Da quando il giorno prima era stato rimosso dal bagagliaio della macchina, imbustato e portato lì, dove aveva passato la notte in una cella frigorifera, il cadavere non era più stato toccato. L’odore era spiacevole, un fetore di fogna su un sottofondo pungente e rancido che a George ricordava le alghe di uno stagno sotto il sole. E oltre a quel rumore che gli spaccava i timpani, era anche alle prese con il suo stomaco che tentava continuamente di ribellarsi. La pelle della donna era gonfia, simile a sapone, con ampie aree chiazzate di nero. I capelli, che probabilmente un tempo erano stati biondi, erano ancora chiari, chiazzati e ospitavano insetti, pezzi di carta e quello che sembrava un brandello di stoffa. Era difficile riuscire a distinguere i tratti del volto, in parte decomposto e in parte rosicchiato. Il patologo stimò l’età della sconosciuta intorno ai trentacinque anni.

George indossava un camice verde sulla camicia bianca, la cravatta e i pantaloni del completo, e un paio di stivali di gomma bianchi; esattamente come il suo collega, il detective Troy Burg, accanto a lui. Barry Manx, il capo-tecnico della scientifica – un uomo magro, coi capelli radi e un carattere permaloso – era ai comandi del macchinario. Il patologo scrutava attentamente il corpo della donna, leggendolo come le pagine di un libro.

Era normale routine che tutti i corpi portati lì per l’autopsia venissero passati alla Tac, principalmente in cerca di segni di malattie infettive, prima di essere aperti.

La carne della Donna Sconosciuta mancava in diversi punti. Le labbra erano in parte andate, così come un orecchio, e dalle dita della mano sinistra spuntavano le ossa. Nonostante fosse rimasta sigillata nel bagagliaio di una macchina, molte creature acquatiche erano riuscite comunque a trovare un varco e a banchettare sui suoi resti.

La sera prima, anche George e sua moglie Janet si erano goduti un banchetto di manicaretti preparato da lui. Qualche mese addietro si era iscritto a un corso di cucina a Geelong, e questa volta aveva cucinato una cena a base di aragoste di Morton Bay seguite da ossobuco in salsa d’aglio e panna cotta al kiwi. Il tutto accompagnato da...

Gemette in silenzio al ricordo.

Troppo, decisamente troppo vino Zinfandel dai vigneti del fiume Margaret.

E ora gli si stava rivoltando tutto contro.

Avrebbe tanto voluto un po’ d’acqua, e un caffè nero e forte sarebbe stato un toccasana, pensò, mentre seguiva Burg lungo un corridoio scintillante, immacolato e senza finestre.

La sala delle autopsie non era certo il suo posto preferito. Non lo era normalmente, in nessun giorno della settimana, figuriamoci con i postumi di una sbronza. Era un locale enorme e cavernoso, un incrocio tra una sala operatoria e il reparto di una fabbrica. Il soffitto era di alluminio, con enormi condotti dell’aria e faretti incassati, mentre dalle pareti si estendeva una foresta di bracci metallici che contenevano altre luci e prese elettriche che potevano essere posizionate sopra ogni parte del corpo al momento sotto ispezione. Il pavimento era blu, in un inutile tentativo di rallegrare l’ambiente, e lungo ogni lato c’erano piani di lavoro, carrelli di strumenti chirurgici, bidoni rossi foderati di plastica gialla e tubi di gomma collegati ai rubinetti dell’acqua.

Ci passavano cinquemila cadaveri all’anno.

George si fece scivolare in bocca un paio di pastiglie di paracetamolo, inghiottendole entrambe senz’acqua. Un fotografo della scientifica stava scattando fotografie del cadavere, mentre un poliziotto in pensione che George conosceva da anni e ora assegnato di piantone al Coroner per quel caso, se ne stava a un tavolino in un angolo dello stanzone a sfogliare il dossier della Donna Sconosciuta, comprese le fotografie scattate il giorno prima al fiume.

Il patologo lavorava rapidamente, fermandosi di tanto in tanto per dettare qualcosa nel registratore. Mentre la mattina passava, George – la cui presenza lì, al pari di quella di Troy, era pressoché superflua – passò la maggior parte del tempo in un angolo tranquillo della stanza a lavorare al cellulare: mise insieme la squadra investigativa assegnando i compiti di ognuno e iniziò a preparare la prossima conferenza stampa, che stava rimandando il più a lungo possibile nella speranza di ottenere dal medico legale qualche informazione importante da poter comunicare.

Le sue priorità, al momento, erano l’identità della donna e la causa del decesso. La battutaccia di Troy – forse la donna stava tentando di emulare uno dei trucchi di Harry Houdini o David Blaine – normalmente l’avrebbe fatto sorridere, ma non quel giorno.

Il patologo gli fece notare che l’osso ioide era rotto, elemento indicativo di un possibile strangolamento. Ma gli occhi della donna non avrebbero fornito conferme ulteriori, perché il deterioramento aveva cancellato ogni eventuale emorragia petecchiale, e i polmoni erano troppo decomposti per permettere di stabilire se fosse già morta quando la macchina era stata sommersa dall’acqua.

Le condizioni del corpo erano pessime. La prolungata immersione provocava una degradazione non solo dei tessuti molli e dei capelli, ma – cosa assai più importante – dei nuclei cellulari e del dna che poteva essere estratto da questi ultimi. Se la degradazione era troppo pronunciata, avrebbero dovuto basarsi sul dna estratto dalle ossa, che forniva una corrispondenza molto meno attendibile.

Quando non era al telefono, George restava appoggiato a una parete, desiderando sedersi e chiudere gli occhi almeno per un momento. Iniziava ad accusare l’età. Il lavoro di polizia era roba per giovani, aveva pensato più di una volta negli ultimi tempi. Mancavano ancora tre anni di servizio alla pensione e, nonostante la maggior parte del tempo amasse ancora molto il suo lavoro, non vedeva l’ora di smettere di tenere acceso il telefono giorno e notte e di preoccuparsi di essere mandato sul luogo di qualche macabro ritrovamento nel bel mezzo del suo riposo domenicale.

“George!”

Troy lo stava chiamando.

George si avvicinò al tavolo d’acciaio sul quale giaceva la donna. Il medico legale aveva qualcosa stretto nella pinza chirurgica. Sembrava una medusa maculata, pallida e trasparente, priva di tentacoli.

“Una protesi di silicone”, disse il medico legale. “Si era fatta rifare il seno.”

“Ricostruzione dopo un cancro?” domandò George. Di recente, un’amica di Janet si era sottoposta a una mastectomia, e George conosceva abbastanza bene l’argomento.

“No, chirurgia estetica”, disse il patologo. “E per noi sono buone notizie.”

George arcuò le sopracciglia.

“Tutti gli impianti di silicone portano stampato il numero identificativo del produttore”, gli spiegò il medico legale. “E ogni protesi ha un numero di serie che viene tenuto nei registri dell’ospedale insieme al nome di chi l’ha ricevuta.” Gli avvicinò appena la protesi, e George riuscì a vedere una minuscola serie di numeri. “Questo ci porterà dritto al produttore. Sarà un gioco da ragazzi scoprire l’identità della donna.”

George prese di nuovo il telefono. Chiamò Janet e le disse che l’amava. Dal lavoro la chiamava sempre, almeno una volta al giorno, dalla sera del primo appuntamento. E provava davvero quell’amore. Era ancora lo stesso, dopo tutti quegli anni.

Il suo umore migliorò notevolmente. Il paracetamolo stava facendo effetto. Aveva addirittura ricominciato a pensare al pranzo.

Poi, all’improvviso, il medico legale esclamò: “George, questo potrebbe essere davvero importante!”

Si affrettò a tornare al tavolo operatorio.

“La parete dell’utero è ispessita”, disse il medico. “In un corpo che è rimasto immerso nell’acqua tanto a lungo, l’utero è una delle parti che si degrada più lentamente. E abbiamo appena avuto un bel colpo di fortuna!”

“Dici?”

Il medico annuì. “Avremo il nostro dna!” Indicò il tavolo di dissezione sospeso sui resti da un sostegno metallico.

Il ripiano del tavolo era imbrattato di fluidi. Al centro c’era un organo interno color crema, simile a una salsiccia a forma di U tagliata a metà. George non riusciva a identificarlo. Ma fu l’oggetto che giaceva al centro dell’organo ad attirare la sua attenzione. Per un attimo pensò che si trattasse di un gamberetto non digerito nell’intestino della vittima. Poi, guardando più da vicino, capì che cosa era in realtà.

E perse istantaneamente l’appetito.

Doppia identità
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