CAPITOLO 80

 

 

 

 

 

 

 

Venezia,

giovedì 27 febbraio, ore 09:40

 

Due settimane dopo la morte di Alberto Zorzi, a Venezia sembrava essere arrivata la primavera. L’aria mattutina era frizzante ma il sole era sensibilmente più caldo dei giorni precedenti. La laguna si stava risvegliando dal torpore dell’inverno. Il mare aveva perso il colore salmastro e anche il cattivo odore di alghe, misto a quello dell’umidità, sembrava lentamente sopirsi.

Lungo il Canal Grande erano state smontate le passerelle per l’acqua alta e i turisti cominciavano ad affollare ristoranti e caffè.

Poco distante dall’Hotel Danieli, appoggiato alla balaustra del Ponte della Paglia, un uomo riusciva a tenere sotto controllo una vasta zona: poteva far spaziare lo sguardo dalle colonne di San Marco, alla sua destra, fino alla fermata del vaporetto di San Zaccaria, dalla parte opposta. Dietro di lui c’era il Ponte dei Sospiri ma non lo aveva degnato di uno sguardo.

Non era un turista. Era lì solo in attesa del suo obiettivo.

«Non ci serve più!», gli aveva detto la donna al telefono qualche giorno prima. «Fallo sembrare un incidente».

Le aveva assicurato che tutto sarebbe andato secondo i piani. Pur non essendo il suo business principale, si era documentato per giorni sui movimenti dell’obiettivo, aveva studiato le sue abitudini ed elaborato un piano che riteneva infallibile.

Era arrivato a Venezia il sabato precedente e aveva cercato il punto più adatto, facendo sopralluoghi da Rialto alla chiesa di San Zaccaria. Alla fine si era reso conto che il posto più sicuro non era la strada.

Finché lo vide. Mirko Živković strizzò gli occhi per essere certo che fosse la persona giusta. Era ancora abbastanza lontano, ma camminava con passo svelto lungo Riva degli Schiavoni.

Lo slavo incrociò le braccia e attese. In pochi secondi l’obiettivo gli fu vicino. Salì i gradini del ponte distrattamente, armeggiando con il cellulare, e lo superò.

Živković attese qualche istante, si accertò che non fosse seguito da una scorta, si guardò a destra e a sinistra e infine si mosse.

Lo tallonò per diversi metri poi, come previsto, si infilò lungo la stretta calle delle Rasse.

Attese ancora, per evitare che pedinandolo in quel dedalo di vie si accorgesse della sua presenza. Non c’era fretta, sapeva dove stava andando.

Quando fu sicuro di non essere visto proseguì diritto e si infilò in un vicolo parallelo.

 

La donna camminava velocemente. Non era paranoica, qualcuno la stava seguendo. Se si fosse messa a correre non avrebbe avuto difficoltà di movimento ma aveva deciso di non farlo. Dopotutto… poteva sbagliarsi.

Arrivata in Campo San Filippo e Giacomo, voltò a destra. Di lì a poco sarebbe stata a casa, al sicuro.

Passò distrattamente davanti a un negozietto che vendeva dolciumi, caramelle e lacci di liquirizia. Non osservò la vetrina, come faceva di solito, ma ne approfittò per scrutare il riflesso. L’uomo non c’era. Proseguì senza fermarsi e si lasciò alle spalle prima un campiello a forma triangolare e poi di nuovo un ponte. Quando fu in cima ai tre gradini ne approfittò per girarsi. Non riusciva più a vederlo. Arianna Manzoni tirò un sospiro di sollievo e proseguì per pochi metri. Poi, improvvisamente, se lo trovò di fronte.

«Non fare scherzi!», ingiunse lo slavo, che la prese sotto braccio. Le puntò un piccolo taglierino al costato e la guardò con occhi truci.

La Manzoni lo riconobbe. Era lo stesso uomo che l’aveva seguita a Roma, al Pantheon, qualche giorno prima dell’intervista a Luca.

«Vuole soldi? Posso darle ciò che vuole».

Živković non rispose e le diede uno strattone.

Ormai erano arrivati alla chiesa di San Zaccaria.

«Entra in casa!», ingiunse.

Lui sapeva che, quando incontrava il suo amante a Venezia, Arianna Manzoni lo faceva in un appartamento affacciato su quella piazza.

La Manzoni si guardò attorno. Le uniche forme di vita che occupavano il sagrato erano i piccioni, che tubavano allegramente. Non c’era nessuno a cui potesse chiedere aiuto.

All’improvviso ebbe una reazione inconsulta. Cercò di divincolarsi con il braccio e contemporaneamente sferrò un calcio nelle parti basse dell’aggressore.

Mirko Živković si contrasse in una smorfia di dolore. Però non mollò la presa e anzi, le diede un ceffone con la mano aperta. La donna barcollò ma rimase in piedi. Lui le piantò il taglierino nei reni e fece forza. La lama penetrò i vestiti e ferì superficialmente la pelle della Manzoni.

«Entra in casa!», la incitò di nuovo.

Mirko Živković non era un uomo che si impressionava facilmente. Aveva visto la guerra in Jugoslavia ed era abituato alle grida di donne che si ribellavano al loro destino.

Arianna introdusse la chiave nella serratura ed entrò nel piccolo appartamento.

«Spogliati e mettiti sul letto».

«Posso pagarti!», disse lei con gli occhi lucidi. «Quanto ti ha dato Rosati? Posso darti il doppio!».

Rosati? Quella donna non aveva proprio capito nulla… Certamente sarebbe morta quella mattina ma di sicuro non per ordine di Rosati. Una donna gelosa può fare molto peggio.

La Manzoni rimase immobile.

Živković, che indossava guanti di pelle nera, la spinse sul letto e con violenza le strappò i bottoni della camicetta. Si mise a cavalcioni su di lei e la tenne bloccata. Poi con il taglierino le tagliò il reggiseno.

Non la sfiorò neppure con un dito. Le piazzò un fazzoletto in gola spingendolo in fondo, con forza, e accostò la lama ai seni.

La donna, che fino a quel momento era rimasta come imbambolata, cominciò a divincolarsi e a urlare. Ma era troppo tardi. Le sue grida erano soffocate e non destarono alcun allarme.

Più si opponeva al suo destino più lui provava piacere.

Quando Živković infilzò il taglierino nella carne, la Manzoni sgranò gli occhi. Continuava ad agitarsi e a urlare ma non aveva alcuna possibilità di divincolarsi. L’uomo, pesante il doppio di lei, la teneva bloccata con le ginocchia e le tappava la bocca con la mano guantata.

Provò a morderlo. Ma il fazzoletto che aveva in gola glielo impedì. Ci provò di nuovo ma lui le diede un sonoro ceffone.

Lo slavo la infilzò più volte con il taglierino. Continuò per diversi secondi a infliggerle tagli sui seni, sul costato, sul collo e sul viso. Poi, quando gli sembrò che la donna, con gli occhi sbarrati, avesse smesso di opporre resistenza, le sfilò i jeans e tagliò anche le mutandine.

Fece scattare la lama del taglierino e infierì anche sul pube.

Arianna Manzoni era ancora viva. Le lacrime avevano smesso di sgorgare e le sembrava di non sentire neppure più il dolore.

Il cuore le batteva all’impazzata ma era sicura: di lì a poco Luca Zorzi sarebbe accorso in suo aiuto.

Si sbagliava. Il supplizio durò un tempo infinito, finché la Manzoni non perse conoscenza e il suo cuore, dopo alcuni battiti aritmici, non smise di martellare.

Quando esalò l’ultimo respiro, Mirko Živković era ancora lì, seduto sulla poltroncina accanto al corpo fatto a brandelli, e la osservava con la soddisfazione di un gatto che ha appena catturato un topo. Non sarebbe sembrato un incidente, come gli era stato chiesto, però si era divertito di più. “In fin dei conti quello che conta è il risultato”, si disse.

Uscì mezz’ora dopo essere entrato, si disfece dei guanti di pelle e del taglierino buttandoli nella laguna e si incamminò verso il Ponte di Rialto.

 

 

 

Il Sigillo Dei Tredici Massoni
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