CAPITOLO 26
Ore 17:05
«Sono stati ammazzati!». Paolo Lupatelli scuoteva la testa come una molla, era molto agitato.
Le colonne del Tempio di Esculapio sembravano emergere dalla nebbia e davano l’impressione di galleggiare sul lago artificiale di villa Borghese. L’oscurità del tardo pomeriggio aveva quasi avvolto i giardini e l’aria umida penetrava nelle ossa.
Lorenzo Fossati era immobile, lo sguardo fisso su una papera che nuotava lenta verso la riva del laghetto. Erano soli, protetti da due ombrelli neri e dai rami spogli delle piante sopra di loro.
«C’è stata una sparatoria… Altro che fuga di gas!», sussurrò l’ispettore della Scientifica, quasi temendo che qualcuno lo potesse sentire. «Li hanno ammazzati e hanno portato via il cadavere di Green».
«Lei a che ora è arrivato al laboratorio?», lo interrogò Fossati, che aveva ascoltato quel ritornello almeno tre volte.
Lupatelli indugiò, cercando di ricordare con esattezza. Poi ripeté quanto aveva già detto: «Alle due meno un quarto. La sparatoria è avvenuta nei tre quarti d’ora della mia pausa pranzo!».
«Quindi è andato via verso l’una ed è tornato alle due meno un quarto. E quando è tornato, quanto tempo è rimasto nel laboratorio?»
«Al massimo due o tre minuti», spiegò impettito. «Ma ho fatto in tempo a vedere che a Valerio e Cécile avevano sparato!».
«E ha chiamato aiuto…».
«Non prima di accorgermi che il fascicolo sui tossicologici era scomparso e con lui tutti i file a cui avevamo lavorato!».
«E il cadavere non c’era più?». Fossati fece una smorfia. «Subito dopo è scappato?».
Lupatelli si voltò e fissò il magistrato dritto in faccia. «Lei cosa avrebbe fatto?».
Fossati scosse la testa. «Di sicuro non sarei fuggito!».
«E avrebbe fatto male! Questa storia è più grossa di tutti noi. Ci sono coinvolgimenti molto, molto in alto».
«Siamo a Roma. In tutti gli affari ci sono coinvolgimenti molto in alto!».
«Qui però la gente muore!». Lupatelli si spostò di qualche passo e dette un calcio a un sassolino, che rotolò nello specchio d’acqua. «Ho paura, e dovrebbe averne anche lei».
Fossati non era del tutto convinto che fosse necessario avere paura. Certo, l’indagine si era rivelata importante. Di sicuro c’erano elementi che non quadravano del tutto, ma era sufficiente per irrompere nei laboratori della Scientifica e uccidere due tecnici? Cosa avevano scoperto di così sensazionale?
«Cerchiamo di stare calmi, tutti quanti!». Un rumore attirò l’attenzione di entrambi.
Si voltarono.
Oltre il lago, rischiarata dalla pallida luce di un lampione, una coppietta stava camminando mano nella mano. Erano troppo lontani, non potevano avere sentito nulla. Si infilarono in un vialetto e scomparvero dietro un cespuglio.
«Prima mi ha detto che aveva lasciato gli esiti dei tossicologici sulla scrivania… e che li hanno portati via insieme al corpo».
«Sì, i tossicologici erano una bomba! Green, oltre al polonio, aveva ingerito stricnina e diazepam, una benzodiazepina».
Fossati si intendeva poco di quel tipo di esami, ma ne capiva abbastanza per sapere che la stricnina era un veleno molto comune, reperibile abbastanza facilmente. Domandò dell’altra sostanza: «Perché una benzodiazepina?»
«Sono farmaci ad azione anticonvulsivante. Insieme alla lavanda gastrica vengono usati per curare l’intossicazione dal veleno! La stricnina è mortale se presa con dose di un milligrammo per chilo. Green ne aveva ingerita molta di più. Sarebbe morto molto velocemente, ma la benzodiazepina deve avergli regalato un po’ di tempo in più».
«Chi si suicida difficilmente prende il veleno e un suo antidoto insieme», osservò Fossati. «Green, o qualunque fosse il suo vero nome, non si è suicidato. È stato ammazzato».
«Deve aver assunto il diazepam quando si è reso conto di essere stato avvelenato. Ma le quantità nel sangue non gli lasciavano speranza».
Fossati fece due passi in direzione del collega. Il Tempio di Esculapio, con le sue colonne neoclassiche immerse nella nebbia, gli dava i brividi. Aveva quasi l’impressione che, da un secondo all’altro, da dietro qualche albero potesse sbucare un lupo mannaro… o peggio, qualcuno con la pistola.
«Lee Harvey Oswald», mormorò il pubblico ministero.
«Come?»
«David Green è il nostro Lee Harvey Oswald, l’assassino di Kennedy». Fossati fece una pausa e osservò Lupatelli alla luce ambrata. «Qual è il modo migliore per impedire che i mandanti di un omicidio vengano scoperti?»
«Sta pensando ad Alberto Zorzi?». Lupatelli abbassò lo sguardo e continuò, cercando di interpretare le parole di Fossati. «Se l’attentatore muore, difficilmente si arriva ai mandanti di un delitto. Proprio come è accaduto a Oswald, che è stato tolto di mezzo prima che potesse parlare».
«Esatto. Se David Green si fosse suicidato, l’indagine sull’attentato di Zorzi sarebbe stata di fatto chiusa», osservò il sostituto procuratore. «C’erano già tutti gli elementi: l’assassino sul luogo del delitto, il fatto che sembrasse un pazzo, il biglietto aereo che testimonia che si trovava a Monaco e, cosa più importante, l’arma: il fucile. Se Green si fosse suicidato, nessuno avrebbe indagato più a fondo!».
«Però non si è suicidato… la benzodiazepina ne è la prova! Ha tentato di salvarsi la vita, ma ha solo guadagnato qualche ora!».
Fossati si strinse nelle spalle. «Appunto. Se è stato ammazzato, qualcuno voleva impedire che parlasse, che prendendolo vivo si arrivasse ai veri mandanti dell’omicidio».
Lupatelli scosse la testa. «E non dovrei avere paura… eccome se ne ho, e anche lei dovrebbe averne!».
«E perché portare via il cadavere e i tossicologici?», si domandò Fossati ad alta voce.
«Non lo so e non mi interessa. Per quanto mi riguarda, conosco già troppi dettagli di questa storia… non mi pagano abbastanza per morire!».
Il magistrato sfiorò il braccio dell’ispettore. «Calmiamoci. Ragioniamo insieme». In quell’istante si rese conto che Lupatelli aveva ragione a preoccuparsi. Dopotutto, avevano ucciso due tecnici innocenti e avevano sottratto un cadavere dalla sala autoptica. Sembravano disposti a tutto pur di evitare che la verità venisse fuori.
Ma quale verità? Quella sugli esami tossicologici? Quella sul polonio? Oppure qualcosa che aveva a che fare con Zorzi?
Un brivido di paura gli percorse la schiena. Era uno dei suoi presentimenti. Fossati si costrinse a restare calmo. Per adesso la priorità era capire di più. Non ne sapeva abbastanza.
«Dobbiamo cercare di comprendere cosa volevano nascondere… solo così saremo in grado di difenderci. Per sapere chi è il nostro nemico, dobbiamo scavare più a fondo!».
«Chi crede sia coinvolto?». Lupatelli sembrava tutt’altro che calmo, ma per il momento aveva accettato di continuare quella conversazione. In fin dei conti aveva chiamato lui Fossati, cosa poteva chiedergli se non un aiuto per capire meglio come stavano le cose? «Crede che possano essere coinvolti i nostri servizi segreti?».
Fossati fu deciso nel rispondere. «Non mi fido di Baldacci… ma non ce lo vedo a ordinare l’esecuzione di un’agente della Scientifica e di un consulente!».
«Forse ha ragione. È un idiota ma non un assassino».
«Hanno rubato il cadavere e cancellato i dati. Hanno scelto la strada più complicata. Lo hanno fatto perché così non c’è la prova del suicidio? È quello che volevano nascondere?». Fossati era dubbioso e proseguì il ragionamento con un filo di voce. «Se è così, c’erano metodi più puliti: potevano manomettere l’archivio o qualche file, o fare sparire un fascicolo. Succede ogni giorno. Non sono convinto sia questa la ragione. Ci sfugge qualcosa…».
Paolo Lupatelli si voltò di scatto, per essere sicuro che attorno a loro non ci fosse nessuno. «Non dobbiamo dimenticare la questione del polonio. Dovremmo capire come si colloca in tutta questa storia!», osservò grattandosi la testa.
«È la prima a cosa a cui ho pensato anche io. Ho fatto una ricerca su Internet. Qualche mese fa, a Londra, è morto avvelenato da polonio 210 un ex agente del KGB, un certo Dimitrij Rusakov. Sembra sia stato avvelenato dai russi».
«Questa storia mi ha lasciato perplesso fin dall’inizio. L’avevo detto io che puzzava di servizi segreti». Lupatelli addolcì la voce. «E poi c’è la storia del tatuaggio. Prima…».
Un altro rumore. Questa volta più vicino, proprio dietro il tempio.
Entrambi trattennero il respiro, poi videro un addetto alla pulizia del parco coperto da un impermeabile con cappuccio. Con una calma serafica stava raccogliendo qualche mozzicone di sigaretta che riponeva in un sacchetto di plastica.
«È un messaggio», continuò Lupatelli. «Il tatuaggio è un messaggio per qualcuno. Green potrebbe esserselo fatto da solo allo specchio. Oggi, verso l’una, Cécile mi ha inoltrato l’email del traduttore».
«E perché farsi un tatuaggio con il polonio?», incalzò il sostituto procuratore.
«Io mi farei un tatuaggio per essere sicuro che quello che voglio scrivere non possa essere cancellato… magari dopo la mia morte. E userei il polonio per attirare l’attenzione di qualcuno…». Lupatelli estrasse un foglietto di carta con la stampa dell’email e lesse la traduzione ad alta voce: «“Ciò che cerca il Cigno Grigio è dove Elia sfidò i profeti”. È il testo del messaggio. Le ho inviato un’email e l’ho anche stampata».
Fossati digrignò i denti. «Elia sfidò i profeti. Che razza di messaggio è? E poi, non è scritto in ebraico?»
«Sì, e se lo è fatto appena prima di morire. Magari sapeva di essere stato avvelenato e ha voluto lasciare un messaggio ai suoi connazionali, per questo l’ha scritto in ebraico. Forse ha lasciato un indizio su chi sono i suoi assassini!».
Lo sguardo di Fossati si illuminò: quel tatuaggio poteva portarlo agli assassini di Green? Era plausibile che fossero i mandanti anche dell’omicidio di Alberto Zorzi. Lesse il testo dell’email. Sopra la traduzione in italiano c’era quella in inglese ma più in basso c’era un’altra riga: «E questo cos’è?»
«WWW.GRE. Potrebbe essere un indirizzo Internet ma è incompleto!».
Il magistrato piegò il foglio e lo mise in tasca. «Non abbiamo altra scelta!», sentenziò poi. «Se è vero che siamo in pericolo, dobbiamo cercare di capirci qualcosa di più! Ha un posto dove rifugiarsi?».
L’ispettore si strinse nelle spalle e annuì.
«Tenga il cellulare acceso, la chiamo se ho informazioni».
Lupatelli rimase immobile. «Lei cosa farà?»
«Parlerò con una persona».