CAPITOLO 71
Bruxelles, Belgio
venerdì 21 febbraio, ore 12:10
Il nuovo ospedale Saint-Luc, nella parte sud-est di Bruxelles, era la sintesi architettonica perfetta di tutti gli edifici circostanti. Era costruito, come l’intero quartiere, in vetro e acciaio ed era composto da due enormi cubi a specchio, collegati tra loro da un imponente ponte trasparente.
Poco dopo mezzogiorno Eva e Lorenzo Fossati raggiunsero la zona Etterbeek, conosciuta perché sede della maggior parte delle istituzioni europee. Nubi pesanti avevano portato aria fredda dal Baltico, ma per adesso sembrava che la pioggia volesse risparmiare la città. Dopo aver parcheggiato, erano saliti al sesto piano dell’ospedale e camminavano decisi lungo il ponte.
Non era stato difficile individuare la loro destinazione. Prima di fermarsi fuori Lione, infatti, con una veloce ricerca su Internet avevano acquisito tutte le informazioni su un certo Jean François Defour del Segretariato Generale del Consiglio dell’Unione Europea.
Stando alle parole di Armin Schollen, Defour era l’uomo che avrebbe dovuto illustrare al professore il contenuto del cosiddetto decreto attuativo, cioè il documento che, sempre secondo lui, avrebbe risolto definitivamente il problema del signoraggio.
Fossati, come Eva, era convinto che Schollen non avesse detto tutta la verità ma almeno quell’indizio l’aveva colto al volo. Cercando informazioni su Defour erano poi emersi particolari rilevanti: quell’uomo era una sorta di consulente economico di Alberto Zorzi e, pochi giorni prima, aveva tentato il suicidio buttandosi dalla finestra dell’ufficio. L’articolo di giornale che avevano trovato indicava il Saint-Luc come l’ospedale in cui era stato trasportato in «gravi condizioni».
Il ponte che collegava il padiglione A al padiglione B assomigliava all’imbarco per un volo intercontinentale. Lo attraversarono camminando su una passerella a quindici metri da terra, con un parapetto in metallo, vetri sulle pareti e sul soffitto. Guardando in alto si potevano vedere le finestre dei piani superiori dell’ospedale; sulla destra, invece, si scorgevano le punte degli alberi del Parc du Cinquantenaire. Poco lontano c’era la sagoma del palazzo della Commissione Europea.
«Cosa credi ci potrà dire questo Defour?», mugugnò Eva, tenendo in mano un piccolo mazzo di fiori che avevano appena acquistato in un chiosco. Aveva già fatto quella domanda più volte, senza mai ottenere una riposta soddisfacente.
Fossati rimase in silenzio fissando un punto indefinito davanti a sé. Con certezza non lo sapeva neppure lui, però l’istinto gli diceva che dovevano parlarci. Quantomeno Defour avrebbe potuto confermare o smentire la versione di Schollen.
Fossati non sapeva cosa Defour avrebbe potuto raccontargli, ma sperava di scoprire qualche indizio sui mandanti dell’omicidio del primo ministro. Con ogni probabilità, gli stessi che volevano togliere di mezzo lui ed Eva.
«Non lo so!», ribatté laconico, mentre camminava accanto all’esecutrice materiale del delitto, che sembrava aver innescato tutto. «Ma l’hai detto tu: sapere la verità aiuta a salvare la vita!».
Eva fece un sorriso amaro. Non aveva un’idea migliore, ma quel posto non le piaceva affatto. «E tu giustamente hai risposto: “a volte però i segreti uccidono!”».
Alla fine del ponte, una porta a vetri si spalancò davanti a loro. Si ritrovarono in un grande salone con pavimento lucente e un bancone per l’accoglienza. Alla loro destra c’era una zona con due divani in pelle nera e alcune poltrone; una donna, seduta, guardava malinconicamente fuori dalla finestra.
Eva e Fossati attraversarono l’atrio e si avvicinarono al bancone. «Buongiorno». Eva brandì il mazzo di fiori e lo agitò come una bandierina. «Stiamo cercando un nostro amico: Jean François Defour. Ci può indicare la camera?».
La ragazzina dalla parte opposta del vetro, capelli biondi tagliati cortissimi e due occhiali spessi, fece una smorfia e digitò qualcosa al computer.
Fossati si guardò attorno: l’accettazione era spaziosa, molto luminosa e semideserta. Vicino all’ingresso, accanto ai divani, c’era una fila di sedie imbottite occupate da una bambina, dalla madre e da una coppia di anziani. Poco distante, in piedi sotto un cartello con la scritta “toelette”, sostava un ragazzo che armeggiava con il cellulare.
L’attesa sembrò interminabile. «C’è qualche problema?», si informò Eva.
La ragazzina continuava a picchiettare sui tasti del computer senza fiatare. Improvvisamente alzò la testa. «Mi può ripetere il nome?»
«Defour. Jean François Defour». Eva scandì bene le parole.
Nell’udire quel nome, il giovane vicino al bagno alzò lo sguardo e squadrò prima Eva e poi Fossati, che teneva le mani in tasca e stava a un metro da lei. Li fissò per diversi secondi, poi, quando fu certo di ciò che aveva visto e sentito, si guardò attorno.
«Non lo trova? Se aspettiamo ancora un po’ i fiori appassiranno!», scherzò Eva.
La ragazza non batté ciglio.
Il giovane con il cellulare, invece, improvvisamente uscì dalla porta portandosi il telefono all’orecchio.
Anche una donna, che fino ad allora era stata immobile, seduta in un angolo a fissare il panorama dalla finestra, alzò lo sguardo.
«Credo ci sia un problema, signora», chiarì infine l’infermiera.
Eva inarcò le sopracciglia. «Che tipo di problema?»
«Purtroppo il signor Defour è deceduto questa mattina!».