CAPITOLO 2
Roma, ore 08:45
Il potente quattro cilindri rombò e la motocicletta rientrò dal sorpasso.
Un furgoncino scuro, che veniva dalla direzione opposta, suonò ripetutamente il clacson: più che un avvertimento era un insulto per il centauro che faceva zigzag tra le auto in coda.
Il sostituto procuratore Lorenzo Fossati lo lasciò passare e poi accelerò nuovamente. I centottantasei cavalli della sua MV Agusta F4 lo riportarono esattamente dov’era un secondo prima: sulla corsia di sorpasso.
Svoltò sul Lungotevere, dove il traffico era meno intenso. Piovigginava. Procedette, senza rallentare, in direzione di Ponte Sant’Angelo schivando due auto in doppia fila. La manovra provocò le urla di un automobilista, il quale sembrò non approvare il suo stile di guida.
L’orologio segnava le otto e quarantacinque e, forse a causa del lutto nazionale, aveva trovato meno traffico del previsto. Era in leggero anticipo.
“Meglio così!”, si disse. “Ne approfitterò per dare un’occhiata in giro”.
Non che gli sembrasse poi così necessario. Un cadavere nel Tevere non era una novità assoluta. Anzi. Era dai tempi di Romolo e Remo che chi si voleva liberare di un corpo lo gettava nel fiume. Capitava almeno tre o quattro volte all’anno e nella maggior parte dei casi si trattava di suicidi.
Quello che per fortuna non accadeva spesso era che una seccatura del genere capitasse proprio nel giorno dei funerali del presidente del Consiglio: la città era blindata e molte strade chiuse. Muoversi agevolmente non sarebbe stato facile. Rallentò quando fu nei pressi di Ponte Vittorio Emanuele II. Le auto dirette verso via della Conciliazione erano incolonnate in un serpente di tre corsie rumorose e disordinate. Si fermò allo stop. Oltre il fiume, di un color grigio petrolio esattamente come il cielo, si stagliava la sagoma imponente di Castel Sant’Angelo: la sua destinazione.
Da quello che aveva capito al telefono, il corpo era adagiato ai piedi di uno dei piloni di Ponte Sant’Angelo, l’accesso pedonale al castello.
Succedeva spesso che chi si suicidava lo facesse in luoghi di richiamo per i turisti, e le meravigliose statue d’angelo sul parapetto del Bernini erano una della attrazioni più gettonate di Roma.
Per preservare la scena del crimine era stato necessario vietare ogni accesso ai turisti, che quel giorno comunque non si prevedevano numerosi. La Scientifica aveva teso il nastro sia dalla parte del Mausoleo di Adriano che dalla parte opposta, dalla quale era arrivato lui. Nonostante ciò, sotto i platani del Lungotevere si erano già radunati alcuni curiosi.
«Sono il sostituto procuratore», mormorò Fossati, guardando attraverso il casco gli agenti che erano stati piazzati all’ingresso del ponte. Erano immobili sotto la pioggia e il più anziano dei due lo squadrò da capo a piedi con aria che il PM non riuscì a definire: disprezzo? Invidia?
L’altro piantone, con aria annoiata, accennò un sorriso e alzò il nastro di plastica bianco e rosso per lasciarlo passare. Poi, con un ampio gesto del braccio, gli fece cenno di procedere lentamente.
La moto ingranò la marcia e partì a bassa velocità. A circa metà del ponte, tra la terza e la quarta campata, c’era già un capannello di ombrelli aperti. Fossati parcheggiò e scese.
Strizzò gli occhi in direzione del cupolone del Vaticano, seminascosto da nuvole basse, per capire se ancora pioveva. Sembrava avesse smesso. Si tolse il casco, lo posizionò in precario equilibrio sul sedile della moto e si incamminò verso i suoi colleghi.
Non aveva ancora superato i quarant’anni ed era un uomo di bell’aspetto, con folti capelli biondi e piccoli occhiali da intellettuale.
«È stato visto poco dopo l’alba da una ragazza che faceva jogging», cominciò Paolo Lupatelli, tendendogli la mano. Era l’ispettore capo della polizia Scientifica, incaricato di supportarlo nell’indagine.
Fossati sorrise e poi si sporse dal parapetto di marmo per individuare la figura biancastra che affiorava dal fiume.
«È a torso nudo?», si informò, schiarendosi la voce.
«Così pare. Alcuni sub si sono già calati in acqua ma abbiamo aspettato che arrivasse lei per spostarlo».
Il pubblico ministero annuì. Poi individuò, tra le acque scure, le figure di due sommozzatori nei pressi del cadavere.
Mentre attendeva, si spostò per salutare due uomini in abiti civili a pochi metri da lui. Erano appoggiati al basamento della statua dell’angelo col sudario. Uno parlava al cellulare e non lo aveva mai visto prima, l’altro era il medico legale, minuto e brizzolato: gli sembrava si chiamasse Mondini.
Poco distante, di spalle e affacciata al parapetto, riconobbe la chioma bionda di Stella Rosati. Era un magistrato con cui aveva lavorato in passato e che era diventata la responsabile dell’Ispettorato vaticano della polizia di Stato. Sapeva che il suo ufficio aveva competenze solo su piazza San Pietro, ma evidentemente un cadavere ai piedi di Castel Sant’Angelo doveva avere attirato la loro attenzione.
«Ciao Stella, come va?», le disse affabile, mentre si avvicinava.
La donna, di una bellezza nordica, si voltò di scatto. Aveva la punta del naso e le gote arrossate per il freddo. Sorrise. «Lorenzo, ciao. Tocca a te quindi questa seccatura?».
Fossati sorrise a sua volta e annuì. «Come te la passi?»
«Ho avuto momenti più difficili da gestire… diciamo così». L’anno prima, Stella Rosati era stata coinvolta in una complessa indagine che aveva portato all’arresto del segretario di Stato vaticano, e da allora era diventata anche una consulente di fiducia della gendarmeria vaticana. Quello doveva essere il motivo per il quale si trovava sul ponte.
«Hai ragione. Questa sembra ordinaria amministrazione!», le rispose.
Intanto, con l’ausilio di una carrucola, i sommozzatori che avevano già perlustrato gli altri piloni del ponte cominciarono a issare il corpo.
Durante l’attesa, Fossati e la Rosati scambiarono poche altre battute. Il PM sapeva che la donna era la figlia di Carlo Maria Rosati, il ministro dell’Interno che avrebbe dovuto gestire la crisi di governo causata dalla morte del presidente Zorzi. Ne approfittò per chiederle qualche opinione sulla situazione politica.
«Con il lutto nazionale e i funerali imminenti del presidente del Consiglio, temo saranno giorni difficili», gli rispose asciutta Stella. «Per tutti noi!».
Fossati annuì mordicchiandosi le labbra. Aveva problemi più impellenti da risolvere, come ad esempio un cadavere nel Tevere…
Nel frattempo, le operazioni di estrazione e sollevamento del corpo si erano concluse. Nel quarto d’ora che era stato necessario, da entrambe le parti del fiume si era intensificato l’afflusso di curiosi. Alcuni erano dotati di macchine fotografiche con obbiettivi vistosi e avevano cominciato a scattare foto ricordo.
Il corpo fu sistemato supino su un telo di plastica azzurra e subito dopo furono tesi due paramenti per evitare sguardi indiscreti.
«È gonfio. Molto gonfio», osservò il medico legale mentre si avvicinava. «Non può essere lì solo da ieri sera».
«Potrebbe essersi suicidato altrove e poi la corrente lo ha portato fino a qui», osservò Stella Rosati. «Non è detto che sia in acqua da ieri».
Fossati si avvicinò per osservare meglio il corpo: a prima vista non si vedevano ferite di proiettile. Era magro, quasi calvo e con le vene degli avambracci livide, come se fossero state disegnate con un pennarello indelebile. Non era un bello spettacolo.
Il medico tastò le tasche dei pantaloni ed estrasse il portafoglio. «È fradicio», osservò dopo aver individuato il passaporto tra i documenti. «Però… direi che il problema dell’identificazione è già risolto».
«Dobbiamo indovinare o ci dici come si chiama?», tuonò sarcastico Lupatelli.
«David Green. Cittadino israeliano».
«E viene ad ammazzarsi a Roma?», commentò qualcuno.
Il fotografo cominciò a immortalare i particolari del cadavere sotto gli occhi attenti dei presenti: le mani erano gonfie così come i piedi, che erano scalzi. Il petto era glabro.
«Cos’è?», chiese Fossati, indicando una strana scritta sul petto, poco sopra il cuore.
«Un tatuaggio», rispose Mondini. «A giudicare dalle cicatrizzazioni sembrerebbe abbastanza recente. Credo sia un disegno, o una scritta».
«Se è una scritta, però, non riesco a capire cosa dice», commentò Lupatelli. «Che alfabeto è? Arabo? Ebraico?».
Nessuno rispose.
Senza sapere che quello era il primo di una serie di eventi, quasi contemporanei e apparentemente scollegati che avrebbero cambiato la sua vita per sempre, Fossati osservò il tatuaggio con maggiore attenzione.