CAPITOLO 61
Barcellona, Spagna,
ore 20:10
Günther era sudato fino alla base della schiena. Camminava lentamente sul selciato della Rambla, principale via pedonale di Barcellona.
Era buio ed era stata una giornata dedicata al totale relax. Aveva passato gran parte del pomeriggio appollaiato sullo sgabello di un locale a bere sangria e a scherzare con gli altri avventori. Poi, alticcio, si era spostato nella parte a sud, la più vicina al mare.
Quella zona gli piaceva, era piena di locali a luci rosse, sexy shop e prostitute, tuttavia ogni volta che ritornava in città aveva l’impressione che la crisi economica stesse per metterla definitivamente in ginocchio. Aveva visto decine di negozi sfitti, case in vendita e attività commerciali con la scritta “fallimento”.
Meglio così, dopotutto le recessioni servivano proprio a quello: per far perdere ai poveracci quel poco che avevano e farlo cadere nelle tasche di qualcuno vicino ai Tredici. E quindi, di conseguenza, nelle sue.
Pur non facendo parte di nessuna delle tredici famiglie che reggevano l’Organizzazione, si sentiva importante. Era una sorta di collegamento tra il mondo reale e uno dei Tredici, quello che di solito occupava la casella numero 1 nelle videoconferenze criptate.
Lo aveva conosciuto per caso molti anni prima, quando, dopo aver studiato economia, aveva trovato un lavoro ben retribuito in una delle principali banche di Vienna. Lavorava sugli investimenti, sulla borsa e sui tassi di interesse e Casella Numero 1 aveva semplicemente un conto cifrato nella sua banca. Quando l’aveva incontrato, la prima volta, gli era parso un vecchietto arzillo con un deposito titoli a moltissimi zeri. Però sembrava avere poco interesse per il denaro.
Più che altro, inizialmente, Casella Numero 1 chiamava Günther per consulenze banali, quasi avesse solo bisogno di parlare con qualcuno. La coincidenza che entrambi amassero la lirica però li aveva avvicinati. L’anziano era un patito di Giuseppe Verdi e, per inciso, con la folta barba bianca lo ricordava abbastanza.
E così Günther era diventato il suo consulente privato e si era trasferito in un attico da cinquecento metri quadrati a Francoforte.
Erano trascorsi quindici anni da allora, e le sue mansioni, con il tempo, si erano un po’ diversificate. Era passato con tranquillità e senza quasi accorgersene dall’acquisto di azioni, società, perfino banche, ad attività completamente differenti. La più singolare era stata incontrare un killer professionista al quale aveva commissionato l’assassinio del presidente del consiglio italiano, che entro pochi mesi sarebbe stato alla guida del governo di turno alla presidenza dell’Unione Europea.
Per lui non era stato difficile. Era ben pagato e, grazie a colui che ormai aveva soprannominato, Giuseppe Verdi, aveva vissuto una vita nell’agio più assoluto. Era certo che l’Organizzazione avesse già agito più volte in quel modo, ma a lui era stato chiesto solo quella volta.
Günther era un uomo sveglio, uno dei pochi che pur non essendo parte di una delle tredici famiglie, si era convinto di avere appreso il Segreto.
Proprio perché credeva di conoscere la verità, sapeva che non era una follia ipotizzare che dietro la crisi economica ci fosse un’unica, grande mente. Il mondo che stava andando a rotoli e il sistema economico basato sul prestito prima o poi sarebbero collassati.
Fino a quel momento, per sua fortuna, tutto sarebbe continuato con le solite regole che in pochi conoscono: le banche dei suoi amici concedevano molti prestiti a basso interesse per incoraggiare i consumatori a ricorrere al credito. Ciò aumentava la quantità di denaro in circolazione e stimolava l’occupazione e l’aumento della domanda di beni.
Ed ecco la “bolla”, il boom economico: le persone tendevano a contrarre più debiti perché erano più fiduciose sul futuro. Compravano un televisore nuovo, una macchina più potente, una casa più spaziosa. Le imprese rimodernavano gli edifici o i macchinari. Il tutto prendendo soldi in prestito a basso interesse. I mercati azionari salivano e il benessere economico raggiungeva l’apice.
E a quel punto, coup de théâtre: quando l’espansione era al culmine, le banche, coordinate dai Tredici – questo Günther lo aveva dedotto ma ne era ciecamente convinto – cominciavano a ritirare il denaro.
Attraverso le banche centrali – da loro controllate grazie a politici il più delle volte inconsapevoli – aumentavano i tassi d’interesse. I soldi che erano in circolazione venivano quindi spesi per pagare tassi sempre più alti. Intanto, le banche cambiavano politica e smettevano di concedere facili finanziamenti.
Così, per pagare i debiti, i poveracci perdevano le case, le macchine e i beni che avevano dato in garanzia per ricevere i prestiti. E la recessione aveva inizio. Le imprese fallivano e la gente veniva licenziata, il tutto solo per pagare gli interessi alle banche. E a chi andavano i beni confiscati? Naturalmente ai Tredici.
Erano centinaia di anni che funzionava così: un segreto nascosto nell’unico luogo in cui nessuno lo avrebbe cercato: sotto gli occhi di tutti. Tutti potevano vederlo ma in pochi lo avrebbero compreso davvero. Era il sistema con il quale i ricchi diventavano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Günther osservò una statua lungo la strada. Era completamente bianca, con un colore posticcio e degli abiti che sventolavano alla lieve brezza. Improvvisamente la statua si mosse e lo fece sussultare. Era una ragazza che si fingeva di marmo e spaventava i turisti in cambio di una moneta nel cappellino sistemato ai suoi piedi.
L’austriaco la mandò a quel paese e individuò il portone di una delle sue case. Inserì a fatica la chiave nella porta e si trascinò su per le scale semibuie.
Günther era allegro e soddisfatto ma ignorava che quello non era il suo giorno fortunato.
Appena accese la luce si sentì mancare il fiato. Ebbe come l’impressione di trovarsi in mezzo a un incendio. Gli si annebbiò la vista. La scossa elettrica lo passò da parte a parte, rapida e dolorosa. Mentre sentiva le sue interiora bruciare cercò di portarsi le mani alla gola. Voleva urlare ma gli mancava il fiato. Soprattutto, non era in grado di muovere neppure un muscolo. Era come incollato all’interruttore.
Dopo qualche istante, il contatore dell’appartamento scattò. L’elettricità si interruppe e Günther si afflosciò sul pavimento di ceramica come un cencio di stoffa.
Aveva gli occhi sbarrati e la bocca spalancata in un’espressione di dolore estremo. In pochi secondi, un odore prima lieve e poi sempre più forte di pneumatico bruciato cominciò a diffondersi nell’aria.
Era morto in un istante senza sapere neppure il perché.
Lui era uno dei pochi che conosceva il volto di Giuseppe Verdi. Quella circostanza, unita all’imprevedibilità delle azioni umane, aveva segnato la sua esistenza.
Quando, alcuni mesi prima, aveva incontrato Eva, non poteva certo sapere che sarebbe morto a causa sua. Non poteva sapere che la donna sarebbe sfuggita alla resa dei conti in Grecia (che lui aveva organizzato) e soprattutto non poteva immaginare che lei sarebbe tornata a cercarlo.
Alle nove meno un quarto, quando le luci giallognole dei lampioni avevano cominciato a colorare l’aura festaiola delle notti di Barcellona, Eva e Fossati entrarono nel portone dell’appartamento affacciato sulla Rambla.
Salirono in silenzio, in fila indiana, per una rampa di scale rapida e buia.
«Fermo!», sussurrò Eva a Fossati, che la tallonava da vicino. «C’è qualcosa che non va».
I due si mossero lentamente, in fondo al pianerottolo si sentivano dei rumori, come di voci provenienti dalla strada. C’era anche qualche luce che ballava sul muro di fronte a loro.
Eva avanzò deglutendo. Adrenalina anche quella, ma di solito preferiva starsene dietro un fucile di precisione Sako TRG-22 con ottica Schmidt & Bender. Meglio se a cento metri dall’obiettivo.
«Non senti questo odore?», chiese lui.
Eva lo sentiva eccome. Procedette a piccoli passi, vide la porta semichiusa e diede una lieve spinta con lo stivale. Lo stipite si aprì cigolando e si bloccò immediatamente contro qualcosa di morbido.
Quando, nella penombra, lo vide, chiuse gli occhi e sospirò. «Non toccare nulla. Via di qui. In fretta!».