CAPITOLO 17
Roma,
lunedì 17 febbraio, ore 12:55
Centottantuno giorni dopo avere incontrato Eva per la prima volta, Yaniv Eliyahu era disteso su un tavolo d’acciaio nell’edificio della polizia Scientifica di Roma.
Le vetrate scorrevoli si aprirono e l’ispettore Lupatelli piombò nel laboratorio.
«Ci sono i tossicologici!», grugnì appoggiando un ingombrante fascicolo e il cellulare sulla scrivania.
L’aria era fredda e l’odore di disinfettante era intenso. Sulle colonne erano posizionati dei diffusori di luce bluastra che illuminavano con strani giochi di ombre le cupole intonacate. Da un computer appoggiato al muro proveniva la musica tagliente degli AC/DC. Sullo schermo si vedeva un chitarrista saltellante.
Nel complesso, se non si considerava il cadavere a pochi metri dalle loro scrivanie, Valerio Pina e Cécile Cissé potevano sembrare a loro agio. Il consulente esperto di crittogrammi era seduto alla sua postazione e con il dito indice picchiettava il monitor LCD. La giovane agente stava piegata, accanto a lui, con la mano destra appoggiata allo schienale della poltroncina.
«Come abbiamo fatto a non pensarci subito?», disse la ragazza con il solito accento francese.
«Dopotutto, però, non ci ho messo poi molto a capirlo!».
«Cosa succede?», domandò Lupatelli incuriosito.
«Abbiamo trovato qualcosa sul tatuaggio!», rispose Pina.
«Cosa, esattamente?». Lupatelli si infilò il camice e si avvicinò.
«Non riuscivamo a riconoscere il tipo di caratteri perché il tatuaggio è disegnato al contrario», spiegò l’ausiliario, «come se fosse riflesso nello specchio».
La giovane si avvicinò alla tastiera e fece comparire sullo schermo la fotografia modificata con un programma di fotoritocco. «Vedi? Abbiamo semplicemente applicato un effetto digitale: una banale “riflessione orizzontale”», chiarì Cécile.
Lupatelli strizzò gli occhi e osservò meglio la fotografia.
«Per me resta incomprensibile… Però quelli dell’ultima riga sembrerebbero caratteri latini. Cos’è, un pezzo di un indirizzo Internet?», osservò.
«È quello che abbiamo pensato anche noi, ma sembra incompleto», rispose Pina.
«Avete provato a passarlo adesso nell’OCR?»
«Lo stavamo facendo quando sei arrivato tu, boss».
Nel frattempo la schermata del computer cambiò. Comparve la scansione del tatuaggio affiancata da una finestra bianca che si era riempita di simboli digitali.
«Ecco!». Cécile sorrise. «Ci siamo!».
Si vedevano gli stessi simboli ma questa volta erano inseriti ordinatamente in un programma di elaborazione di testi.
«Li ha riconosciuti!».
Lupatelli si grattò la tempia pelata osservando la scritta sul monitor. «Proviamo a tradurla!».
«Le traduzioni automatiche non sono mai troppo accurate… però possiamo provarci». Pina fece scorrere la poltroncina con le rotelle davanti a un’altra postazione. Inserì la password e digitò un indirizzo Internet. Poi copiò il testo restituito dall’OCR e lo incollò nella finestra di traduzione.
Il risultato li lasciò perplessi.
«Cosa significa?».
Cécile scosse la testa. «Non ne ho idea, però almeno abbiamo la conferma che i caratteri sono corretti!».
Pina osservò la traduzione automatica:
Che un cigno grigio ricerca dove Elia sfidò i profeti di.
«L’avevo detto che la traduzione online non sarebbe stata molto accurata», si giustificò l’ausiliario.
Per un momento nessuno parlò.
La ragazza, per riempire il silenzio, cercò di ricapitolare a voce alta gli elementi che avevano in mano: «Sappiamo che il tatuaggio è recente, di un paio di giorni prima della morte. Sappiamo che è stato fatto con un inchiostro a base di un raro isotopo radioattivo. Sappiamo che è stato disegnato come fosse riflesso in uno specchio!».
«Il perito linguistico ha risposto alla tua mail?», si informò Lupatelli, ignorando la ricostruzione della ragazza. «Giragli anche la traduzione automatica, anche se di sicuro la sua sarà più attendibile».
Pina verificò che il perito non avesse già scritto e poi gli inviò un nuovo messaggio con l’immagine elaborata e il testo che avevano ottenuto dal traduttore.
«E cosa mi dite dell’ultima riga?», incalzò Cécile. «È un indirizzo Internet. WWW,GR. Secondo voi, l’ultima lettera cos’è?».
Lupatelli si avvicinò al monitor che ancora riportava la fotografia del tatuaggio. «La virgola potrebbe essere un punto venuto male…». L’ispettore capo, che già conosceva gli esami tossicologici sul cadavere, lo riteneva plausibile, anzi probabile. «Guarda qui, la parte sottostante non sembra contenere inchiostro, è solo una ferita mal cicatrizzata!».
«Hai ragione, capo!». Pina inarcò le braccia sulla sedia e si stiracchiò.
«E se diamo per scontato che sono caratteri latini, l’ultima lettera non corrisponde a nulla», osservò Cécile. «Quindi potrebbe essere una lettera incompiuta… come l’indirizzo. Potrebbe essere una E incompleta?»
«Forse… Ma di sicuro all’indirizzo manca più di una sola lettera!».
«WWW.GRE. Cosa vorrà dire?». Pina scosse la testa. La traduzione dall’ebraico non significava nulla e l’indirizzo Internet era parziale. Si sarebbe aspettato qualcosa di più.
Improvvisamente Lupatelli si voltò. Sembrava aver avuto una folgorazione. «Come hai detto prima?», farfugliò.
Cécile alzò lo sguardo. «Quando?»
«Prima. Hai detto che il tatuaggio è stato disegnato come riflesso in uno specchio. Qual è il motivo per il quale un tatuaggio viene disegnato al contrario?»
«Non so, per motivi estetici?», ridacchiò Pina, sarcastico.
«No. Io lo disegnerei al contrario se dovessi farmelo da solo guardandomi allo specchio! Quel tatuaggio non è un ornamento. È un messaggio!».
«In che senso?»
«Anche l’inchiostro usato è parte del messaggio!».
«Capo, quando fai così mi spaventi!».
«Provate a pensarci…». Lupatelli continuava a riflettere sugli esami tossicologici ma parlava a ruota libera. «Se io volessi lasciare un messaggio, prima di morire. E se avessi paura che qualcuno lo potesse rubare o cancellare, come farei?»
«Mi farei un tatuaggio da solo?». Pina sorrise nuovamente.
«Esatto. E se volessi che qualcuno indagasse sul significato?»
«Me lo farei usando un inchiostro radioattivo?», concluse l’ausiliario, che non si sforzò di nascondere una risata. «Capo, non ti offendere, ma mi sembra una follia».
«Io sono d’accordo con lui», obiettò Cécile, le mani dritte lungo i fianchi. «Prova a rifletterci: se non avessimo riscontrato tracce di polonio, il tatuaggio ci avrebbe incuriosito così tanto? Ci saremmo fermati a riflettere sul significato?».
Pina non sembrava convinto e scuoteva la testa. «Ok, per il fatto che l’avrei scritto riflesso nello specchio. Tutto il resto mi sembra una follia. E comunque, se avessi voluto lasciare un messaggio alla polizia italiana, di sicuro non l’avrei scritto in ebraico».
Cécile sorrise. «A meno che…».
«Bingo!», insistette Lupatelli. «Quel tatuaggio è un messaggio… ma non è per noi!».
«E per chi è?», si informò la ragazza.
«Questo non lo so, ma di sicuro per qualcuno che parli ebraico. Comunque so chi può scoprirlo». Lupatelli non si dilungò oltre e uscì con la stessa velocità con la quale era arrivato. «Adesso vado a mangiare. Ci vediamo nel pomeriggio».
Valerio Pina e Cécile Cissé si guardarono stupiti. Sapevano che per Paolo Lupatelli la pausa pranzo era un rito irrinunciabile e che non l’avrebbe saltata per niente al mondo, ma lasciarli così…
Per la prima volta lei gli sorrise. Non sapeva sarebbe stata anche l’ultima.