CAPITOLO 10
Ore 11:00
La connessione criptata fu stabilita nello stesso istante in cui, a San Giovanni in Laterano, ebbero inizio le esequie di Alberto Zorzi.
Da vari angoli del globo comparvero in videoconferenza, su un grande schermo appeso alla parete, le facce anonime di tredici persone.
«Rischia di essere un problema molto grave!», proclamò un anziano, che se ne stava seduto sulla punta di un divanetto a due posti Luigi XVI, in una posizione all’apparenza tutt’altro che comoda.
Non venivano quasi mai immortalati dai tabloid scandalistici e preferivano stare alla larga dal cosiddetto Star System, eppure, negli anni, in molti avevano speculato sull’esistenza di quel gruppo ristretto di potenti.
Erano stati chiamati in molti modi, da “Ordine degli Illuminati” a “Nobiltà nera”. Alcuni li avevano semplicemente chiamati “Impero invisibile”, un potere occulto e silenzioso che lavora da secoli per la costituzione di un “Nuovo ordine mondiale”.
Fin dal Settecento erano state formulate le più svariate teorie su chi fossero e quali fossero i loro reali fini. Nessuna era completamente errata. Anzi, in ciascuna c’era qualche elemento rispondente alla realtà. A cominciare dal fatto che, da soli, controllavano una fetta consistente delle risorse economiche mondiali. Tra quelle tredici persone figuravano proprietari di banche, petrolieri, industriali, titolari di giacimenti d’oro e diamanti.
«Abbiamo ancora possibilità di intervenire?», domandò un uomo con la barba grigia, che occupava la casella in alto a sinistra nello schermo delle videoconferenze.
I volti dei partecipanti erano dislocati sui monitor in un reticolo di quattro colonne, in ogni casella c’era solo una faccia. Ognuno sapeva alla perfezione chi erano gli altri. Si incontravano di persona soltanto una volta ogni cinque anni, nel cosiddetto Bohemian Grove, una foresta di sequoie secolari nella California del Nord. A quelle riunioni, che si tenevano fin dal 1873, partecipavano tutti i membri delle tredici famiglie e anche una piccola élite di politici “dotti”, provenienti dai maggiori Paesi capitalisti.
Nell’ultimo periodo, il precipitare di certe questioni aveva però reso necessarie riunioni telematiche come quella.
«In linea di principio sì!», esclamò la casella numero 8, una faccia bianca con i capelli ricci e brizzolati. «Non hanno ancora messo insieme i pezzi, ma non ci metteranno molto».
«Abbiamo già dato disposizioni per salvare il salvabile», continuò la casella numero 4. Era il gemello dell’uomo che occupava la casella numero 8, stessi lineamenti solcati da rughe profonde e capelli ricci striati d’argento.
La casella numero 1 scosse la testa e sospirò. «Già che siamo qui…», cambiò discorso facendo una smorfia, «a che punto è la questione principale?»
«Non ci sono notizie aggiornate, ma abbiamo avuto rassicurazioni che sarà sistemata a breve!», si giustificò una donna con i capelli fulvi, dalla casella a fianco. «L’unica bozza del decreto attuativo l’abbiamo noi e la proposta di modifica della direttiva dovrebbe essere pronta già domani. Poi la dovremo semplicemente fare approvare».
Finalmente una buona notizia.
Numero 1 si assestò sulla poltrona e si accarezzò la barba. «E il problema della ragazza? È stato sistemato?»
«Il problema dovrebbe risolversi in questi minuti!», chiarì la casella numero 3 con accento spagnolo. Quel volto olivastro recentemente era apparso più volte sui media, ma nessuno per fortuna aveva ipotizzato la sua militanza nel gruppo. Era un cinquantenne che apparteneva a una delle famiglie più ricche di Santander e da poco aveva accettato un importante incarico a Francoforte; la sua nomina, oltretutto, era stata oggetto di accese discussioni a causa della notorietà che non piaceva affatto ai Tredici.
«È tutto sotto controllo. La nostra squadra in Grecia è già al lavoro».