CAPITOLO 73

 

 

 

 

 

 

 

Francoforte, Germania,

ore 16:30

 

La nuova sede della Banca Centrale europea sorgeva nella Grossmarkthalle, l’area dei mercati generali di Francoforte sul Meno, fra la zona portuale di Osthafen e il centro della città.

Progettata dallo studio di architettura viennese Coop-Himmelblau, si componeva di due gigantesche torri dalla caratteristica forma di elica, collegate da un immenso atrio di cristallo con ascensori a vista.

“Giuseppe Verdi”, l’uomo con la barba che negli anni era arrivato a occupare la casella numero 1 dei Tredici, era affacciato alla finestra del trentaseiesimo piano, con una piccola agenda rossa e alcuni fogli tra le mani. Il presidente della BCE, Álvaro Domínguez Valera – uno spagnolo cinquantenne appartenente a una delle famiglie più ricche di Santander – era in piedi dietro di lui, le mani affondate nelle tasche dei pantaloni.

Secondo l’anziano, la carica di presidente della BCE dava a Valera troppa notorietà. «Bisognava far nominare, come al solito, un burattino», aveva ripetuto più volte nelle settimane precedenti. «Come si è sempre fatto per evitare che la gente si faccia troppe domande… nessuno chiede informazioni su una persona che non conosce!».

Ma quella volta lo spagnolo aveva insistito. La sua voglia di notorietà aveva preso il sopravvento. Il padre era recentemente passato a miglior vita e lui aveva ereditato l’impero. La famiglia era una delle più antiche delle Tredici e, attraverso le banche del suo gruppo, possedeva una cospicua fetta della BCE. Nonostante la maggioranza del direttorio fosse contraria, Valera era riuscito a occupare la carica più importante della finanza europea.

«Uno dei problemi mi pare sia risolto. Sono sicuramente i fogli mancanti!», disse. «Gli uomini del Mossad me li hanno fatti avere questa mattina…».

L’altro non rispose. Si limitò ad accostare all’agenda le pagine che aveva in mano e a emettere un grugnito.

Valera aveva partecipato alla riunione telematica di qualche giorno prima e conosceva bene la situazione. Come Numero 1, era stato incaricato di occuparsi degli aspetti operativi del gruppo. Sapeva bene che il loro progetto, che aveva come scopo ultimo evitare che il potere politico interferisse con quello economico, era strutturato su più livelli: quello di cui si era occupato lui riguardava un’agenda rubata ad Alberto Zorzi. Era emerso che l’israeliano incaricato di sottrarla aveva strappato alcune pagine, le più importanti, e le aveva spedite al fratello a Haifa. Il Mossad, anche grazie all’intervento di uomini vicini a Valera, le aveva recuperate insieme a ciò che gli premeva di più: il corpo di Yaniv Eliyahu.

Per il servizio segreto di Tel Aviv il cadavere di Eliyahu era di vitale importanza, perché al suo interno nascondeva una grande segreto: lo stesso polonio 210 con il quale era stato ucciso a Londra Dimitrij Rusakov. Se il polonio fosse stato rinvenuto nel corpo dell’israeliano, si sarebbe capito che il russo era stato ucciso proprio dalle spie di Tel Aviv e non dagli eredi del KGB, come invece si voleva far credere. Per ringraziare del favore, gli uomini di Lior Ghadir, recuperate le pagine dal fratello di Eliyahu le avevano restituite ai Tredici.

«Per la maggior parte sono italiani», constatò l’anziano, leggendo la lista. «Fortunatamente mancano i nomi più importanti! Se ci fosse stato il tuo nome sarebbe stato un problema! Noi non siamo fatti per la ribalta e non ho mai compreso questa tua voglia di apparire».

«È solo una lista scritta a mano. Se ne trovano a decine su Internet», replicò Valera.

“Se ti sentisse tuo padre…”. Il vecchio alzò lo sguardo e fissò una chiatta carica di container che arrancava lenta sul fiume verdastro. «Comunque, per fortuna, il tuo nome non c’è. Purtroppo però c’è quello di Carlo Maria Rosati».

«Ho visto».

«Non è un bene. Per lui».

«Mi sembrava che i gemelli avessero già pensato al problema della successione… anche in questa eventualità».

«È così», concordò l’anziano, che improvvisamente si sentì mancare le forze. Si sedette sul divanetto e accostò alla bocca un piccolo respiratore collegato a una bombola d’ossigeno. Dopo un’avida boccata si sentì rigenerato. «È così. Ci si aspettava qualche nome di troppo, ma dispiace sempre perdere un cane fedele».

Valera non replicò. Sapeva che essere su quella lista era pericoloso. Era felice che non ci fosse il suo nome. Quella non era una lista comune: era stata compilata di suo pugno da Alberto Zorzi. Non era possibile sapere con chi il presidente l’avesse condivisa prima di morire, ma era certo che chi compariva in quell’elenco avrebbe difficilmente goduto della sua fiducia.

«Ho visto che c’è anche un altro nome», osservò con un tono aggressivo, quasi fosse colpa dell’anziano che gli stava di fronte.

Il vecchio annuì con sguardo rassegnato. «Be’, lui, impazzito o meno, è sempre uno di noi. Non possiamo riservargli lo stesso trattamento di Rosati».

Il presidente della BCE sembrò irrigidirsi. L’argomento era già stato affrontato più volte ed evidentemente non si trovava d’accordo sul modo in cui era stato risolto in passato. «Quand’è che Armin Schollen smetterà di sputare nel piatto in cui mangia?».

L’altro non rispose e decise di cambiare argomento: «La ragazza nel frattempo è riuscita a scappare», borbottò infine, utilizzando lo stesso tono.

Valera si accese un sigaro e, incurante dei problemi di respirazione del suo ospite, si sedette accanto a lui. «Purtroppo sì. È riuscita a fuggire sia in Grecia sia a Copenaghen ma non potrà nascondersi a lungo. È stata appena avvistata a Bruxelles insieme a quel magistrato. Sono appena stato contattato dall’uomo che vigilava su Jean François Defour».

«Finalmente! Almeno questo problema si è risolto», commentò l’altro nell’udire il nome del funzionario che lavorava al Segretariato Generale del Consiglio dell’Unione Europea. «Era troppo chiedere che le cose fossero fatte bene fin dall’inizio?»

«Nessuno poteva prevedere che Defour si salvasse da un volo di trenta metri dalla finestra di un palazzo». Il presidente fece una pausa, poi continuò, comunicando quella che gli sembrava una bella notizia. «Ma alla fine, con un piccolo aiuto, la natura ha fatto il suo corso. In ogni caso il testo del decreto attuativo lo abbiamo preso noi e anche il progetto grafico… E questa è la cosa più importante! È come se non fossero mai esistiti!».

L’anziano sembrò perplesso. Si alzò di nuovo, quasi rigenerato dalla boccata d’ossigeno, e andò ad affacciarsi alla vetrata. «Sai bene che se anche trapelasse una sola pagina o un solo disegno, per noi sarebbe gravissimo. Qualcuno potrebbe farsi delle domande o peggio ancora, al burattino di turno potrebbe venire la stessa idea…».

Il presidente della BCE si alzò e gli si avvicinò. Non nutriva nei suoi confronti un grande rispetto e immaginava di poter prendere il suo posto presto, e occuparsi delle strategie per difendere al meglio gli interessi dei Tredici. Gli mise una mano sulla spalla e lo rassicurò. Anche con lui, la natura stava facendo il suo corso: «Stai tranquillo. Non ne esistono altre copie…».

 

 

 

Il Sigillo Dei Tredici Massoni
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