CAPITOLO 16
Agrigento, 6 mesi prima
«L’edificio è in stile dorico arcaico». La voce della guida era stridula e squillante. «La cronologia lo identifica come il più antico dei templi di Akragas».
Nella valle dei templi faceva un caldo insopportabile.
Yaniv Eliyahu indossava un paio di sandali e dei bermuda cachi. La barba, rada e incolta, sembrava la continuazione della sua capigliatura stempiata: stesso colore striato di grigio, stessa lunghezza che formava un tutt’uno con i capelli quasi rasati.
Sotto gli occhiali da sole teneva le palpebre socchiuse, scrutando le facce che aveva attorno. Di fianco aveva una coppia di turisti con evidenti segni di scottatura da spiaggia, una famiglia di giapponesi con tre bambini urlanti e un signore con la barba nascosto da un grande cappello di paglia. Oltre la guida, dalla parte opposta del promontorio, protetti dall’ombra di un cespuglio rinsecchito, vedeva un’altra famiglia con lo sguardo stravolto.
«La costruzione risale agli ultimi anni del VI secolo avanti Cristo», proseguì la donna. In pochi la ascoltavano. La maggior parte del gruppo turistico boccheggiava per il caldo e non vedeva l’ora che la visita terminasse.
La guida si spostò di qualche passo e salì uno dei gradini che portavano al crepidoma, la piattaforma sulla quale erano collocate le uniche colonne sopravvissute ai secoli.
Yaniv non riusciva a rimanere fermo. L’impazienza era la sua debolezza principale, quella voglia di avere tutto e subito. Il rinunciare al poco che aveva, per ottenere di più, era stata la causa di molti dei suoi problemi… e della fine della “vecchia vita”.
«Cosa vuoi fare?», gli aveva domandato il padre sorridente. Lui era ancora un bambino e si trovavano a una sagra di paese. Il biglietto della riffa che aveva in mano diceva che aveva vinto un cesto di frutta. Ma lui voleva di più, voleva la bicicletta!
«Accetto lo scambio», aveva risposto. Un inserviente aveva ritirato il suo premio e gli aveva messo in mano un altro foglietto piegato in quattro parti. Aveva rinunciato al cesto di frutta per un biglietto che poteva contenere un regalo più importante: la bicicletta.
«Allora?». Il padre aveva indicato il pezzetto di carta che lui teneva stretto tra le dita.
Lo aveva aperto, lentamente e con grande speranza. Ma quella era stata la sua più grande delusione: non aveva vinto la bicicletta. Anzi, non aveva vinto proprio nulla!
La sua prima delusione. E durante la vita molte altre l’avrebbero seguita.
Non gli era mai piaciuto studiare. Solo le lingue, quelle sì, le aveva imparate, ma per il resto non era mai stato considerato dotato di grande intelligenza.
Si sbagliavano. Tutti. Lui non era uno stupido, anche se molti lo ritenevano tale. Era nato quarantacinque anni prima a Gaza. Aveva un fratello di dieci anni più grande e da piccolo si era trasferito con i genitori a Haifa. Non avendo voglia di dedicarsi ai libri era stato l’incarnazione del motto della sua città adottiva: “A Gerusalemme si prega, a Tel Aviv ci si diverte e a Haifa si lavora”.
Durante la giovinezza, nella sua “prima vita”, si era guadagnato il challah, il pane ebraico, proprio con il sudore della fronte. Aveva fatto il giardiniere per anni, prima di conoscere Lior Ghadir: una persona importante.
Era un uomo molto più vecchio di lui, ricco e amante dei fiori. Lavorava da sempre per il governo di Tel Aviv e aveva un ruolo di grande rilievo. Yaniv, che aveva scoperto di avere una predisposizione per il giardinaggio, cominciò a lavorare per lui occupandosi delle sue rare orchidee. In pochi mesi, dopo numerosi incontri nella serra e svariati scambi di opinione sui fiori, i due divennero più intimi.
Grazie a quell’uomo, Yaniv cambiò occupazione. Quasi senza sapere come, ma grazie all’importante dote di parlare poco ed essere molto riservato, cominciò ben presto la sua “seconda vita”.
Ma quel giorno, ad Agrigento, con quel caldo asfissiante, qualcosa sarebbe cambiato.
Era un affare grosso. Un affare da non lasciarsi scappare. Un affare che poteva essere il primo atto della sua nuova vita, la terza.
Era stata la donna a contattarlo via Internet e a dargli l’appuntamento in quel luogo.
Lui la conosceva di fama, ne aveva sentito parlare. Per questo aveva deciso di incontrarla. Non poteva essere pericoloso, ne era sicuro: se loro avessero voluto toglierlo di mezzo, l’avrebbero fatto diversi giorni prima. Non sarebbe servita la ragazza.
Lei gli aveva detto che nel tempo libero amava studiare rovine dell’antica Grecia, e da quello che lui aveva potuto ricostruire, era la verità. Già dallo scambio di email gli era parso di capire che la donna sapesse molto di lui e la cosa, invece di insospettirlo, lo aveva incuriosito.
Dopotutto gli offriva una buona opportunità. Doveva concedere al destino una possibilità. Basta aspettare la bicicletta: era cambiato, da quel momento sarebbe cominciata una nuova fase.
Una frase in particolare l’aveva convinto a essere lì, quel giorno di mezza estate: “Com’è il sushi di Londra?”, gli aveva scritto.
Londra. Sushi.
Poteva sapere di Dimitrij Rusakov?
Era stato uno dei suoi tanti errori. Ma ormai era troppo tardi. La seconda vita era finita a causa di quell’errore… e del suo più grande difetto: l’impazienza.
«David Green?», lo apostrofò una voce.
Yaniv alzò lo sguardo.
La collina dei templi era assolata.
Le sorrise.
Era bellissima.
«Piacere, Eva», gli sussurrò a un orecchio.
Mentre Yaniv le tendeva la mano capì il motivo del suo soprannome.
Era alta e dalle forme sinuose. Gambe lunghe, vestito attillato a fiori, viso armonioso, occhi di un blu intenso. I capelli neri, raccolti in uno chignon dal quale si intravedeva una ciocca grigia che partiva dalla tempia sinistra, esaltavano ancora di più il suo collo lungo.
Aveva l’eleganza di un cigno.
Ecco perché la chiamavano “il Cigno grigio”.