CAPITOLO 66
Aix-en-Provence, Francia,
ore 16:50
A metà pomeriggio di un giovedì troppo caldo per essere febbraio, Lorenzo Fossati ed Eva varcarono la porta dell’aula magna.
Erano arrivati ad Aix, nel Sud della Francia, con l’ennesima auto a noleggio. Per raggiungere l’Università di Aix-Marsiglia avevano attraversato la pianura provenzale dai colori pastello. Erano stati accolti da un cielo scintillante, da vigneti rigogliosi, da campi di lavanda e da case con le finestre azzurre. Avevano costeggiato il fiume Arc, accompagnati dal vento del Nord, il Mistral, ed erano saliti fino alle prime dolci colline che circondano la montagna di Sainte Victoire.
Prima di mettersi alla guida si erano documentati sulla direttiva 11.110 che Fossati si era stampato e letto integralmente. Il provvedimento, voluto da Alberto Zorzi, era stato approvato tre mesi prima e, sotto il titolo Sviluppo economico, cercava di ricostruire e regolamentare il sistema bancario europeo. Venivano enunciati anche alcuni principi ma, non essendo un tecnico, il PM non ne aveva compreso l’esatta portata.
Da ciò che avevano capito, però, senza un decreto attuativo – che sarebbe stato approvato nel giro di pochi mesi – la direttiva non serviva a molto. La parte interessante, al di là dei principi generali, era la relazione introduttiva. Da quella si poteva inquadrare il problema.
Cercando su Internet, avevano anche trovato un’intervista su un blog semisconosciuto. Lì, il professor Armin Schollen sosteneva che i legislatori europei, nello scrivere la direttiva, si erano ispirati proprio alle sue teorie.
Eva e Fossati chiusero la porta della sala conferenze cercando di non fare rumore. Si accomodarono nell’ultima fila, uno accanto all’altra.
Nell’aula magna in penombra solo poche luci al neon erano accese in prossimità del palco. Dalla loro posizione rialzata, si capiva comunque che era quasi vuota.
Schollen aveva vissuto molti anni a Bruxelles e parlava un francese perfetto. Era un omino piccolo e magro come uno scheletro.
Stava dietro a un leggio, in piedi sul pulpito ricoperto di moquette blu. Nelle prime file Fossati riuscì a contare quattro teste. Poco più indietro ce n’erano altre due. Tutto il resto delle poltrone erano quasi vuote. In penultima fila c’erano altre quattro o cinque persone. In fondo c’erano loro e poco distante, alla loro destra, una ragazza.
«…Non è un segreto per nessuno. Sapete, io alla mia età posso permettermi di dirlo e di raccontarlo». Schollen alzò lo sguardo e contemplò nel buio i pochi ascoltatori presenti. «Vedete… certe cose sembra non interessino a nessuno. Eppure ne va della nostra vita. Ne va del nostro futuro».
Una ragazza, che sedeva poco lontano da Fossati, si assestò sulla poltroncina e cominciò a picchiettare sui tasti del portatile che teneva sulla ginocchia.
«Eppure, non raccontiamo chissà quali segreti. Quello che dice il mio libro è sotto gli occhi di tutti. Tutti possono leggere, vedere, documentarsi. Il problema è che non interessa a nessuno! Ma cominciamo dall’inizio». Il professore guardò l’orologio da polso e poi fece una battuta: «Spero non abbiate fretta!».
Eva accavallò le gambe appoggiando il ginocchio al sedile di fronte al suo. La conferenza non era ancora iniziata ma, a differenza del PM, che era intento ad ascoltare, lei era già annoiata, pur comprendendo perfettamente il francese.
«Come sapete tutti, prima che venisse inventato il denaro, gli uomini usavano il baratto».
«Andiamo bene», bisbigliò Eva nell’orecchio di Fossati. «Cominciamo da Adamo… e da me!».
Lui sorrise.
«Nel mercato libero chi aveva bisogno di una mela, per esempio, poteva accordarsi con chi aveva bisogno di una pera. Le parti stabilivano liberamente che per avere una pera erano necessarie tre mele. Per una carota due cetrioli, e così via».
Sullo schermo dietro il professore comparve una slide che mostrava una conchiglia. «Per praticità, un gruppo di persone poteva usare come merce di scambio un oggetto con un certo valore per la comunità, ad esempio una conchiglia…».
Fossati fece spaziare lo sguardo sulla sala. Sembravano tutti molto attenti.
Il professore proseguì: «La conchiglia ha quindi un doppio valore: come oggetto ornamentale e anche come merce di scambio». Schollen si fermò, quasi per controllare che gli spettatori fossero attenti. «Chi sa cosa venne usato dopo le conchiglie, come merce di scambio?»
«L’oro!», urlò la ragazza accanto a Fossati, senza alzare gli occhi dal computer.
«Esattamente. E come le conchiglie, l’oro aveva un doppio valore: come oro in sé, per fabbricare gioielli, e come merce di scambio. In tutto il mondo si cominciò a usare l’oro e i re, gli imperatori, i governi nazionali cominciarono a battere o coniare le loro monete in oro».
«Qui interviene il signoraggio?», chiese una testa dalla prima fila.
«Esattamente. Durante il Medioevo, il signorotto che batteva la moneta, per coprire le spese di conio, diminuiva la percentuale di oro o argento nelle monete. La differenza che gli restava in tasca era il cosiddetto signoraggio. Con questo procedimento, diminuendo via via la quantità di oro, diventava possibile lucrarci sopra».
Dalla platea si levarono dei mormorii.
«E il tutto è continuato sino ai giorni nostri. Oggi una banconota non ha valore per il materiale di cui è fatta, ma solo in quanto merce di scambio. Mi spiego meglio: il valore reale della banconota, carta, inchiostro, stampa, è pari quasi a zero ma l’importo scritto sulla banconota stessa è molto diverso. La differenza tra i due valori è il signoraggio».
«La moneta però non la emette più lo Stato», urlò una voce maschile. «È la Banca Centrale, no? E la Banca Centrale non è una banca privata che presta denaro allo Stato?».
Il professore sorrise e ne approfittò per dare una fugace occhiata all’orologio. «La questione è un po’ più complessa, ma per comprendere il meccanismo dobbiamo capire come nacquero le nostre banconote. E per spiegarlo dobbiamo tornare all’oro, che nel Medioevo veniva depositato nelle prime banche. Con l’aumentare degli scambi a livello europeo si rendeva necessario trasportare grandi quantità di preziosi, ma c’era il pericolo che i forzieri fossero presi d’assalto da briganti o affondassero con le navi».
Dietro il professore comparve la figura stilizzata di un omino in calzamaglia: Robin Hood?
«…Per ovviare a questo problema, le banche cominciarono a rilasciare dei documenti, chiamati lettere di cambio, che attestavano il deposito di una certa quantità d’oro».
«Gli antenati delle nostre banconote», bisbigliò una voce dalla platea.
«…I proprietari delle monete potevano quindi viaggiare con tranquillità. Una volta a destinazione, sapevano che avrebbero potuto cambiare nuovamente il documento in oro. Questa era la cosiddetta convertibilità; queste lettere, però, invece di essere utilizzate per cambiare di nuovo le monete, cominciarono a circolare autonomamente, a essere utilizzate come e al posto delle monete».
Eva si alzò in piedi.
«Dove vai?», sussurrò Fossati.
«A sgranchirmi le gambe. Tanto non possiamo mica interromperlo. Ci avviciniamo quando finisce!».
Il pubblico ministero annuì ma rimase seduto. La lezione di Schollen gli interessava.
«…Poiché era improbabile che tutti rivolessero il loro oro contemporaneamente, le banche cominciarono a emettere più lettere di cambio di quanti preziosi avevano in cassa».
«E nessuno si oppose?». La voce era quella di una donna dall’ultima fila.
Il professore sorrise. «No, anzi le banche furono talmente scaltre che cominciarono anche a prestare le loro lettere di cambio – da ora potremmo cominciare a chiamarle banconote – perfino ai governi».
«Prestavano fogli di carta che non valevano nulla ai governi!», gli fece eco una voce, sgomenta.
«Esattamente. Cosa credete che significhi acquistare i titoli di Stato?», proseguì il professore. «Tirate fuori una banconota. Vedete scritto dieci, venti, cento. Ma credete che qualcuno vi cambierà mai quella banconota con l’oro? Questa è storia, signori, e la direttiva Europea 11.110 ne ha scritto un capitolo fondamentale, affrontando per la prima volta il problema».
«E quello che l’ha scritta è stato ammazzato…», commentò tra sé la ragazza con il computer.
Fossati la sentì. Poteva avere ragione? Zorzi era stato ucciso solo perché aveva svelato una verità che non tutti dovevano conoscere? «Posso farle una domanda?», disse il PM alzandosi in piedi.
Schollen strizzò gli occhi per individuare, nella penombra, la figura sul fondo della sala. «Mi dica».
«Secondo lei Alberto Zorzi è stato ucciso per questo motivo?», esclamò a bruciapelo.
Il professore scosse la testa. «Caro amico, io dico queste cose da vent’anni e sono ancora qui. Mi spiace deluderla ma non credo proprio che il presidente sia stato ucciso per aver detto una cosa che tutti sanno!».
Fossati annuì e si sedette perplesso.
«Ma andiamo avanti, cerchiamo di comprendere l’importanza della direttiva», incalzò Schollen, fregandosi le mani. «Nel XVII secolo gli Stati sull’orlo del fallimento si alleano, per reciproca convenienza, con le banche, e fondano la cosiddetta Banca Centrale, una banca privata a cui affidano il monopolio della stampa della moneta».
Sullo schermo dietro il professore comparve una scritta: “10%”.
«In teoria la Banca Centrale dovrebbe essere in grado di convertire in oro la moneta che stampa. In teoria, ma non è così: per le leggi di uno Stato compiacente ha nei suoi forzieri solo il dieci percento dell’equivalente delle banconote che emette».
«Un po’ come se noi potessimo fare dieci mutui sulla stessa casa!», scherzò una voce dalle prime file.
Il professore sorrise e annuì. «E c’è di più: dopo la prima guerra mondiale perfino il rapporto di dieci a uno venne abbandonato e oggi non conosciamo neppure la quantità di denaro circolante. Ma a cosa ci porta tutto questo?»
«Al più grande furto della storia!», urlò asciutto un uomo, parafrasando il titolo del libro di Schollen.
«Esattamente. La moneta che abbiamo oggi non vale più nulla. Siamo noi che le diamo valore e nonostante questo le banche centrali, private, continuano a prestarle allo Stato dietro pagamento di un interesse: il cosiddetto debito pubblico».
Dietro Schollen comparve un mostro con due gambe, su una c’era il disegno di una moneta, sull’altra una bandiera Europea.
«…Questo sistema si regge su due pilastri: da una parte il potere economico, le banche, e dall’altra il potere politico. A entrambi conviene, per ragioni diverse, che il giochetto vada avanti».
«Dobbiamo dire basta! Dobbiamo fare una rivoluzione!», urlò una ragazza dalla prima fila.
«Lo diceva Henry Ford negli anni Trenta, cara amica: “È una fortuna che la gente non capisca il nostro sistema bancario e monetario, perché se lo capisse, credo che prima di domani scoppierebbe una rivoluzione”. Comunque ha ragione, il sistema prima o poi imploderà». Il professore si fermò per un istante. «Si è domandata perché le banche continuano ad acquistare oro? E perché il prezzo dell’oro continua a salire?»
«Perché le banche sanno che prima o poi gli Stati collasseranno nel tentativo di ripagare il debito pubblico», continuò la giovane, alzandosi in piedi. «E inevitabilmente si dovrà tornare a una moneta universale, diffusa e frazionabile: l’oro».
«Esatto. Chi stampa la loro moneta fasulla si sta appropriando delle ricchezze del mondo!».
«E qual è la soluzione?», domandò ancora.
Schollen sorrise nuovamente e si tolse gli occhiali. «Se la trovate, fatemela conoscere!», scherzò. «Lord Josiah Stamp, presidente della Bank of England negli anni Venti, diceva: “Il procedimento moderno di creazione della moneta è forse la più stupefacente truffa che sia mai stata escogitata dall’uomo. I banchieri possiedono l’intero globo; toglieteglielo, ma lasciate loro il potere di creare credito e creeranno abbastanza moneta da comprarselo di nuovo”».
Un applauso si levò nella sala. Non poteva essere fragoroso perché in tutto c’erano meno di venti persone, ma Fossati si rese conto che era del tutto sincero. Non sapeva se ciò che aveva detto Armin Schollen fosse vero o se il professore avesse invece omesso dettagli importanti. Si ripromise, se fosse uscito vivo da quella storia, di approfondire la questione.
«Professore!», lo chiamò mentre si avvicinava al palco con passo deciso. I lampadari nel centro dell’aula magna si stavano accendendo ed Eva era rientrata in quell’istante.
Schollen alzò gli occhi. «Ah, è lei. Quello che ha chiesto di Zorzi!».
«Sono un sostituto procuratore di Roma. Possiamo scambiare quattro chiacchiere in privato?».
Il professore squadrò Fossati ed Eva dietro di lui. Non sembravano pericolosi. Guardò l’orologio e poi annuì: «Seguitemi. Voi non avete fame?».