29

Rinvigorita da una doccia calda, con indosso un morbido abitino di lana lungo fino alle ginocchia, quella sera Kate era nel suo studio per rivedere l’inventario degli oggetti appartenuti a Nathan Troy. Frustrata dalla mancanza di spazio, rimise gli oggetti nella scatola e la spostò in cucina. La mise sul tavolo ed esaminò gli oggetti uno a uno, aggiungendo a ogni voce dell’elenco una breve descrizione. Mentre Mugger le si strofinava alle gambe, estrasse l’ultimo disegno dalla scatola e contò tutti quelli che aveva. Diciassette tra schizzi e acquarelli, più un cilindretto di metallo, un rotolo di carta e un portafoglio di plastica. Mentre ricontava tutto apparve Maisie, che si avvicinò al tavolo con una delle piroette in cui si era allenata tanto. «Per piacere, daresti i croccantini a Mugger e poi faresti una tazza di tè per tutte e due?» le domandò Kate.

«Certo.»

Kate diede un’occhiata a Maisie e la vide avventarsi sul gattino, tirarlo su e farlo girare per la cucina prima di rimetterlo a terra e allungare il braccio verso la scatola del cibo. Kate strizzò le palpebre, il suo sesto senso all’erta. Che cosa ha in mente?

Maisie si mise accanto a lei. «Che cos’è questa roba? Ehi! Questi sono proprio belli. Ooh, quello lì mi piace molto.»

«Lasciali stare dove sono, per favore. Li sto inserendo in questo elenco.»

«Anche questo è carino. Chi li ha fatti?» Aveva preso in mano uno dei piccoli acquarelli.

«Appartenevano tutti a una persona giovane che… è scomparsa molto tempo fa. Li sto studiando per farmi un’idea di come fosse questo ragazzo.»

«Era uno di talento, mamma.»

«Grazie per avermelo detto. Era uno studente di belle arti.»

«Questo che cos’è?» Kate guardò di traverso l’oggetto metallico sotto la mano di Maisie, che vi aveva posato le piccole dita e lo stava facendo rotolare sulla superficie del tavolo. «A che cosa serve?»

Kate le tese la mano. «Non lo so. Me lo dai, per favore?» Maisie glielo consegnò e Kate lo rimise nella scatola, sentendo il calore della mano della figlia contro la sua. Poi prese il rotolo di carta e lo aprì sul tavolo. Era un poster con il nome del Woolner College e il suo slogan: Portiamo l’arte in ogni quartiere!

«È un bravissimo disegnatore, mamma. O lo era.»

Kate sospirò tra sé. «Che ne diresti di fare quel tè?»

Maisie annuì, entusiasta. «Per me cioccolata calda, grazie. Non pensi mai che queste persone morte magari sanno che voi le state cercando e tentano tipo di attirare te e Bernie e Joe… Trovami! Trovami!»

«Mai» ribatté decisa Kate.

«Manchi di immaginazione, mamma. Lo dice anche papà.»

«Ma non mi dire» rispose Kate, mantenendo immutato il tono di voce.

«Quando papà viene a prendermi, domani mattina, potresti chiedergli di portarmi a nuotare? Lui dice che è “troppo occupato per farlo”.»

Kate rimise il coperchio sulla scatola e andò ad accendere il bollitore. «Se è così che dice tuo padre, allora…»

«E allora le cose che dici tu quando lui non fa come vuoi?»

Kate sospirò, sentendosi in colpa ma anche decisa a non cedere alle manipolazioni di Maisie. «Che ne diresti di immaginarti di nuotare, domani?»

«Sei così sarcastica. È un’altra cosa che papà…»

«Ne ho sentito parlare. È tardi. È ora che ti prepari per andare a dormire.»

Dopo un ultimo riconteggio del contenuto della scatola, Kate si avviò verso il piano di sopra e vide una piccola striscia di luce sotto la porta della stanza di Maisie. Aggrottò la fronte, guardando l’orologio. Le dieci e quarantacinque. Perché devo sempre starle addosso? Perché è piena di vita e non c’è nessun altro ad assicurarsi che faccia quel che dovrebbe.

Bussò alla porta e attese. Visto che nessuno rispondeva, aprì la porta. «È ora di…» In pigiama, Maisie ebbe un sussulto e si voltò di scatto dallo schermo del computer, tutta rossa. Kate fece un altro paio di passi all’interno della stanza. «Che cosa stai facendo?» domandò, sentendo affollarsi in testa mille idee – nessuna delle quali le piaceva troppo.

«I compiti, non vedi?» Maisie indicò i libri di testo e gli appunti sulla scrivania accanto al computer. «Inoltre, in teoria dovresti bussare.»

«L’ho fatto. Ma ovviamente eri troppo presa.» Osservò il computer, oscurato in quel momento da un salvaschermo, mentre Maisie la fissava con gli occhi sbarrati. «Che cosa c’è lì?»

«Niente… mamma!»

Kate aveva spostato il mouse e sullo schermo erano comparse delle informazioni. Maisie era su Google. Kate si rimise dritta. «Spiegami di questo tuo improvviso interesse per il Woodgate Country Park.»

Maisie indicò il computer. «Era nei notiziari. Quel ragazzo che è stato trovato annegato.» Sventolò gli appunti scritti a mano sotto al naso di Kate. «È uno scoop. Guarda. Lo sto scrivendo per il giornale della scuola.» Kate allungò la mano e uscì dal motore di ricerca. «Ehi!»

«Adesso stammi a sentire. Abbiamo già parlato di quel posto. Non è sicuro, e tu devi starne alla larga.»

Maisie la guardò in cagnesco, con aria arrabbiata e ribelle. «Ecco, è così tipico di te, mamma. Non vedi? Sto informando me stessa e gli altri studenti su cosa succede! Quel ragazzo era giovane ed è morto in un posto pericoloso. Non vuoi che siamo consapevoli dei rischi delle zone vicino a noi?»

«Molto plausibile.» Kate indicò il letto. «Dentro.» Osservò Maisie infilarsi a letto borbottando. «E ora rifletterò per capire se ci si può fidare abbastanza di te da lasciarti tenere il computer in camera.»

«Oh, che…»

«Maisie.»

Kate tornò in cucina per rimettere nella scatola gli oggetti rimasti sul tavolo e riportarla in studio. La posò delicatamente sulla scrivania. È l’ultima volta che Maisie vede qualcosa di anche solo lontanamente collegato al mio lavoro a Rose Road. Tolse il coperchio e diede un’ultima occhiata all’interno. Un oggetto catturò la sua attenzione: il piccolo portafoglio di plastica. Lo aprì. Era vuoto e irrigidito dagli anni. Era stanca e lo lasciò ricadere nella scatola, sentendosi rimproverare da una voce che le ricordava quella di sua madre: Potevi essere più accurata, no?

Con un sospiro Kate riprese in mano il portafoglio e accese la lampada da tavolo. Chinandosi verso la luce, fece leva con delicatezza per separare le due tasche interne indurite. Non era vuoto. Dentro c’era qualcosa di sottile. Lo estrasse, tenendolo sotto alla lampada, sentendo aumentare il battito del cuore. Non era una cosa sola. Erano due. Le posò delicatamente sulla scrivania, una di fianco all’altra, e le studiò. Poi sollevò gli occhi e rimase a fissare il buio, con la mente occupata da un solo pensiero.

Non sei andato a Londra né da nessun’altra parte, vero, Nathan?

Prese il telefono dalla scrivania e lasciò due brevi messaggi.

Niente di umano
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