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Esplose verso l’interno, strappando la bocchetta dalla sua sede. La stanza era più grande di quella da cui ero appena uscito, e molto più ordinata. Anche le manette appese alla rete del letto erano sistemate per benino.
Ella era seduta di fronte a me, dietro a un tavolino basso con il piano in granito, indossava un vestito azzurro che le stava bene ma che non sembrava suo. Non mi disse niente. Quasi tutta la sua attenzione era concentrata sulla Glock appoggiata alla sua tempia.
Il tizio che la impugnava era seduto dietro di lei. Si rese visibile, prestando attenzione a non diventare un bersaglio troppo facile.
Vidi occhi gelidi e labbra sottili sotto il passamontagna, ma guardai con più attenzione l’arma. Feci un passo verso di loro, il suo dito s’incurvò per applicare la prima pressione sul grilletto.
«Fa’ un altro passo e finisce male.» La voce era piatta, con un lieve accenno scozzese.
Non era agitato.
Ma il suo era un bluff. Se avesse ucciso Ella, Chastain non avrebbe più avuto alcun potere su Sam.
La canna si spostò e si fermò quando fui sulla sua traiettoria di tiro.
«Prima che tu faccia qualcosa di stupido, devi sapere che a lei non farò del male ma me ne fotto di quanti colpi devo piantarti in corpo.»
La canna della Glock si spostò appena verso il taser e le labbra si mossero di nuovo. «Buttalo.»
Era chiaro che quando gli scagnozzi serbi di Chastain avevano consegnato la ragazza alla squadra della Astra, non li avevano messi in guardia su di lei. Era troppo impegnato a capire le mie intenzioni per prestarle l’attenzione che meritava. Il braccio destro di Ella scattò, lo colpì e gli fece volare via la pistola dalla mano.
Lui cercò di alzarsi in piedi, lei si tuffò a sinistra e io sollevai il taser. Il puntino rosso del laser centrò la sua felpa prima che potesse contare fino a uno, e cinquantamila volt passarono nei cavi fino alle freccette che erano affondate nel torace e nella gamba.
Crollò al tappeto come un albero che cade. Diciannove impulsi al secondo gli avevano sottratto il controllo sui muscoli. Non riuscì neppure a gettare le mani in avanti per proteggere la testa dal tavolino con il piano in granito che era fra noi.
Passai a Ella il taser e le dissi di tenere il dito sul grilletto. Mentre lei continuava ad alimentarlo di corrente io lo trascinai in mezzo alla stanza e gli bloccai polsi e caviglie con il nastro adesivo.
Dopo averlo legato al letto, afferrai il passamontagna e glielo strappai. Avevo pensato che lo indossasse per impedire a Ella di riconoscerlo, ma poi mi venne da pensare che si vergognasse dei suoi capelli. Biondo ossigenato opaco sul cocuzzolo della testa completamente rasata.
Si era sfracellato il naso, e bolle di sangue e muco gli coprivano il mento quando aprì gli occhi e tentò di fare entrare un po’ d’aria nei polmoni. Gli avvolsi altro nastro sulla bocca e attorno alla nuca. Non l’avrebbe aiutato a respirare, ma non me ne fregava un cazzo.
Gli sganciai la radio dalla cintura e strappai via l’auricolare, poi accesi quella che avevo preso a prestito dal suo amico giù alla rimessa. Alfa era in rete, sempre incazzato con Delta, e ordinava a Bravo, Charlie ed Echo di sparpagliarsi e di cercare fra gli alberi lungo il confine sud fino al lago. Echo doveva essere quello che fumava sul pontile, e quindi il tizio con i capelli da scemo doveva essere Foxtrot.
Magnifico. Mi ero fatto l’idea che stessero già per tornare, ma potevo supporre che avevamo una buona mezz’ora di tempo per far partire con i cavi la Defender che era in cortile e andarcene da lì. Finalmente il vento era girato dalla nostra parte.
Per festeggiare, porsi a Ella una bottiglia di acqua minerale di marca che era sul comodino e me ne concessi una anche io. Dopo esserci idratati somministrai a Foxtrot un’altra scarica da cinque secondi mentre lei recuperava il suo piumino. Poi raggiungemmo l’uscita di sicurezza.
Io davanti. Lei dietro.