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«Señor... Señor?»
Il suo tono era urgente.
Sotto le scapole il terreno era duro come la roccia, ma i suoi polpastrelli erano freschi sulla mia fronte.
Sentivo il sangue che mi pulsava nella testa. Mi augurai che non avesse fretta di fuggire sulle pietre della pavimentazione. Allungai una mano e sfiorai il punto colpito da Respiro Pesante. C’era un bernoccolo grande quanto una pallina da golf, ma la pelle non era lacerata. Doveva aver usato un manganello, probabilmente di pelle, riempito di pallini di piombo.
Aprii gli occhi.
La cameriera del bar di tapas era inginocchiata sopra di me, il suo viso molto spaventato a pochi centimetri dal mio. «Sta bene? Devo chiamare la polizia, forse?» Si raddrizzò e frugò nella borsetta alla ricerca del cellulare.
Presi un paio di respiri profondi e stavo per dirle di non preoccuparsi quando mi tese una bottiglia da mezzo litro di acqua minerale.
Mi sollevai sui gomiti. Lei svitò il tappo e me la portò alle labbra. Aveva un sapore meraviglioso. Dopo tre o quattro sorsi riuscii a fatica a mettermi seduto.
Aveva gli occhi sbarrati. «Chi era quella gente?»
«Non li ho mai visti. Dove sono andati?»
«Sono tornati verso la cattedrale. Credo. L’hanno derubata?»
Mi tastai le tasche e scossi la testa, poi mi pentii di averlo fatto.
Mi aiutò a rialzarmi. «Forse dovrebbe farsi vedere da un dottore.»
La ringraziai e le dissi che stavo bene.
La lasciai all’angolo e riordinai le mie cellule cerebrali mentre tornavo all’albergo. Fu bello scoprire che erano ancora in grado di accendersi, ma non lo fu per niente sentire ciò che mi comunicarono. Niqab e Respiro Pesante non erano lì soltanto per rubare i miei soldi delle vacanze, il che al momento significava una cosa sola. Non solo avevano beccato me. Ma anche Ella e Jesper.